SEBASTIAN FITZEK.

IL GIOCO DEGLI OCCHI.


2010.
Traduzione di: Claudia Crivellaro.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Lautore.
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Sebastian Fitzek, nato a Berlino nel 1971,  autore di best seller acclamati dalla critica e dai pi esigenti lettori di gialli. 
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In ricordo di Rdiger Kreklau.
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I sognatori cambiano il mondo, i pedanti no.
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Giocare significa fare esperimenti con il caso.
NOVALIS.
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It's the end where I begin.
THE SCRIPT.
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Epilogo.
Alexander Zorbach (io).
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Ci sono storie che, come spirali mortali, affondano incessantemente i loro uncini corrosi nella
profondit della coscienza di chi le ascolta. Io le chiamo "moto perpetuo". Storie che non sono mai
cominciate e che mai finiranno, perch parlano della morte eterna.
A volte vengono raccontate da irresponsabili che amano suscitare il terrore negli occhi altrui e
che assaporano gli incubi da cui costoro verranno assaliti quando di notte, soli nel loro letto, fisseranno
il soffitto senza potersi addormentare.
Talvolta, questo moto perpetuo si nasconde tra le pagine di un libro: in quel caso ci si pu
mettere in salvo solo chiudendolo. Vorrei darvi un consiglio: non leggete oltre!
Non so come siate approdati a queste righe. Ma di sicuro non erano destinate a voi. Un trattato
dell'orrore non dovrebbe mai cadere nelle mani di qualcuno. In nessun caso. Neppure in quelle del
vostro peggior nemico.
Credetemi, lo dico per esperienza personale. Io non sono riuscito ad aprire gli occhi. A riporre il
libro. Perch la storia dell'uomo le cui lacrime scendono come gocce di sangue, la storia dell'uomo che
stringe a s un povero fagotto di carne umana che pochi minuti prima respirava, amava e viveva...
questa storia non  un film, non  una leggenda, non  un libro.
 il mio destino.
La mia vita.
Perch quell'uomo, che nel punto pi alto del suo dolore  costretto a rendersi conto che la
morte  appena cominciata... quell'uomo sono io.
Ultimo capitolo. La fine
Ninna nanna ninna oooh,
questo bimbo a chi lo do... .
Le dica di piantarla mi rugg nell'orecchio destro la voce del comandante.
Lo dar alla sua mamma
che gli canta una ninna nanna....
Deve piantarla subito con quella maledetta lagna.
S, certo. Ho capito. Lo so io che cosa devo fare risposi nella microricetrasmittente che il
tecnico della squadra mobile aveva applicato pochi minuti prima alla mia camicia e attraverso la quale
ora comunicavo con il comandante. Se non la smette di sbraitare mi levo subito l'auricolare, ha
capito?.
Mi avvicinai al centro del ponte che passava sopra la A100. La tangenziale, che si trovava
undici metri sotto di noi, nel frattempo era stata chiusa in entrambe le direzioni, pi per proteggere gli
automobilisti che non la donna che si trovava a circa quindici metri da me completamente fuori di
senno.
Angelique? gridai forte. Dal briefing ricevuto nella sede temporanea del comando, sapevo
che quella donna aveva trentasette anni e due condanne per tentato rapimento di bambini, e che degli
ultimi dieci anni doveva averne passati almeno sette in un istituto psichiatrico. Purtroppo quattro
settimane prima uno specialista troppo comprensivo aveva redatto una perizia che consigliava il suo
reinserimento nella societ.
Tante grazie, esimio collega. Ora s che siamo nei guai.
Mi avvicino un po', se non le dispiace le gridai alzando le mani. Nessuna reazione. Era
appoggiata alla ringhiera arrugginita, con le braccia incrociate a formare una culla sul petto. Ogni tanto
oscillava leggermente in avanti sollevando i gomiti sopra il seno.
Tremavo sia per la tensione che per il freddo. Per essere dicembre la temperatura si manteneva
ancora stranamente sopra lo zero, eppure mi sembrava di stare in Siberia. Ero l fuori da tre minuti e
quasi mi si gelavano le orecchie.
Salve, Angelique.
Il pietrisco scricchiol sotto i miei pesanti stivali e per la prima volta la donna gir il capo nella
mia direzione; molto lentamente, come al rallentatore.
Mi chiamo Alexander Zorbach, e vorrei parlarle.
Perch questo  il mio lavoro. Sono io oggi il negoziatore.
Non  meraviglioso? chiese la donna con la stessa cantilena con cui aveva intonato poco
prima la ninna nanna.
Ninna nanna, ninna oh...
Non  davvero, davvero meraviglioso il mio bambino?.
Le feci un cenno di conferma, sebbene da quella distanza non mi fosse possibile riconoscere ci
che stringeva contro il suo gracile petto. Avrebbe anche potuto essere un cuscino, un lenzuolo
arrotolato o una bambola di pezza. Ma non eravamo cos fortunati. Fra le sue braccia giaceva qualcosa
di vivo, di caldo. Non potevo ancora vederlo, ma lo sentivo.
Il piccolo di sei mesi piangeva. Debolmente, ma almeno piangeva ancora.
Al momento, quella appariva come la notizia migliore della giornata.
La peggiore era che al neonato restavano ancora pochi minuti di vita.
In ogni caso, anche se quella psicolabile non lo avesse scagliato gi dal ponte.
Maledizione, Angelique. Questa volta hai preso veramente il bambino sbagliato, in tutti i sensi.
E come si chiama quel frugoletto?. Cercai ancora di intraprendere un dialogo con lei.
A causa delle conseguenze di un aborto, quella donna non poteva pi avere figli. Un fatto che
l'aveva portata a perdere la ragione. Questa era gi la terza volta che rapiva un neonato spacciandolo
per suo. E per la terza volta era stata segnalata alle autorit da passanti che si trovavano nelle vicinanze
dell'ospedale. Oggi era bastata solo mezz'ora perch un fattorino in bicicletta notasse sul ponte una
donna scalza con un bambino che piangeva.
Non ha ancora un nome rispose Angelique. Il processo di rimozione era gi molto avanti,
tanto che in quel momento la donna era certa che il bambino fra le sue braccia fosse davvero carne
della sua carne. Sapevo che non aveva senso cercare di convincerla del contrario. Ci che i sette anni di
cure psichiatriche non avevano potuto fare, non sarebbe di certo riuscito a me in sette minuti - e inoltre
quello non era il mio scopo.
Cosa ne dice di Hans? suggerii. Ora distavo da lei al massimo dieci metri.
Hans?. Sciolse un braccio dal fagottino e apr la coperta. Sentii con sollievo che il piccolo
strillava ancora.
Hans sembra bello disse Angelique trasognata. Fece un piccolo passo indietro, allontanandosi
un po' dalla ringhiera. Come "Hans il fortunato", il protagonista della favola.
S risposi con zelo e feci un altro passo avanti.
Nove metri.
O anche come l'Hans dell'altra favola? continuai.
Si volse nella mia direzione e mi fiss con aria interrogativa. Quale altra favola?.
Ma s, quella di Ondina la ninfa.
Per essere precisi, si trattava di un'antica saga germanica pi che di una vera e propria favola,
ma in quel momento era irrilevante.
Ondina?. La donna torse un poco la bocca. Non la conosco.
No? Ah, ma allora devo raccontargliela.  bellissima.
Ma cos'ha in mente?  completamente ubriaco? mi url il comandante nell'orecchio destro,
cosa che ignorai.
Otto metri. Passo dopo passo avanzavo nel suo campo d'azione.
Ondina era un essere soprannaturale, una ninfa bella come nessun'altra. E si innamor
perdutamente di un cavaliere, Hans.
Hai sentito, mio tesoro? Sei un cavaliere!.
Il piccolo ricambi con un forte strillo.
Respira ancora, grazie a Dio.
S, ma il cavaliere era cos bello che tutte le donne gli correvano dietro aggiunsi. E
purtroppo si innamor di un'altra donna e lasci Ondina.
Sette metri.
Attesi, finch udii nuovamente il piccolo piangere, poi proseguii. Allora il padre di Ondina, il
dio del mare Poseidone, si adir a tal punto che lanci una maledizione su Hans.
Una maledizione?. Angelique smise di cullare il piccolo.
S. Da quel momento Hans non pot pi respirare in modo naturale e involontario. Poteva farlo
solo se si concentrava.
Inspiravo rumorosamente l'aria fredda nei polmoni, espirando a tratti mentre parlavo.
Inspirare. Espirare. Inspirare. Espirare. Il mio petto si alzava e si abbassava in modo evidente. Se
Hans si fosse dimenticato una sola volta di respirare, sarebbe morto.
Sei metri.
Come finisce la favola? chiese Angelique diffidente, quando fui a una distanza di circa
quattro metri. La donna sembrava pi infastidita dalla piega che aveva preso il racconto, piuttosto che
dalla mia vicinanza.
Hans fece di tutto per non addormentarsi. Lott contro la stanchezza, ma alla fine gli occhi gli
si chiusero.
 morto? domand quasi afona. Ogni gioia era scomparsa dal suo viso consunto.
S, perch nel sonno aveva involontariamente dimenticato di respirare. E quello significava la
morte.
Nell'orecchio udii un rumore, ma in quel momento il comandante non fiatava. L fuori non si
sentiva nient'altro a parte il rumore lontano del traffico cittadino. Uno stormo di uccelli scuri vol sulle
nostre teste, diretto a oriente.
Ma questa non  una bella favola. Angelique vacill leggermente in avanti. Ora cullava il
piccolo con tutto il corpo, stringendolo a s con forza. Non  bella.
Le porsi la mano e mi avvicinai ulteriormente. No, non lo . E in effetti non  nemmeno una
vera favola.
E cos', allora?.
Feci una pausa, attendendo un altro segno di vita dal piccolo. Ma non si udiva pi nulla. Solo
silenzio. La mia bocca era come inaridita quando glielo dissi.  la verit.
La verit?.
Scosse energicamente la testa, come se gi presagisse ci che stavo per dirle.
Angelique, la prego, mi ascolti. Il piccolo che tiene in
braccio soffre della sindrome di Ondina, una malattia che prende il nome dalla fiaba che le ho
appena raccontato.
No!.
S.
La cosa davvero tragica era che questa volta non si trattava di una bugia tattica. La sindrome di
Ondina  un disturbo molto raro del sistema nervoso, a causa del quale i bambini che ne soffrono
muoiono se non si concentrano sull'atto respiratorio. Una malattia pericolosa e mortale. Quando Tim
era sveglio (cos si chiamava in realt il piccolo), l'attivit respiratoria era sufficiente a fornire
l'ossigeno al suo corpicino. Solo quando dormiva doveva respirare artificialmente.
Il bambino  mio protest Angelique, di nuovo con quella sua voce cantilenante.
Ninna nanna, ninna oooh...
Guardi, lo vede come dorme felice fra le mie braccia?.
Mio Dio, no! Aveva ragione. Il bambino non emetteva pi alcun suono.
Questo bimbo a chi lo dooo...
S, certo. Il bambino  suo, Angelique le dissi con voce penetrante e mi avvicinai di un altro
metro. Nessuno ne dubita. Ma non deve addormentarsi. Capisce? Se no muore, come l'Hans della
fiaba.
No, no, no!. Scosse ostinatamente la testa. Il mio piccolo non  stato cattivo. Non  stato
maledetto.
No, di certo non lo  stato. Ma  malato. Mi dia il suo bambino, la prego, in modo che i medici
possano guarirlo.
Ora ero cos vicino a lei che potevo sentire l'odore rancido dei suoi capelli sporchi. La puzza
della sua trascuratezza mentale e fisica, che traspirava dal tessuto della tuta da ginnastica da due soldi.
Si volse verso di me, e per la prima volta riuscii a lanciare un'occhiata al piccolo. Al suo viso
leggermente arrossato, al suo minuscolo viso... addormentato. Fissai sconvolto Angelique. E decisi.
Merda, no, non lo faccia! gridava nel mio orecchio la voce del comandante, che a quel punto
non ascoltavo pi. La metta gi. Gi!.
Questa e le frasi successive le appresi pi tardi, dal verbale che mi mostr il responsabile della
commissione d'inchiesta.
Oggi, sette anni dopo quel giorno che mi distrusse la vita, non sono pi certo se lo vidi
veramente.
Quel qualcosa.
Quel qualcosa nel suo sguardo. L'espressione della pura e disperata consapevolezza. Ma in
quell'attimo ne fui certo.
Chiamatelo presentimento, intuizione, presagio. Qualunque cosa fosse, la sentii con tutti i miei
sensi: nell'istante in cui Angelique si volt verso di me, lei riconobbe la propria follia.
Improvvisamente ne fu consapevole. Seppe di essere malata. E che il piccolo non era suo. Che non
glielo avrei mai pi restituito, non appena lo avessi avuto fra le mani.
La smetta. Non faccia sciocchezze, amico.
Grazie ai miei allenamenti di boxe, avevo sufficiente esperienza per sapere a cosa si deve fare
attenzione se si vuole prevenire la mossa di un avversario: le spalle. E quelle di Angelique si mossero
in una direzione che non lasciava alcun dubbio, soprattutto ora che lentamente apriva le braccia.
Tre metri. Mancano soltanto tre dannati metri.
Voleva gettare il bambino dal ponte.
Lasci la pistola. Glielo ripeto: lasci immediatamente la pistola.
Fu per questo che non diedi retta alla voce che udivo nell'auricolare, e invece puntai la pistola
alla sua fronte.
E sparai.
Questo e il momento in cui solitamente mi sveglio urlando e per un istante sono felice pensando
che si sia trattato solo di un sogno Fino a che allungo la mano accanto a me verso l'altra met del letto e
trovo il vuoto. E realizzo che quegli avvenimenti sono realmente accaduti, e che mi hanno portato a
perdere il lavoro, la mia famiglia e la capacit di dormire un'intera notte senza essere svegliato dagli
incubi.
Da quello sparo, vivo nella paura. Una chiara, fredda paura che penetra in ogni cosa; il
concentrato di cui si nutrono i miei sogni.
Allora, su quel ponte, ho ucciso un essere umano.
E per quanto cerchi di convincermi che in quel modo ho salvato un'altra persona, sono certo che
questa equazione non regge. E se quel giorno mi fossi ingannato? Se Angelique non avesse mai avuto
intenzione di fare del male al piccolo? Forse aveva aperto le braccia solo per porgermi il bambino, e
proprio nel momento in cui il proiettile che sparai contro di lei le trapass il cranio. Cos fulmineo che
il suo cervello non pot pi mandare l'impulso di allentare ancora le braccia. Cos fulmineo che riuscii
ad afferrare il bambino prima che le scivolasse dalle mani prive di vita.
E se allora, su quel ponte, avessi ucciso una persona innocente?
In questo caso, ne ero certo, un giorno avrei dovuto pagare per il mio errore.
Lo sapevo. Ma non avevo considerato che quel giorno sarebbe arrivato tanto presto.
83
Ero di nuovo con mio figlio in quel luogo: per i bambini pare che, a Berlino, non esista un posto
migliore in cui morire.
Davvero? L'elicottero? chiesi accennando col mento al cartone aperto che stavo portando
lungo l'ampio corridoio. Ci hai pensato bene?  pur sempre un elicottero di Capitan Jack, con tanto di
serbatoio.
Julian annu convinto, mentre con entrambe le mani trascinava sul linoleum una busta dell'Ikea
rigonfia.
Mi ero offerto pi volte di aiutarlo, ma voleva portare a tutti i costi da solo il pesante sacco
attraverso l'ospedale. Era la tipica fase del "sono gi abbastanza forte", momenti che prima o poi tutti i
bimbi passano, pi o meno tra il periodo del "da solo no" e quello del "non potete starmi sempre
addosso".
L'unica cosa che potevo fare senza ferire il suo orgoglio era rallentare un po' il passo.
Questo gioco non mi serve pi! disse Julian deciso. Poi cominci a tossire. All'inizio
sembrava che gli fosse solo andato di traverso qualcosa, poi la tosse divenne sempre pi secca.
Anche poco prima, quando ero passato a prenderlo a casa, avevo notato il faccino arrossato, ma
poich Julian aveva portato in giardino la pesante busta da solo, avevo pensato che la sua manina
sudata e i riccioli umidi che gli pendevano sul collo fossero dovuti a quello sforzo.
Sei ancora ammalato? gli chiesi ansioso.
Sto molto meglio, papi rispose, e allontan la mano con cui volevo controllare la sua fronte.
Poi toss di nuovo, ma l'attacco sembr effettivamente meno forte di prima.
La mamma ti ha portato dal dottore?.
Forse dovrei farti visitare qui, visto che siamo in un ospedale.
Julian scosse la testa.
No, soltanto.... Si ferm, e sentii la rabbia crescermi dentro.
Soltanto che cosa?.
Si volt dall'altra parte con aria colpevole e afferr i manici della busta.
Aspetta, non sarete davvero tornati da quello sciamano?.
Annu titubante, come se dovesse ammettere di aver combinato qualcosa. Solo che in questo
caso lui non aveva colpa. Era sua madre che perseguiva sempre di pi la via dell'esoterismo, e preferiva
portare nostro figlio da un guru indiano piuttosto che da un otorinolaringoiatra.
Molto tempo prima, quando mi innamorai di Nicci, ero affascinato anche dalle sue manie, e
trovavo persino divertente quando mi leggeva il futuro nelle linee della mano o mi raccontava che in
una vita precedente era stata una schiava greca. Di fatto, con gli anni le sue innocue stravaganze
diventarono vere e proprie fissazioni, le quali sicuramente avevano avuto il loro peso sul mio
allontanamento da lei, prima mentale e poi fisico. O almeno cerco di convincermi che sia stato cos, per
non sopportare da solo la colpa della nostra separazione.
E quindi cosa ha detto quel ciarlat... quello sciamano? chiesi in modo pi cordiale a mio
figlio. Dovevo sforzarmi di non apparire aggressivo. Julian avrebbe potuto sentirsi colpevolizzato, e del
resto lui non poteva davvero farci nulla se
sua madre non aveva fiducia nella medicina ufficiale o nella teoria evoluzionistica.
Dice che i miei chakra non sono allineati bene.
I chakra?.
Sentii il sangue ribollirmi nelle vene.
Imitai mentalmente Nicci: Ma certo, i chakra! Come ho fatti non arrivarci da me?
Probabilmente questo era anche il motivo per cui nostro figlio due anni fa si era danneggiato il tendine
sullo skateboard... Quella volta aveva chiesto al chirurgo se l'anestesia non potesse essere sostituita
dall'ipnosi.
Dovresti bere qualcosa dissi per cambiare argomento e indicai il distributore automatico.
Cosa vuoi?.
Coca-Cola rispose esultante.
Ma certo. Una Coca.
Nicci mi avrebbe spaccato la testa, questo era certo.
Colei che per adesso era ancora mia moglie faceva la spesa solo in negozi e supermercati
biologici, per cui una bibita chimica piena di caffeina non poteva certo essere tra i suoi acquisti
abituali. Gi, ma di sicuro qui non hanno la tisana al finocchio, pensai mentre cercavo il portafoglio
nelle tasche della giacca.
Trasalii al suono di una voce alle mie spalle, giovane eppure vissuta.
Ma che bella sorpresa, gli Zorbach.
Era 1'infermiera bionda di cui conservavo un vago ricordo dalla visita dello scorso anno, a
causa di quello strano piercing al labbro superiore. Si era materializzata dal nulla e ora si trovava nel
corridoio dell'ospedale con il suo carrello del t.
Ciao, Moni esclam Julian riconoscendola. Lei gli lancio un sorriso studiato, della serie "i
bambini impazziscono per me". Poi pos lo sguardo sul nostro bagaglio.
Cos tanto quest'anno?.
Annuii con fare assente, visto che ancora non riuscivo a trovare il mio portafoglio.
No, ti prego! Tutti i documenti, le carte di credito, persino la keycard per entrare in ufficio...
Mi ricordavo che il giorno precedente, al distributore automatico della redazione, lo avevo
ancora. Avrei potuto girare di averlo infilato nuovamente nella giacca. Eppure era scomparso.
Gi, i giochi aumentano ogni anno mormorai, e al contempo mi infastid quel mio tono da
senso di colpa. La prima impressione era quella del tipico modello "genitori separati", ma in realt mi
era sempre piaciuto fare dei regali a Julian. Sebbene un trattore in legno intagliato avesse sicuramente
un valore pedagogico superiore a quello della pistola lampeggiante ad acqua che l'infermiera stava
estraendo dalla busta Ikea. Ma il "valore pedagogico" era un argomento di cui avevo gi discusso
abbastanza con i miei genitori, che non avevano mai voluto capire perch desiderassi un walkman o
una bici da cross acrobatico - secondo loro li volevo solo perch tutti i miei amici giravano con quelli.
Mi definivano un superficiale, e ho voluto risparmiare a mio figlio questo destino da outsider, il che
non significa che gli compri ogni schifezza solo perch ce l'abbia. Ma non mi va neppure di
scaraventarlo a mani vuote nella darwiniana lotta per la sopravvivenza che giorno dopo giorno deve
affrontare nel cortile della scuola per essere all'altezza degli altri.
Intanto Moni aveva scovato un pupazzo di Spiderman. Trovo davvero ammirevole che tu ti
voglia separare da tutte queste cose fantastiche disse sorridendo a mio figlio.
Non c' problema rise Julian. Lo faccio volentieri.
Ed era la verit. Era stata una mia proposta quella di svuotare la sua camera una volta all'anno
prima che cominciassero ad arrivare i giocattoli per la sua festa di compleanno. Mi lui era stato subito
d'accordo.
Recuperiamo dello spazio e facciamo una buona azione!. Aveva ripetuto le mie parole e si
era messo subito al-
l'opera. E cos era nata la nostra "giornata al Sonnenschein", come l'avevamo soprannominata, il
giorno in cui padre e figlio si accingevano a portare i giochi usati all'ospedale pediatrico per distribuirli
ai suoi piccoli pazienti.
Questo andrebbe benissimo per Tim disse allegra l'infermiera e rimise il pupazzo insieme agli
altri giochi. Poi ci salut e prosegu il suo giro
La seguii con lo sguardo e notai con sgomento che avevo
trattenuto le lacrime a fatica.
Tutto okay? mi chiese Julian, fissandomi. Sapeva gi che suo padre si trasformava in un
piagnone, appena passata la soglia del reparto al secondo piano del Sonnenschein. Julian invece non
aveva mai pianto.
Forse perch per lui la morte era ancora un'entit lontana e inimmaginabile. Io invece
sopportavo a fatica l'ospedale per bambini malati terminali. Forse si sarebbe potuto presumere che una
persona che aveva gi ucciso qualcuno avrebbe dovuto essere un po' meno sensibile... tanto pi che
dopo la sospensione dal servizio in polizia dovevo guadagnarmi lo stipendio facendo il giornalista di
cronaca nera. Da quattro anni, infatti, lavoravo per il giornale pi importante e truculento della citt e
mi ero fatto anche quel che si dice un nome, grazie ai miei articoli sui delitti pi atroci avvenuti in
Germania. Ma pi scrivevo sulle inimmaginabili efferatezze di questo mondo, meno mi sentivo pronto
ad accettare la morte. In particolar modo se si trattava della morte di bambini innocenti, che soffrivano
di leucemia, malattie al cuore o della sindrome di Ondina.
Tim!
Non si chiamava cos il neonato che hai salvato quella volta?.
Annuii e smisi di cercare il portafoglio. Con un po' di fortuna
poteva essere rimasto sul sedile della Volvo, ma pi probabilmente lo avevo perso.
S, esatto. Ma non  lui. Ha soltanto lo stesso nome
Ogni Natale il Tim di cui avevo ucciso la rapitrice mi invia un biglietto di auguri. Di quei
biglietti che un bambino  costretto dai genitori a scrivere: in una calligrafia incerta e con parole che
nessun ragazzino userebbe mai. Biglietti che si attaccano al frigorifero e a cui non si fa pi caso fino al
giorno in cui cadono da soli. Tuttavia erano un segno, e dimostravano che Tim, nonostante la sua
malattia, conduceva una vita quasi normale, nella sua casa insieme ai genitori, e che non stava lottando
contro la morte in un ospedale per malati terminali.
Mamma dice che dopo quella volta sul ponte non sei pi stato lo stesso. Julian mi fiss con
sguardo attento.
Quella volta sul ponte.
A volte le parole racchiudono un intero universo. "Ti amo", oppure "siamo una famiglia", per
esempio. Una combinazione di lettere innocue che danno un senso alla tua vita. E poi esistono frasi che
te la strappano di nuovo via. "Quella volta sul ponte" appartiene indubbiamente a quest'ultima
categoria. Se non fosse stato tanto tragico, ci sarebbe stato da ridere sul fatto che ci comportavamo
come i protagonisti di un libro di Harry Potter: anche noi parlavamo tramite espressioni come
"Tu-sai-chi" invece di chiamare le cose con il loro nome. Angelique, la pazza che avevo ucciso quella
volta sul ponte, era diventata il mio Voldemort personale.
Julian, intanto tu potresti andare nella sala dove ci aspettano i bambini, okay? gli dissi
inginocchiandomi per guardarlo negli occhi. Vado a dare un'occhiata in auto, per vedere se ho lasciato
l il portafoglio.
Julian annu senza parlare.
Lo seguii con lo sguardo finch non scomparve dietro l'angolo e sentii solamente il suono
attutito delle sue scarpe da ginnastica e il fruscio della busta pesante.
A quel punto mi voltai, lasciai l'ospedale e non vi tornai mai pi.
82
Nella semioscurit del mattino invernale, la Volvo era parcheggiata sotto un imponente
castagno che si trovava davanti alla clinica. Quindi inserii le chiavi nel cruscotto in modo che la luce di
cortesia si accendesse sopra il sedile del passeggero. Cercai dovunque: sul tappetino, sul sedile
posteriore, sotto al mucchio di vecchi giornali accanto a me. Ci sono poche cose che detesto come
avere le tasche piene di roba mentre guido, e cos, solitamente, lancio le chiavi, il telefono e il
portafoglio sul sedile del passeggero prima di mettermi al volante. Un rituale che, quella volta,
evidentemente avevo saltato. Infatti non potei trovare altro oltre a una biro e a una confezione aperta di
gomme da masticare. Feci cadere i giornali sul tappetino e cercai anche fra le fessure dell'imbottitura.
Niente. Il portafoglio era scomparso.
Dopo aver controllato ancora una volta sotto i sedili, aprii il portaoggetti, sebbene fossi certo di
non avervi mai riposto nient'altro che lo scanner con cui intercettavo la radiotrasmittente della polizia. I
primi tempi mi aveva fatto sempre una certa impressione, quando dovevo ascoltare le voci dei miei
colleghi di una volta. Ma poi mi ero abituato a non essere pi uno di loro. D'altra parte Thea Bergdorf,
il mio capo,
mi aveva offerto quel lavoro solo per le mie precedenti conoscenze da interno. Era una clausola
non scritta del mio contratto quella di ascoltare le comunicazioni della polizia mentre ero per strada. In
particolare in giorni come quelli, nei qua-li ci aspettavamo il peggio. Cos avevo fatto in modo che lo
scanner si accendesse automaticamente appena giravo la chiave nel cruscotto, perci la scatola
gracchiante luccicava nel vano come un albero di Natale.
Stavo per rinunciare alla ricerca e per tornare da Julian quando una voce mi fece dimenticare
subito il portafoglio.
... Westend, Khler Weg, all'angolo con l'Alte Allee....
Guardai il portaoggetti e alzai il volume.
Ripeto. Codice uno-zero-sette in Kiihler Weg. Unit mobile AS4 sul luogo.
Cercai con lo sguardo l'orologio sul cruscotto.
Maledizione, di nuovo. No!
Uno-zero-sette. Il codice radio ufficiale per il ritrovamento di un cadavere.
AS4.
La quarta partita del Collezionista di occhi era cominciata.
81
(44 ore e 38 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Tobias Traunstein (9 anni)
Buio. Nero. No, non nero.
Non  il termine esatto.
Non era come la vernice della nuova auto di pap. E neppure come quell'oscurit piena di
macchie che guizza davanti agli occhi quando ci si addormenta all'improvviso. E non era neppure come
quel nero grigio e crepuscolare che aveva conosciuto durante le passeggiate notturne con la signora
Quandt. Questo era diverso. Pi fitto, forse. Inquietante. Come se si trovasse immerso in un barile di
petrolio con gli occhi spalancati.
Tobias sbatt nuovamente le palpebre.
Nulla.
Il buco nero che lo avvolgeva era ben pi impenetrabile della foresta che circondava la casa per
le vacanze in cui era andato l'estate precedente con la sua classe. Con la differenza, rispetto a Postfenn,
che qui non c'era n la luce della luna n quella delle torce che avevano utilizzato per la caccia al tesoro
mentre cercavano i bigliettini con gli indizi nei sentieri del Grunewald. Qui non c'era 1'odore della terra
delle foglie e degli escrementi dei cinghiali, e neppure quella piagnucolona di Lea che gli afferrava la
mano e sussultava ogni volta che sentiva un fruscio o uno scricchiolio. Inoltre qui non c'era alcun
rumore che avrebbe potuto far paura alla sorellina gemella. Qui, ed era pur sempre un qui, c'era... il
nulla.
Era paralizzato dal nulla, dal suo infinito terrore. Perch, sebbene sapesse che l'oscurit non
aveva braccia (cos come il signor Hartmann, il suo insegnante di disegno, gli aveva pi volte ripetuto
che il nero non era un colore, ma semplicemente la mancanza di luce), si sentiva comunque stretto nella
sua morsa.
E non riusciva neppure a capire se si trovasse in piedi o disteso. Forse era perfino capovolto,
cosa che avrebbe spiegato quella pressione sotto la fronte e il fatto che si sentisse cos sfinito. O
spappolato, come diceva sempre suo padre quando tornava dal lavoro e chiedeva alla mamma di
preparargli un bagno caldo.
Toby non aveva mai avuto il coraggio di chiedere a suo padre cosa voleva dire "spappolato". A
pap non piaceva che i bambini facessero troppe domande. Quella lezione l'aveva imparata durante le
vacanze in Italia, due anni prima, quando aveva osato chiedergli per la seconda volta se era sicuro che
"caldo" volesse davvero dire kalt, o se non potesse essere invece il suo contrario. Il babbo lo aveva gi
avvertito di piantarla con tutte quelle domande, e l'occhiata della mamma avrebbe dovuto fargli capire
che era meglio non dubitare pi dell'italiano di pap. Eppure non pot trattenersi dall'osservare che, in
quel caso, tutti i rubinetti dell'hotel dovevano essere rotti, visto che da quelli con la scritta CALDO
usciva dell'acqua bollente al posto di quella fredda. Pap perse le staffe. Dopo quello schiaffo al
ristorante, Toby aveva smesso di fare tante domande, cosa che ora si stava rivelando un altro errore
madornale. Adesso, infatti, non conosceva il significato di "spappolato", non ne aveva idea, sebbene gli
apparisse come una cosa tremenda e al momento non potesse pi muoversi. I piedi e la testa
sembravano infilati in una morsa e non sentiva pi le braccia.
No, sbagliato. Le sentiva solo fino alle spalle e forse anche un po' pi gi, dove una volta
avvert un prurito tremendo quando il suo miglior amico, Kevin, gioc con lui a "mille spilli" Kevin,
quello spaccone che in realt si chiamava Konrad, ma che minacciava tutti quelli che osavano
chiamarlo con quel nome da allocco.
Kevin, Konrad, Kazzone...
Al di sotto dei gomiti, tutto ci che normalmente giaceva, spenzolava o pendeva a destra e a
sinistra del suo corpo - gli avambracci, i polsi, le mani (cavolo dove sono finite le mie mani?) - era
scomparso.
Avrebbe voluto gridare, ma la sua bocca era troppo secca, e anche la gola. Tutto ci che riusc a
emettere fu solo un debole gemito.
Perch non provo nessun dolore? Come mai non sono sommerso dal sangue se mi sono state
tagliate le mani? Amputate, o come si dice. Merda, anche su questo non ho chiesto nulla.
Un odore stagnante penetr nel naso di Toby, dolciastro come burro rancido, ma meno intenso.
Ci volle un po' prima che capisse che la morsa in cui si sentiva stretto era costituita da pareti che gli
rimandavano indietro il suo alito cattivo. E impieg ancora un po' di tempo a ritrovare, con enorme
sollievo, le sue mani. Proprio dietro la schiena.
Sono legato. No, sbagliato. Sono incastrato.
Ora i suoi pensieri si accavallavano.
In ogni caso sono disteso sulle braccia.
Cerc di pensare febbrilmente a ci che aveva fatto prima di finire l dentro. In quel nulla. Ma
in testa sentiva solo l'improvvisa ondata di dolore che sembrava aver spazzato via ogni suo pensiero.
L'ultima cosa che ricordava era che di sera avevano fatto una partita a tennis nel soggiorno con
quel maledetto gioco in cui ci si doveva muovere come degli stupidi davanti al televisore e in cui Lea
vinceva sempre. Poi mamma li aveva messi a letto.
E ora si trovava l. In quel nulla.
Toby deglut, e di colpo la paura aument.
Aumento cosi tanto che non si accorse del rivolo maleodorante che scivol tra le sue gambe. La
paura di essere sepolto vivo caus ci che l'angusta e imperscrutabile prigione non aveva ancora del
tutto provocato: lo paralizz.
Toby deglut nuovamente e pens che l'oscurit era come un essere vivo che poteva bloccare
qualcuno, e che aveva il sapore del metallo se la si inghiottiva.
Cominci a sentirsi male come quella volta che aveva voluto leggere in macchina e suo padre si
era arrabbiato perch poi si erano dovuti fermare. Trattenne il respiro per non vomitare, quando
all'improvviso...
Cavolo, ma cosa... ?
Toby fece scorrere la lingua in bocca e inciamp in un oggetto estraneo.
Dio mio, cos'?
L'oggetto aderiva perfettamente al palato con la sua superficie dura e liscia.
E fredda.
Fece scorrere la lingua su quella cosa e sent che si formava sempre pi saliva. Intuitivamente
respir solo attraverso il naso e cerc di sopprimere lo stimolo di deglutire ancora, finch, con un
leggero schiocco del palato, riusc a staccare quel corpo estraneo che gli cadde sulla lingua.
E a quel punto seppe di cosa si trattava. Anche se Toby non poteva ricordare come fosse
arrivato laggi, chi lo avesse preso e nascosto e perch fosse imprigionato, anche se non aveva la
minima idea di cosa fosse quell'oscuro nulla che lo avvolgeva, almeno aveva risposto a una domanda.
Quella era una moneta.
Prima che Tobias Traunstein fosse sepolto nel pi oscuro nascondiglio del mondo, qualcuno gli
aveva infilato una moneta in bocca.
80
(44 ore e 31 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Tu, stronzo inaffidabile, egoista e privo di sentimenti. Ti sei dimenticata "ripugnante" e
"stupido coglione". La mia voce suon calma, molto pi calma di quando di solito litigavo con quella
che purtroppo era ancora mia moglie. Ancora, perch durante il nostro ultimo incontro avevamo optato
per la separazione. Nicci pronunci la frase che mi ripeteva ogni sera, almeno una volta: Ogni tanto
mi domando come ho potuto stare con te!.
Ottima domanda.
Per essere sincero, non avevo mai capito cosa ci trovassero in me le donne. Solo nell'aula della
facolt di Psicologia in cui ci eravamo conosciuti io e Nicci, c'erano un sacco di ragazzi di sicuro molto
pi attraenti, alti e interessanti di me. Tuttavia lei aveva scelto il sottoscritto. Non poteva dipendere di
certo dal mio aspetto fisico. Odio vedermi nelle foto. Su duecento scatti, ce n' al massimo uno di cui
non mi vergogno. E di solito  la fotografia pi scura o sfocata, in cui non si nota che il mio mento sta
lentamente diventando doppio. Spesso un tempo, a causa del mio sguardo triste, mi hanno paragonato a
Nicolas Cage, ma oggi con lui non ho altro in comune che la rada capigliatura. Dal mio trentesimo
compleanno ho messo su almeno un chilo all'anno. E questo nonostante eviti i fast food e vada due
volte a settimana a correre. Nicci una volta aveva mi confess che all'inizio della nostra relazione mi
aveva definito un "oggetto per amatori". Come un'auto d'epoca bisognosa di restauro: abbastanza
vecchia da ottenere l'incentivo per la rottamazione ma, nonostante i difetti, troppo attraente per
sostituirla con un nuovo modello qualsiasi. Ovviamente, qualsiasi fosse il senso di tutto questo, nel
frattempo Nicci aveva cambiato idea.
Che razza di padre lascia suo figlio di dieci anni da solo in un ospedale per malati terminali?
chiese furiosa.
Non avevo voglia di spiegarle che Julian si era mostrato assolutamente comprensivo quando lo
avevo chiamato dall'auto e gli avevo spiegato di distribuire i giochi da solo per quel giorno, perch era
sorta un'emergenza. Dovevo a tutti i costi raggiungere il luogo del fatto, e non era il caso di portarci un
bambino di dieci anni.
E quale madre manda suo figlio dallo sciamano per una bronchite? ribattei.
Maledizione, cosa avrei dato in quel momento per una sigaretta. Senza neanche accorgermene,
afferrai il mio braccio destro, sul quale avevo appiccicato il cerotto contro il fumo. Tenevo il telefono
fra il mento e il collo.
Non cambiare discorso, Alex rispose Nicci dopo una breve pausa. Hai lasciato Julian senza
neppure un soldo per il taxi.
Perch da qualche parte devo aver perso il portafoglio. Santo Dio, a volte le cose non vanno
cos lisce.
A volte dei bambini vengono persino rapiti e uccisi.
Nel tuo mondo, Alex... rispose lei. Nel tuo mondo accade una disgrazia dietro l'altra, perch
hai quelle vibrazioni.
Ti prego, non ricominciare....
Mi tremavano le mani e provai a calmarmi mentre stringevo sempre pi forte il volante. Da
quando stavo tentando di smettere di fumare, la mia inquietudine era peggiorata.
Nonostante quel cerotto bruciante sul bicipite.
Si tratta della tua energia negativa. Tu attiri il male disse quasi con compatimento.
Mi limito a scrivere "sul male", riporto i fatti. L fuori c' uno psicopatico che distrugge le
famiglie in un modo talmente spaventoso che perfino il giornale per cui lavoro non ha il coraggio di
riportare tutti i dettagli.
Gioca al gioco pi vecchio del mondo: nascondino. E lo gioca fino a che l'intera famiglia 
distrutta. Gioca fino alla morte.
Il mio sguardo si pos sul giornale vecchio posato sul sedile a fianco, con il titolo che io stesso
avevo scritto:
IL COLLEZIONISTA DI OCCHI COLPISCE ANCORA!
TERZO BAMBINO TROVATO MORTO.
Come era gi accaduto nel mio precedente lavoro di negoziatore alla polizia, anche il mio
nuovo impiego al giornale mi aveva spesso portato al limite di ci che la mente umana poteva
accettare. Di certo il caso del Collezionista di occhi aveva conferito al termine "orrore" una nuova
dimensione: il serial killer uccideva le madri e ne rapiva i figli, concedendo ai padri solo poche ore per
ritrovarli prima che morissero nel nascondiglio in cui li aveva segregati. E il fatto che lo psicopatico
asportasse l'occhio sinistro al bambino morto balzava definitivamente oltre i confini del concepibile.
I pensieri negativi si materializzano nella realt continu Nicci. Pensa positivo, e il positivo
ti verr incontro.
Nel frattempo sulla tangenziale avevo raggiunto l'uscita Messedamm, cercando di contare fino a
dieci prima di risponderle. Ma al sette avevo gi perso la pazienza.
Pensare positivo? Ma sei diventata deficiente? Il Collezionista di occhi ha gi vinto tre
partite.
Sei morti: tre madri e tre bambini, due femmine e un maschietto.
Credi davvero che se adesso accosto a destra e mi metto a canticchiare un motivetto allegro
quel pazzo si fermer? No, meglio ancora: inoltro semplicemente un ordine all'universo, cos come 
scritto sul tuo libro, quello che tieni sul comodino risposi sempre pi rabbioso. Oppure telefono a
una di quelle linee di astrologia a pagamento, per le quali sperperi lo stipendio. Forse la casalinga
all'altro capo del telefono potrebbe dare velocemente un'occhiata ai fondi del caff e dirmi dove si
nasconde il Collezionista di occhi?.
Allontanai il cellulare dall'orecchio per vedere di chi fosse la chiamata che sentivo in attesa.
Aspetta un momento, per favore le dissi, e accettai la seconda chiamata con sollievo e
gratitudine.
79
Ciao Alex. Sono il tuo praticante preferito.
Frank Lahmann.
Se non fosse stato un momento tanto brutto gli avrei chiesto: "Il mio praticante preferito? Ti sei
per caso licenziato?". Ma di certo non ero in vena di scherzi, quindi optai per un breve Ciao.
Mi dispiace molto disturbare il tuo sonnellino pomeridiano, Zorbach, ma Thea vuole sapere se
sarai presente alla riunione di mezzogiorno.
In redazione, la maggior parte dei colleghi era infastidita dai modi saccenti di Frank, ma io
stravedevo per quel pivello di ventun anni, forse perch eravamo sintonizzati sulla stessa lunghezza
d'onda, superata e anacronistica. Quasi tutti i novellini che lavoravano nella nostra redazione lo
facevano per un motivo sbagliato: ritenevano che fosse molto trendy un impiego nel campo
dell'informazione e speravano di trovarsi prima o poi al centro dell'attenzione, come accadeva ai
protagonisti delle storie su cui lavoravano. Ma per Frank era diverso, per lui il giornalismo non era un
lavoro, ma una vocazione e avrebbe seguito persino se il nostro giornale lo avesse pagato ancora meno.
Il compenso orario per gli straordinari che era ridicolo.
A volte mi era capitato di leggere in qualche romanzo la frase "in te rivedo me stesso", e prima
l'avevo sempre trovata sdolcinata e assurda.
Ma da quattro settimane, cio da quando avevo trovato il sacco a pelo di Frank nella stanza
della fotocopiatrice, inciampavo spesso in quel pensiero. Il mio praticante mi ricordava veramente me
stesso nel periodo dell'apprendistato in polizia: completamente invasato, avido di lavoro e, a volte,
dannatamente irrispettoso nei confronti del proprio mentore.
E devo anche riferirti che alla riunione sarebbe meglio che presentassi almeno un paio di fatti
che non siano gi da troppo tempo sulle prime pagine dei siti Web della concorrenza. Altrimenti, cito
letteralmente la megera, "piover a dirotto, ma non saranno applausi".
Frank aveva un tono ancora pi alto del solito, come di uno che si fosse appena svegliato e
cercasse a tutti i costi di nasconderlo. Ma forse dipendeva solo dalle innumerevoli tazze di caff che di
certo aveva buttato gi anche quel giorno.
La riunione in redazione.
Gemetti sommessamente. Per favore, riferisci alla nostra caporedattrice che oggi non ce la
faccio.
Di nuovo...
Oh, ragazzi... disse lui ridendo. Sarai scomunicato. Ma... aiuto! Thea sfogher la rabbia su
di me, stai a vedere che finir come inviato a un qualche raduno annuale dei pescatori con la mosca o
merde simili.
Se lo pu scordare. Ho bisogno di te, oggi.
Frank toss nervosamente. Probabilmente stava sbirciando al di sopra del monitor, verso
l'ufficio di Thea, con l'aria di un cospiratore.
Cosa devo fare, mio comandante? sussurr.
Vai alla mia scrivania. In un cassetto, credo l'ultimo, dovrebbero esserci cinquanta euro e una
carta di credito. Legati con un elastico.
Per qualche minuto sentii solo il fruscio della linea e i tipici rumori che provengono dall'ufficio
di una redazione.
Ci sono solamente venti euro, spaccone. E una American Express verde, nemmeno quella
oro.
Devi portarmeli subito. Ho perso il portafoglio e non ho neppure i soldi per fare benzina.
Il portafoglio. Che sfiga.
Udii il cigolio di una sedia da ufficio e immaginai Frank seduto alla mia scrivania nella
posizione che assumeva di solito durante le telefonate: il cellulare bloccato fra la clavicola e il mento, i
gomiti appoggiati al tavolo e le mani dietro la nuca rasata.
C'era almeno la foto di un bambino, dentro?.
Di Julian?
Cosa? No. Ero confuso.
Male. Molto male.
Si schiar la gola: il segnale che anticipava un monologo. Fui distratto dall'autista di un minibus
che, davanti a me, aveva cambiato corsia all'improvviso, e quindi persi l'occasione per fermare sul
nascere il discorso di Frank.
Uno studio dell'Universit dell'Hertfordshire dimostra che i portafogli vengono restituiti molto
pi facilmente se contengono qualcosa di personale. Foto di bambini, della moglie o di cuccioli
domestici, per esempio.
E sicuramente molto interessante risposi, ma parve non cogliere l'ironia nel mio tono.
Hanno disperso volutamente duecentoquaranta portafogli per verificare quali di questi
sarebbero stati....
Frank, adesso basta, okay? Non ho davvero tempo per queste cagate.
Finalmente riuscii a impormi.
Adesso prendi i soldi e mettiti in moto
Gli fornii l'indirizzo e chiusi con le parole: E preparati. Temo che sia successso di nuovo.
Improvvisamente non udii pi nulla e temetti di aver perso la linea, quando all'altro capo sentii
un bisbiglio.
Il Collezionista di occhi? chiese Frank. S.
Merda mormor. Era ancora troppo giovane e ingenuo per poter commentare in modo
professionale e freddo I certe notizie. Anche questo apprezzavo in lui. Capiva quando non era pi il
caso di scherzare.
Un anno prima avevo pescato Frank da un mare di candidature e mi ero imposto su Thea
Bergdorf, che avrebbe assunto pi volentieri una graziosa bambolina uscita dalla scuola di giornalismo
di Monaco piuttosto che quel "lattante", come lo aveva definito dopo aver dato un'occhiata alla sua
foto. Sembra il ragazzo sulla confezione delle fette biscottate, non lo prenderanno mai sul serio.
Ma Frank Lahmann era l'unico che si era candidato non con un curriculum, bens con una
storia. Un rapporto sulle pesanti negligenze verso i malati di demenza senile nelle case di riposo
private, con il quale si era conquistato uno spazio a pagina quattro. Inoltre era un asso nelle ricerche
presso le agenzie di stampa, le biblioteche e su Internet, anche se non perdeva occasione, che fosse
adatta o meno, per fare sfoggio delle conoscenze che ne derivavano.
Ci vediamo fra un quarto d'ora conclusi, e tornai alla telefonata con Nicci, che con mio
grande stupore era ancora in attesa.
Senti, mi dispiace che ora tu debba andare a prendere Julian le dissi con un tono conciliante.
La pioggia cadeva di nuovo fitta, la temperatura era di poco sopra lo zero, e davanti a me sgusci un
uomo con un cappello. Ti prometto che non accadr pi. Ma ora devo davvero lavorare.
Nicci sospir. Anche lei sembrava essersi un po' calmata nel frattempo. Alex... Cosa ti 
successo? Potresti scrivere su tante cose. Sulla felicit e sull'amore, per esempio. O sulle persone che
con i loro gesti e pensieri cambiano il mondo.
Passai davanti a una zona di orti sociali, poi l'asfalto termin e la strada si trasform in un
viottolo pieno di buche. Un tempo andavo spesso in quella zona per giocare a tennis, quindi mi ci
orientavo bene. Non era la strada diretta per arrivare alla Khlen Weg, ma in questi casi era meglio non
entrare dalla porta principale.
Ma l'incidente, quella volta....
Sul ponte.
...ha distrutto qualcosa in te. Sei stato assolto su tutti i punti, ma non da te stesso, giusto? Ne
abbiamo gi discusso tante volte: hai agito in una situazione di emergenza. E stato giusto cos. C'
persino un video amatoriale che conferma la tua dichiarazione.
Scossi la testa senza dire nulla.
Invece di accettarlo come un segno del destino e cambiare la tua vita, continui a correre dietro
ai delinquenti. Certo, non pi con la pistola, ma con il registratore e la penna. Cerchi costantemente il
baratro. La voce di Nicci trem. Dimmi, perch? Cosa c' nella morte che ti affascina al punto di
trascurare tuo figlio, la tua famiglia e perfino te stesso?.
Strinsi con forza il volante.
E perch vuoi punirti? Cerchi il male perch tu stesso ti consideri un uomo malvagio?.
Trattenni il fiato senza rispondere. Mi limitai a fissare oltre il parabrezza, davanti a me, e a
riflettere. Infine decisi di ribattere, ma mi resi conto che la donna da cui un tempo avevo creduto che mi
avrebbe separato solo la morte non era pi al telefono.
Il viottolo si era trasformato in una carreggiata per cavalli. Alla mia sinistra si ergeva una fila di
piccole casette in legno dall'aria borghese e a destra c'erano i campi del circolo di tennis Borussia.
Ignorai il divieto d'ingresso per i veicoli di ogni tipo e feci avanzare la Volvo fino all'angolo.
Il peggio , pensai mentre riconoscevo, a circa duecento metri di distanza, i lampeggianti della
carovana di mezzi di servizio che impedivano l'accesso alla Khlen Weg, il peggio  che l'ipotesi di
Nicci, per quanto stravagante, nasconde un frammento di verit.
Indietreggiai con la Volvo e la parcheggiai vicino alla recinzione metallica ricoperta di fango
che separava il sentiero dai campi da tennis.
C'era una ragione se eravamo stati insieme per tanto tempo, nonostante le interminabili liti
sull'educazione di Julian e sulla pianificazione della vita. Vivevamo separati da sei mesi, ma
ovviamente lei era l'essere vivente che sentivo pi vicino di ogni altro sul pianeta.
Scesi, aprii il bagagliaio, estrassi la valigetta e la borsa sportiva e le aprii.
Mi ha guardato dentro, pensai mentre indossavo l'abbigliamento di protezione che doveva
evitare che potessi contaminare l'ambiente: una tuta bianca di materiale sintetico e un paio di copri
scarpe in plastica verde chiaro, che infilai sulle mie Timberland sfasciate.
Il male mi attrae.
Irresistibilmente.
E non so il perch.
Richiusi il bagagliaio e scrutai il percorso che conduceva al luogo del ritrovamento. Poi svoltai
di lato e sparii nella vegetazione.
78
(44 ore e 6 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
Stoya fissava gli occhi della morta e aveva la sensazione di udire le sue urla.
Sentiva ancora i silenziosi moniti con cui il professore di medicina legale avvertiva i suoi
studenti: perfino quando si riesce a mantenere sufficiente distacco tra s e quell'orrore che potrebbe
assalire anche il pi imperturbabile inquirente alla vista di un cadavere; perfino quando si cerca di
considerare non pi come individuo, ma soltanto come elemento di prova un corpo che  stato straziato,
abusato e ucciso dalle mani di un altro essere umano e, come un mucchio di spazzatura, buttato alla
merc di insetti, animali e intemperie - perfino in questi casi non si possono non udire le grida di
rimprovero che i cadaveri lanciano a chi li ritrova. Urlano con gli occhi.
Philipp Stoya avrebbe voluto voltarsi tappandosi le orecchie perch oggi quell'urlo era troppo
agghiacciante.
La giovane donna era scalza e vestita solo con una leggera vestaglia sotto la quale non
indossava n gli slip n il reggiseno. Lucia Traunstein giaceva bocconi sul prato, a pochi passi dalla
rimessa per gli attrezzi quadrata dove l'aveva trovata il marito nel pomeriggio, all'interno del giardino
della loro villa. Le gambe spalancate mostravano il pube completamente rasato. Tuttavia, con una
certezza quasi totale, non si trovavano davanti a un delitto a sfondo sessuale.
La scomparsa dei gemelli, Tobias e Lea, e il cronometro nella mano di Lucia parlavano un'altra
lingua.
La lingua malata di mente del Collezionista di occhi, pens Stoya.
La serie di delitti pi orrenda che fosse stata compiuta dal dopoguerra era iniziata tre mesi fa,
quando Peter Strahl, un muratore di quarantadue anni, era tornato a casa per trascorrere il fine
settimana con la propria famiglia. Aveva passato parecchio tempo a Francoforte, dove lavorava in un
grande cantiere. Da anni la coppia era abituata a questi periodi in cui il marito era assente per lavoro,
ma questa volta era stato via per diverse settimane. Come piccolo risarcimento aveva portato dei fiori
per la moglie e una bambola di plastica per la piccola Karla. Ma non gli fu mai possibile consegnare i
due doni. Strahl trov la moglie riversa sul pavimento della casa, con il collo spezzato. La donna
stringeva nel pugno un oggetto che pi tardi si rivel essere un cronometro; un modello piuttosto
comune, venduto soprattutto in Germania.
Quando il tecnico della scientifica cerc di aprirle le dita per prendere il cronometro, il conto
alla rovescia si attiv. Il display digitale si mise in moto. Il tempo cominci a scorrere a ritroso.
Il primo pensiero fu che fosse una bomba, perci tutto il caseggiato di dodici famiglie fu fatto
sgomberare. Ma alla fine ci si rese conto che era molto peggio: si trattava dell'ultimatum per Karla. La
piccola era scomparsa senza lasciare traccia, e non ricomparve mai pi viva. N la polizia n il padre
disperato riuscirono a trovare il nascondiglio in cui lo psicopatico l'aveva rinchiusa. Una prigione in
cui, allo scadere del termine delle quarantacinque ore, fu uccisa. O almeno questo se condo le
dichiarazioni della medicina legale. Il luogo in cui fu ritrovato il corpo della piccola Karla, un campo
nella periferia di Marienfelde, non era sicuramente quello della morte, in quanto l non c'era acqua.
L'opinione pubblica era convinta che i bambini fossero stati uccisi in uno stesso nascondiglio, cosa che
in effetti appariva molto probabile. Tuttavia l'autopsia aveva rivelato qualcosa che era stato
volutamente tenuto segreto: le vittime erano state affogate. Nella schiuma formatasi dal liquido inalato
involontariamente durante l'annegamento, erano state rilevate tracce di acqua sporca e inquinata.
Poich questo fatto era identico in tutte le vittime, si pensava che il Collezionista rinchiudesse le sue
vittime sempre nello stesso luogo. L'analisi dell'acqua e quella relativa alla contaminazione della pelle
indicavano che non si trattava di un luogo con acqua naturale, ma questo era un dettaglio che non
restringeva affatto la ricerca del nascondiglio. Ogni casa che avesse una piscina nel sotterraneo
diventava sospetta.
Basterebbe persino una maledetta vasca da bagno, pens Stoya.
Una cosa era certa: n Karla, n Melanie o Robert - le piccole vittime che furono trovate poche
settimane dopo - erano stati uccisi all'aperto. E neppure il loro occhio sinistro era stato rimosso in un
luogo esterno.
Lo ammazzo. Stoya ud una voce soffocata alle sue spalle mentre cadeva in ginocchio
davanti al corpo. Neppure la morte era riuscita a rubare a Lucia l'avvenenza e il fisico curato che hanno
spesso le donne i cui uomini sono considerevolmente pi vecchi, considerevolmente pi brutti e, non
ultimo, considerevolmente pi ricchi. Il proprietario della pi grande catena di lavanderie di Berlino,
Thomas Traunstein, avrebbe potuto permettersi ben pi di una villa. E di sicuro pi di una donna come
Lucia.
Lo ammazzo quel porco. Lo giuro!.
Il collega alle sue spalle che si stava abbassando, passava a malapena sotto il tendone che i
tecnici della scientifica avevano montato pochi pochi minuti prima nel giardino. Mike Scholokowsky
era alto quasi due metri: il genere di amico che si chiama durante il trasloco quando serve qualcuno per
portare l'armadio al quinto piano.
Forse  una lei mormor Philipp Stoya. Le sue ginocchia scricchiolarono quando si alz
lentamente, senza distogliere lo sguardo dalla donna morta.
Eh?.
Lo ammazzi, Scholle. O la ammazzi. Ancora non sappiamo se l'assassino  maschio o
femmina.
Tutte le vittime, sia le donne che i bambini, non erano particolarmente robuste o forti. Perci
non dovevano esserci state forti resistenze. La mancanza di qualsiasi elemento di 1otta portava a
pensare che l'assassino avesse giocato sull'effetto sorpresa. Il responsabile della morte di Lucia
Traunstein e del rapimento di Tobias e Lea poteva essere sia uomo che donna, o si sarebbe potuto
trattare anche di pi di una persona. Questo aveva affermato il professor Adrian Hohlfort, il
criminologo che collaborava al caso. Purtroppo non aveva scoperto molto altro.
Scholle inspir forte col naso, si gratt il doppio mento e rimase a fissare la donna, il cui capo
stava grottescamente ripiegato di novanta gradi sul busto. Osso del collo spezzato. Un altro indizio
dello schema d'azione del Collezionista.
Gli occhi sbarrati della morta fissavano sbigottiti oltre i due agenti, verso il cielo ricoperto di
nubi.
No, non stanno fissando. Stanno urlando.
Cazzo, chi se ne frega. Scholle vomit rabbioso le parole nell'aria gelida. Anche se fosse
una suora schifosa. La ammazzo comunque.
Stoya annu. Come capo della squadra omicidi del sesto distretto avrebbe dovuto pretendere pi
freddezza dal suo assistente. Invece rispose soltanto: E io ti do una mano.
Anch'io non ce la faccio pi. Tutto questo  troppo. Stavolta dovevano vincere la partita di quel
gioco perverso e catturare il Collezionista prima che l'ultimatum scadesse e il primo passante
inciampasse sul corpo morto di un bambino.
Il corpo morto di un bambino a cui il pervertito avrebbe tolto l'occhio sinistro... Mio Dio, che
mattinata.
Stoya guard Scholle, il quale era cos furioso che avrebbe strappato il tendone, e ancora una
volta dovette ammettere a se stesso che si sentiva spinto da motivi diversi da quelli del collega.
Scholle voleva la vendetta. Lui voleva solo vivere meglio. Maledizione erano pi di vent'anni
che dava la caccia a degli schifosi sbandati, e a met dei quaranta aveva l'aspetto di una mela avvizzita.
La pelle macchiata, le borse cadenti e grinzose sotto gli occhi e una bella pelata. Il prezzo di uno stress
continuo e di poche ore di sonno per notte. Tutto questo per non sarebbe stato un problema, se quel
lavoro avesse almeno nutrito il conto in banca tanto da portare le donne a non dare troppa importanza al
suo aspetto. Negativo. Era ancora solo e la maggior parte dei delinquenti cui dava la caccia
guadagnavano di pi in un'ora che lui in un mese intero.
Scholle vuole la vendetta. Io voglio la carriera.
S, maledizione, al contrario degli altri non era cos ipocrita da non ammetterlo apertamente.
Stoya non aveva pi voglia di infilare le mani nella merda. Mirava a una collocazione politica come
presidente di un ente qualsiasi, con orari di lavoro fissi, uno stipendio pi alto e una grande scrivania
dietro la quale piazzare il proprio culo.
Che ci vadano gli altri ad accovacciarsi sotto la pioggia davanti al cadavere nudo di una
donna.
Al momento, comunque, era distante anni luce dal suo scopo e se non avesse trovato al pi
presto una soluzione, come minimo si sarebbe ritrovato nuovamente in divisa. Pur con motivi
differenti, lui e Scholle miravano almeno allo stesso bersaglio.
Dobbiamo trovare quel pazzo.
Con le dita irrigidite Stoya cerc il piccolo sacchetto di plastica che aveva nella tasca dei
pantaloni. Non appena fosse arrivato il medico legale, che era gi stato informato della particolare
situazione, sarebbe entrato nella villa  all'interno della quale, al momento, uno psicologo assisteva il
marito e si sarebbe chiuso nel bagno. Sperando che nella bustina fosse rimasta abbastanza roba da
consentirgli di restare sveglio le successive quarantacinque ore...
Cosa diavolo... ?
Stoya ud il cambiamento vicino a lui prima ancora di vederlo. Il suono della pioggia a due
metri circa dal tendone non picchiava pi sulla terra ma su una superficie dura. Su degli indumenti. Per
essere precisi su una tuta di protezione bianca come quella che indossavano gli agenti della scientifica.
Maledizione, che ci fa quello stronzo qui? chiese il suo collega. La rabbia impotente
accumulata contro il Collezionista trovava finalmente un capro espiatorio. Il giornalista che li fissava a
breve distanza era una spina nel fianco per Scholle. Alexander Zorbach era arrivato di soppiatto dal
Grunewald e ora si trovava accanto alla recinzione con un altro uomo, molto pi basso e giovane di lui.
Fritz, Frank o Franz. Stoya ricordava vagamente che Zorbach gli aveva presentato il suo
assistente a una conferenza stampa.
Sparisci intim Scholle, ma Stoya gli pose una mano sulla spalla per calmarlo.
Rimani qui, ci penso io.
77
Stoya sollev sulla testa il cappuccio del piumino e si inoltr nella pioggia scrosciante. Sebbene
a ogni passo sentisse la rabbia aumentare, era felice di poter lasciare per un po' quella bruttura alle sue
spalle.
Cosa ci fai qui? chiese quando fu da Zorbach, vicino alla rete. Il suo giovane lacch si teneva
a qualche metro di distanza. Maledizione, che cosa vuoi?.
Non gli porse la mano, e non oltrepass neppure il cancello della staccionata cos da potersi
riparare sotto un albero.
Non dirmi che sono il primo? chiese Zorbach, e la sua voce era pi stupita che trionfante. Da
quando Stoya lo conosceva, Alex non cercava mai di mettersi in mostra. A lui interessava solo la verit.
E, a differenza dei suoi colleghi, non firmava con l'intero nome le sue storie basate su ricerche
approfondite, ma utilizzava una sigla anonima. Nel frattempo, a ogni modo, tutti avevano ormai capito
chi si nascondeva sotto la sigla A.Z.
Stoya infil con rabbia le mani bagnate nelle tasche dei pantaloni.
S, sei il primo e mi chiedo come hai fatto.
Zorbach rise a fatica. Aveva i capelli fradici e le mani rosse dal freddo, ma la cosa sembrava
non infastidirlo troppo.
Ah, ma dai, Philipp, da quanto tempo ci conosciamo? Non vorrai che ti dica che passavo di qui
per caso, vero?.
Gi, con scarpe d'ordinanza e la tuta di protezione.
Stoya scosse il capo. Per caso. Quella era la solita scusa di quelle iene dei giornali, alle quali
naturalmente era proibito ascoltare le comunicazioni interne della polizia.
No, Alex, stavolta non posso far finta di nulla. Devo sapere la verit. E non cominciare con le
tue intuizioni merdose.
Zorbach era un fenomeno. Gi allora, quando ancora lavoravano insieme, il suo fiuto cos
sensibile a volte gli parso quasi sospetto. Sebbene non avesse mai terminato gli studi di psicologia,
Alex era stato uno dei migliori negoziatori della polizia. La sua capacit di immedesimazione e il dono
di cogliere anche le pi piccole sfumature nei comportamenti emozionali degli altri erano leggendari.
Fu un disastro quella fatalit sul ponte.
Non capisco cosa intendi rispose Zorbach e si asciug la pioggia dalle sopracciglia. Lo sai
che sto sul caso dall'inizio. Non scrivo nulla che possa danneggiarvi. Al contrario, sto cercando di
aiutarti e pensavo che avessimo un accordo.
Stoya annu e grosse gocce caddero dal pelo sintetico del suo cappuccio. Zorbach era
ufficialmente esonerato dal servizio nella polizia, tuttavia fra di loro regnava sempre una fruttuosa
simbiosi. Ancora oggi, sette anni dopo l'incidente si ritrovavano a intervalli irregolari. E quante volte,
in quelle discussioni non ufficiali su un caso, venivano alla luce domande decisive che lo portavano a
progredire nelle indagini? Grazie all'antico legame e per riconoscenza, Alex aveva il privilegio di
ottenere le informazioni importanti sempre un po' in anticipo rispetto agli altri giornalisti.
Oggi per il suo ex collega sembrava mantenere le distanze.
Alex, non scherziamo. Dimmi la verit. Perch sei qui?
Lo sai.
Dimmelo.
Zorbach sbuff. Accidenti, ho ascoltato la radio della polizia.
Non prendermi per il culo.
Ehi, che ti succede?.
Stoya gli afferr il braccio. Lo chiedo a te. Dimmi a che gioco stai giocando!.
Alex impallid. Gli tremarono le labbra e cerc debolmente di liberarsi dalla stretta di Stoya.
Non sparare cazzate, amico. Avete diramato un uno-zero-sette.
Stoya scosse la testa con forza. Per prima cosa: non utilizziamo pi questo codice. Secondo:
dall'ultimo ritrovamento  stata messa in atto una disposizione interna per cui, in caso si tratti del
Collezionista, comunichiamo solo su frequenze sicure. Grazie a te verremo comunque massacrati in
pubblico. Pensi veramente che strombazziamo delle informazioni cos delicate nelle orecchie di un
qualunque radioamatore?.
Da lontano rimbomb un tuono e il cielo si oscur ulteriormente.
Non  una cazzata? chiese Zorbach incredulo, passandosi la mano fra i capelli fradici.
No, nessuna merdosa radio di servizio. Non abbiamo diramato nulla. Stoya lo fiss,
diffidente e furioso. Adesso piantala con i giochetti, Alex, e dimmi la verit: come diavolo hai fatto a
sapere cos in fretta che qui avevamo trovato il corpo?.
76
(13 ore e 57 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Va sempre peggio dissi e lasciai vagare lo sguardo nello studio. Adesso sento persino le
voci!.
Come durante la mia prima visita, mi chiesi di nuovo dove finisse tutto il denaro che numerosi
pazienti sperperavano in questa clinica privata. Con quei muri in arenaria macchiati, l'istituto
psichiatrico sembrava gi dall'esterno in rovina. Ma anche dentro la clinica necessitava di una
ristrutturazione. Fino a quel giorno avevo gi incontrato il mio medico tre volte, e in tre ambienti
diversi, i quali si differenziavano solo per le dimensioni e il colore delle macchie di umidit che dal
tetto si diramavano in basso, verso le pareti, fino a raggiungere il pavimento di linoleum opaco.
Non ho studiato a lungo come lei, dottor Roth. Non sono arrivato fino ai disturbi
post-traumatici, perci le chiedo: potrebbe avere a che fare con questo?.
Cio col fatto che sette anni fa ho ucciso una donna?
Il primario dietro la scrivania mi guard attentamente ma non disse nulla. Il dottor Martin Roth
era un eccelso ascoltatore, una dote che lo aveva predestinato al mestiere psichiatra. Con mia sorpresa
inizi a ridere sommessamente. Non mi pareva che lo avesse mai fatto durante le sedute precedenti. E
di certo aveva scelto davvero il momento sbagliato per cominciare.
Mentre accavallavo nervosamente le gambe sulla sedia desiderando fortemente una sigaretta, il
suo sorriso si allarg, conferendogli un'aria ancora pi giovane. Al primo incontro lo avevo scambiato
per uno studente e non per l'esperto che pochi anni prima, con la terapia del famoso psichiatra Viktor
Larenz, era finito sulle pagine del nostro giornale.
Come molti prima di me, lo avevo sottovalutato. Di sicuro l'aspetto ideale di un luminare nel
campo della terapia per gravi disturbi della personalit non corrisponde a quello di un ragazzo: la pelle
di Roth era liscia, quasi rosea, e il bianco dei suoi occhi brillava come la T-shirt nuova che indossava
sotto la polo aderente. Solo l'iniziale calvizie all'attaccatura dei capelli e alle tempie rivelava che la sua
et era pi avanzata.
Si calmi mi disse infine e tir verso di s una sottile cartellina sul piano di plexiglas.
Non ha motivo di preoccuparsi.
Non ho motivo di preoccuparmi?
Solo ieri, dalla frequenza della polizia, ho sentito provenire voci che in realt non c'erano e lei
mi dice che non devo preoccuparmi?.
Annu e apr la cartellina. Allora, proviamo a rivedere la cosa. Dopo l'incidente sul ponte si 
sottoposto a una cura. Soffriva di forti disturbi dissociativi.
Annuii con un grugnito.
I miei incubi si riversavano nella mia vita.
Non saprei come altro descriverlo. Prima fiutavo, poi udivo e infine vedevo le cose che mi
avevano perseguitato durante i miei incubi. Non sempre si trattava della donna e del bambino sul ponte.
Due settimane dopo la tragedia, per esempio, sognai di un fulmine che a intervalli ravvicinati si
abbatteva sempre pi vicino a me. Fuggivo a piedi nudi per salvarmi e mi ferivo su dei vetri rotti, dei
chiodi e delle lattine arrugginite di cui la strada era piena. Molto dopo notavo che il fulmine mi aveva
spinto verso una discarica, e al centro si ergeva un albero dorato e luminoso sotto il quale cercavo
protezione.
Tu nei prati non scappare.
Nel sogno piangevo perch non riuscivo a capire che tipo di albero fosse quello sotto il quale
stavo per ripararmi.
Devi le querce evitare.
Capivo che di sicuro ero caduto nella trappola e aspettavo il colpo mortale da un momento
all'altro.
Perch  il faggio che devi trovare.
Con dita tremanti toccavo la corteccia e poi appariva quell'orrore. L'albero si trasformava. La
corteccia diveniva tenera, quasi gelatinosa. Qualcosa di appiccicoso mi rimaneva attaccato alle dita.
Quando mi accorgevo delle larve, che non erano solo sulla mano ma mi ricoprivano tutto il corpo
cominciavo a gridare. E poi vedevo che l'albero e tutta la discarica si erano trasformati in un unico
ammasso di scarafaggi, larve e vermi.
Solo allora mi ero svegliato di soprassalto.
Ma il puzzo putrido del deposito ristagnava nella mia camera anche dopo il risveglio. Corsi
verso la finestra e la aprii ma nonostante questo non riuscivo ancora a respirare. Invece di aria fresca, la
camera fu invasa da un nuovo ma non meno insopportabile odore di marcio. E sebbene fosse
un'assolata mattina domenicale, un fulmine scintill nel cielo e colp l'albero davanti alla finestra, che
esplose e si disintegr in migliaia di larve, una fiumana convulsiva e guizzante che si riverso sul prato e
cominci ad avanzare verso la nostra casa.
Nel momento in cui le larve si stavano arrampicando sulla facciata verso di me, qualcuno alle
mie spalle mi prese trascinandomi via dalla finestra. Nicci.
Le mie urla l'avevano svegliata e spaventata a morte. Pi tardi mi raccont che ci volle pi di
un'ora per calmarmi.
Allora le furono prescritti subito dei medicinali continu il dottor Roth e gir una pagina
della mia cartella clinica. Le avevano somministrato dei neurolettici e il suo stato era migliorato fino a
che i sintomi, in circa due anni, erano scomparsi.
Per ricomparire ieri.
No.
Il dottore sollev lo sguardo dalla cartellina e di nuovo gli comparve quel sorriso sulle labbra.
No? chiesi perplesso.
Senta, la conosco da troppo poco tempo per poter formulare una diagnosi definitiva. E non
intendo neppure mettere in discussione le visioni che l'avevano assalita. Ma dubito fortemente che lei
sia di natura schizofrenica.
In che senso?.
Non vorrei essere precipitoso, per cui mi dia tempo fino a domani, quando vedr le sue analisi
del sangue complete e avr la conferma ai miei sospetti.
Annuii senza sapere cosa ne dovessi desumere. Ogni altro paziente si sarebbe certamente
rallegrato delle supposizioni di Roth, e anche io avrei voluto credere che i miei sintomi avessero una
semplice spiegazione. Ma se non ero uno psicopatico, questo significava che...
...che le voci erano realt. E questo avrebbe confermato una connessione fra me e il
Collezionista di occhi.
A quel pensiero iniziai a sentire un fischio nell'orecchio destro, come se qualcuno avesse fatto
vibrare un diapason vicino alla mia testa. Cercai di sorridere e mi alzai per porgere la mano al dottor
Roth e salutarlo. Ma non riuscivo a concentrarmi. Dopo aver lasciato lo studio pensai di ritornare
indietro per chiedergli la prescrizione di un sonnifero, visto che nelle ultime notti non avevo chiuso
occhio, ma poi il cellulare cominci a vibrare nella tasca dei miei pantaloni.
CHIAMAMI! diceva il messaggio, e il fischio nell'orecchio aument.
A posteriori direi che la mia corsa con la morte cominci a quel punto.
75
Cosa succede?.
Frank aveva risposto subito, al primo squillo, e sembrava pi agitato di me.
Ho paura.
Paura?
Non ricordavo che in passato Frank avesse mai esternato le proprie emozioni. Normalmente era
impegnato a cercare stupide battute per nasconderle. Il suo articolo sui maltrattamenti subiti dagli
anziani nei ricoveri, per esempio, lui stesso lo definiva "la storia della carne marcia". Tra le righe,per
potevo leggere la sua rabbia e disperazione, soprattutto nel punto in cui parlava di una paziente, malata
di demenza senile, che aveva il cancro al seno e si trovava ormai allo stadio terminale, e alla quale, per
risparmiare, non venivano neppure somministrati gli antidolorifici. Frank aveva citato la cinica
affermazione di un'infermiera che aveva conosciuto durante il suo servizio civile nell'ospizio: E con
chi potrebbe lamentarsi? I figli vengono solo una volta alla settimana e lei non si ricorda pi niente.
Anche se non lo aveva mai ammesso apertamente, sapevo che nel profondo aveva festeggiato quando,
dopo l'uscita del suo reportage, tutto il personale era stato licenziato.
Dove sei? chiese arrabbiato.
Ricerche dissi, e passai attraverso la porta girevole. Fino a quel momento solo Nicci sapeva
dei miei problemi di salute e volevo che la cosa restasse tale. Si pu sapere cosa  successo?.
Certamente sai che il novanta per cento degli errori giudiziari dipende da falsi indizi.
Per questa volta risparmiami una delle tue conferenze e vieni al dunque. Di che si tratta?.
Del tuo portafoglio.
Maledizione. Mi presi la testa tra le mani. In tutta quella confusione di ieri mi ero dimenticato di
bloccare le carte di credito.
Ha chiamato la polizia? chiesi e guardai il cielo grigio di novembre. Durante la mia visita con
il dottor Roth la temperatura si era abbassata ancora sensibilmente, ma almeno aveva smesso di
piovere.
Sono stati qui in redazione, dopo che non ti hanno trovato n a casa n sul cellulare.
Ecco perch Stoya aveva continuato a cercarmi mentre andavo dal dottore. Mi ero ripromesso
di richiamarlo dopo la seduta.
Non dirmi che i miei conti sono stati prosciugati.
Peggio.
Peggio? Cosa si pu fare di peggio con il portafoglio di un altro se non derubarlo?
Oddio, forse non potrei nemmeno dirtelo.
Cercai la mia auto nel parcheggio davanti alla clinica, che a mezzogiorno si era riempito. Ma
sei ubriaco?.
L'ho sentito solo per caso mentre andavo a prendere un caff e sono passato davanti all'ufficio
di Thea.
Thea Bergdorf? Cosa poteva avere da discutere la polizia con la caporedattrice?
Adesso per cortesia stringi, Frank, e dimmi che cosa  successo.
Dunque, se ho ben capito hanno ritrovato il tuo portafoglio con tutto dentro. Anche il denaro
contante.
Un qualche idiota aveva parcheggiato il suo fuoristrada cos vicino alla mia Volvo che dovetti
salire dalla parte del passeggero, per non graffiargli la vernice.
Ma questa  una buona notizia.
Merda, no. Il tuo maledetto portafoglio era vicino al luogo del delitto. Da qualche parte in
giardino.
Stavo estraendo le chiavi dell'auto dalla tasca e rimasi paralizzato.
Vicino al luogo del delitto?
Non poteva essere. All'improvviso trovai quella telefonata assolutamente irreale. Non potevo,
anzi non volevo credere a quello che il mio assistente mi aveva appena raccontato
Ma in che giardino? chiesi sapendo che esisteva una sola risposta.
L dove hanno trovato la madre mormor Frank. La vittima della quarta partita del....
Neanche a met della parola "Collezionista" chiusi la comunicazione.
74
Alla fine mi infilai attraverso la portiera dal lato del guidatore. Perch avrei dovuto avere delle
attenzioni per qualcuno che aveva parcheggiato a quel modo il suo fuoristrada? Almeno poteva
chiudere gli specchietti, se proprio dovevano essere grandi come una racchetta da tennis.
Dovetti costringermi a rispettare i limiti di velocit nei pressi della clinica, ma appena fuori
diedi gas e corsi su per la Potsdamer Strae.
Riflettere. Dovevo riflettere.
Fino a quel momento della mia vita, non mi ero mai posto il problema di adottare un
comportamento cauto o controllato. Solo pochi mesi prima avevo avuto a che fare con uno dei pi
importanti clienti che pagavano la pubblicit sul nostro giornale. L'industriale, che produceva alimenti,
voleva offrirmi dei soldi perch non pubblicassi le foto raccapriccianti che erano state scattate di
nascosto in uno dei suoi macelli. Su una di queste, si vedeva come un manzo era appeso sopra un
nastro sovraccarico solo per una zampa, e veniva tirato gi con una carrucola. Incassai i cinquantamila
euro. Poi pubblicai la foto, come da programma, sulla prima pagina del giornale e donai il denaro alla
protezione animali. Il nostro giornale perse un buon cliente e io ottenni un premio dall'associazione
giornalisti e un richiamo da Thea.
Ma ora la mia attuale situazione si differenziava rispetto ai problemi passati, che pi che altro
erano dipesi dalla mia testa calda, in un punto preciso: non sapevo cosa avevo fatto per scatenare quella
slavina che stava per travolgermi.
La polizia era tornata in redazione. Si trattava di una reazione logica. Non  un clich
hollywoodiano quello dell'assassino che torna sul luogo del delitto. Se io sapessi di uno che si fa vedere
nel luogo di un omicidio che dovrebbe essere noto solo alla polizia, mi metterei subito sulle sue tracce.
E poi c'era la storia del portafoglio. Avevo cercato tutte le mie tasche molte ore prima, in
ospedale. Non poteva essermi caduto alla villa dei Traunstein, senza contare che indossavo anche la
tuta bianca di protezione della scientifica che  fatta in modo che neppure il filo di un vestito possa
contaminare il luogo di un crimine. E Stoya mi ha visto in quella tenda. Nel caso migliore potrebbe
pensare che io abbia gettato volutamente laggi il portafoglio. Ma il caso peggiore, che mi metteva fra i
sospetti, era di gran lunga il pi ovvio.
Il mio cervello cominci a scoppiettare come un sacchetto di popcorn nel forno a microonde.
Sotto la volta cranica mi esplodevano innumerevoli pensieri, ma si dissolvevano prima che potessi
afferrarli. Presto o tardi avrei dovuto sottopormi all'interrogatorio della polizia, ma prima dovevo
mettere le cose in ordine. Dovevo ritrovare la calma e parlare con qualcuno di cui mi fidassi.
Presi il cellulare e cercai Charlie. Come sempre non rispose al telefono, e io non avevo nessun
altro numero di lei e non sapevo neppure il suo vero nome.
Normalmente mi richiamava dopo non molto, ma oggi non potevo aspettare il momento in cui il
marito si fosse allontanato da lei, per cui riprovai ancora. Di nuovo la voce anonima della segreteria.
Merda, dove sei finita?
Non parlavo con Charlie da diversi giorni.
La nostra avventura, se cos si poteva definire, era cominciata il giorno in cui Nicci mi aveva
comunicato che voleva separarsi. Le circostanze del nostro primo incontro erano tanto assurde quanto
penose.
Oggi dovrei ringraziare il tasso alcolico che, solo poche ore dopo l'inappellabile chiusura del
mio matrimonio, aveva raggiunto un livello critico. Quel giorno ebbe sicuramente peso anche il fatto
che volessi vendicarmi di tutte le donne infedeli del mondo. Oggi per penso che in fondo volessi
punire me stesso, quando misi piede nel club.
Mentre entravo in un'anticamera piastrellata e chiudevo gli abiti in un armadietto, cercavo di
convincermi che quella sera sarebbe stata l'inizio di una nuova vita. Di una fase in cui non mi sarei mai
pi innamorato, ma avrei fatto solamente sesso. Ma gi quando raggiunsi la zona del bar e cercai uno
sgabello libero al bancone, mi accorsi di quanto mi stavo rendendo ridicolo.
Non ero mai entrato in un club priv prima di allora, eppure mi sembrava di esserci gi stato
centinaia di volte. Tutto appariva come uno se lo immagina: luci rosse, mobili adattissimi anche per
una pizzeria, e pareti ornate con mediocri scene di nudo. Una tabella indicava la posizione della sauna,
della zona sadomaso e della piscina. Accanto a questa una scritta: CHI VUOLE SCOPARE DEVE
ESSERE GENTILE.
Sul bancone che costituiva il centro del locale, era appeso un piccolo televisore il cui schermo
era rivolto verso chi si trovava sul materasso dell'amore a destra del bar, in modo che potesse vedere un
film pornografico e divertirsi al contempo. Durante la mia prima visita, i materassi in lattice erano
perlopi vuoti, e quindi al banco erano sedute molte coppiette e uomini soli. Quasi tutti indossavano
ciabatte da bagno e asciugamani avvolti attorno ai fianchi.
Con sorpresa notai che la maggior parte degli avventori non aveva un aspetto brutto come avrei
pensato. C'era una coppia di giovani che potevano dirsi veramente belli, cos come la biondina snella
che arriv dalle docce con i capelli bagnati e si sedette accanto a me. Pi tardi appresi che Charlie era
appena stata con due uomini contemporaneamente voleva solo bersi un ultimo drink prima di tornare a
casa dal marito ignaro. Si accorse subito che era la prima volta che entravo l dentro e che avevo una
bugia pronta nel caso avessi incontrato qualcuno che conoscevo.
Per una ragione del tutto irrazionale mi era stato difficile confessarle le mie vere motivazioni.
Probabilmente non volevo che una ragazza cos bella pensasse che avessi davvero bisogno di andare in
un club del genere.
Lei rise. Stai facendo un'indagine per il tuo giornale certo,  ovvio. E io sono del
collocamento.
Era davvero difficile per me concentrarmi sulla nostra conversazione. Charlie era praticamente
nuda, mentre mi spiegava che anche lei pensava sempre di non aver niente a che fare con "tutto
questo". Ma in fondo era solo una donna con delle esigenze sessuali, e il marito non dormiva con lei gi
da tempo. Poi mi condusse nel retro, mi mostr la stanza con gli specchi in cui varie coppiette si
scambiavano il partner e mi port alla parete spagnola, dove alcuni uomini nudi si masturbavano
guardando due donne che si toccavano.
Quella sera non facemmo sesso. E cos fu anche nei giorni che seguirono.
Era una relazione platonica, cosa che, visto il luogo in cui ci davamo appuntamento
regolarmente, era quasi schizofrenica. Charlie aveva deciso che ci saremmo incontrati solo all'interno
di quel club. In nessun altro luogo le persone sono cos discrete. E cos continuammo a vederci e,
grazie alle nostre conversazioni sempre pi intense, diventammo molto intimi, ma non nel senso a cui
poteva far pensare il luogo dei nostri incontri.
Mentre gli altri ospiti scopavano, noi chiacchieravamo per ore, e cos imparai col tempo che suo
marito, grazie alla sua astuzia, aveva messo insieme un bel patrimonio. Una manna che fra l'altro usava
per ubriacarsi con gli alcolici pi cari del mondo fino a cadere in paranoia e a far uscire il rozzo cafone
che era. Poco dopo il matrimonio era cambiato. Era diventato lunatico, aggressivo, si lasciava
trasportare da una gelosia malata e l'accusava continuamente di tradimento, sebbene fino a un anno
prima lui fosse stato il primo e unico uomo della sua vita. Aveva messo in dubbio persino la paternit
dei suoi figli, e dall'altra parte la minacciava di portarglieli via se lei avesse chiesto la separazione. Un
giorno, quando ormai la picchiava troppo spesso e la chiamava puttana, Charlie decise di trasformare
finalmente le accuse in realt. Per la prima volta and al club Triebhaus, in un puro gesto di
disperazione. La trovavo ancora pi stupefacente quando dichiarava che questa nuova comunit di
libertini le piaceva veramente. Un punto di vista che ancora non condividevo. Al contrario, pi spesso
ci incontravamo, pi sentivo che presto le nostre conversazioni non mi sarebbero bastate ancora per
molto. E a un certo punto non potei ignorare oltre la fitta bruciante che provavo quando la sapevo sola
al club. Era accaduto ci che avrei voluto a tutti i costi evitare: divenni geloso. Se non fossi stato
attento, mi sarei presto innamorato.
La preghiamo di riprovare pi tardi consigliava la segreteria di Charlie dopo che provai a
chiamare per la terza volta. Infuriato lanciai il cellulare sul sedile di fianco.
Per una volta che avevo bisogno di te, pensai e mi concentrai sulla strada.
Durante i nostri numerosi e singolari incontri ero diventato per Charlie una specie di confidente.
Uno psicologo che di quando in quando interrompeva la seduta terapeutica in modo che la paziente
potesse divertirsi un po' sul materasso con un aitante partner, mentre il suo confidente si tratteneva al
bar con un gin tonic.
Ti ho ascoltato per ore. E aspettato.
Quel giorno ero io quello che avrebbe avuto bisogno di un consiglio da lei, ma esclusi subito
l'idea di fare un salto al Triebhaus per vedere se fosse l.
Non era certo la prima volta che dovevo arrangiarmi da solo. Tutto ci che mi serviva era un
posto in cui stare in pace.
Dove potessi liberare il cervello. Un luogo in cui avrebbe potuto trovarmi, se io non lo volevo.
In breve dovevo fuggire dove mi ero nascosto l'ultima volta, due anni prima, dopo che avevo
cercato di uccidere mia madre.
73
(11 ore e 51 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
La prima neve cominci a cadere dopo un'ora e mezza, un po' troppo presto. Se avesse aspettato
ancora un paio di minuti, la mia Volvo avrebbe lasciato tracce di pneumatici meno evidenti sul viottolo.
Tuttavia dubitavo che qualcuno avesse potuto seguirmi fino a Nikolskoe. Le colline boscose fra Berlino
e Potsdam erano un posto bellissimo per le gite, ma per fortuna non in inverno, dove perfino gli approdi
dei traghetti per la Pfaueninsel e i due ristoranti restavano chiusi.
Prima avevo fatto un salto al mio appartamento e mi ero munito di una confezione di ravioli e di
acqua minerale. Nella borsa per le emergenze che ora si trovava nel bagagliaio, c'erano della biancheria
per cambiarmi, il cellulare sostitutivo con una sim card prepagata non intestata a me (mi serviva
quando chiamavo gli informatori, i cui telefoni potevano essere controllati dalla polizia) e il mio
computer portatile.
Come ci  finito il mio portafoglio sul luogo del delitto? Merda, e io come ho fatto ad arrivare
l?
Avevo intenzione di ripetermi le domande a cui volevo trovare una risposta fino a quando non
avessi raggiunto il mio rifugio. Ovviamente non ci riuscii.
Le potevo ignorare come avevo fatto con la segreteria telefonica che lampeggiava a casa mia,
sulla quale Stoya aveva lasciato diversi messaggi agitati. Soprattutto mi pregava di presentarmi
volontariamente al commissariato, il che presupponeva che non ci fosse ancora nessun mandato contro
di me.
Anche una veloce chiamata alla caporedattrice non aveva fatto alcuna luce sulla situazione.
Dove diavolo  finito? aveva esordito Thea Bergdorf al telefono, ancora pi scortese del
solito.
Dica a Stoya che passo da lui appena torno a Berlino la pregai. Prima di rispondere, la sentii
chiudere la porta di vetro dell'ufficio in modo che potesse sbraitare meglio.
Adesso lei porta il suo culo qui in redazione, e subito, amico. Qua non si tratta di lei, ma del
buon nome di questo giornale. Lo sa cosa penserebbe la gente se avesse anche solo il sospetto di un
collegamento fra il nostro giornalista pi noto e il Collezionista di occhi?.
Ecco perch le sue storie erano cos dettagliate. Ha commesso messo lui stesso i fatti.
Certo che lo sapevo. Per questo era cos importante che non mi lanciassi nelle fauci del leone
senza essere preparato. Lo sapevo per esperienza diretta cosa accadeva quando la polizia prendeva di
mira un sospetto. Ancora peggio se si trattava di un ex poliziotto la cui predisposizione alla violenza
risultasse agli atti. I media, e pi di tutti il giornale che in seguito mi avrebbe assunto, mi avevano
proclamato come eroe cosa che allora avevo trovato insopportabile quanto gli innumerevoli
interrogatori cui ero stato sottoposto dalla commissione d'inchiesta e dal giudice.
Parcheggiai l'auto pochi metri dietro al viale del Moorlake vicino a un cartello che indicava
l'area come zona protetta, e scesi.
Mia madre aveva scoperto per puro caso il viottolo che iniziava dieci passi a est dal cartello. Era
diretta alla chiesa di Nikolskoe per una passeggiata, ma durante il viaggio si era sentita poco bene e si
era dovuta fermare. Mentre il dolore alla testa si placava ebbe il tempo di osservare bene il luogo in cui
aveva vomitato. E cos scopr il piccolo viottolo dimenticato, poco pi largo di una utilitaria, la cui
carreggiata non era segnata in nessuna carta e il cui ingresso era stato chiuso da un enorme ceppo di
legno.
A Berlino ci sono molti posti meravigliosi sull'acqua, luoghi in cui ci si dimentica di essere in
una citt con milioni di abitanti; un esempio  quando ci si siede sulla spiaggia e si lascia scorrere lo
sguardo sulla Pfaueninsel. Il problema  che questi posti non sono mai solitari. Pi  bella la spiaggia,
pi  conosciuta dai vacanzieri. Quel giorno, quando mia madre seguendo il viottolo scopr un
minuscolo, quasi incontaminato laghetto, cap che aveva trovato qualcosa di molto raro, un'oasi
nascosta nel mezzo della citt. Forse fu anche perch in quel luogo i suoi mal di testa miglioravano
moltissimo che volle conservare per s quel rifugio e non ne parl con nessuno a parte me. A quel
tempo ancora non sapevamo che non si trattava di emicranie ma di una malattia incurabile, la
policitemia, che causa la viscosit del sangue e chiude le vene.
La prima volta che mi port laggi constatai che il ceppo di legno si poteva far rotolare di lato
con poco sforzo. Invece erano molto pi fastidiosi i rovi delle more che crescevano ai lati del viottolo e
alle cui spine bisognava prestare molta attenzione.
Ora, numerosi anni pi tardi, mi voltai verso i fari ancora accesi dell'auto, per vedere qualcosa
in quell'oscurit che stava calando. Migliaia di fiocchi di neve roteavano nel cono di luce gialla e
opaca, come in un'immagine da favola. I fanali cominciarono a tremolare, e fui sopraffatto
dall'inquietudine. Mi guardai attorno sospetto.
A parte un cinghiale che con il muso stava frugando nel sottobosco a venti metri di distanza,
sembrava non ci fosse anima viva. Persino l'onnipresente rumore della citt era scomparso, come se
qualcuno avesse semplicemente tolto l'audio del traffico.
Bene, andiamo.
Mi appoggiai al tronco umido, che con un rumore secco si sollev dal suolo e si lasci rotolare
di lato senza alcun problema.
Dopo essermi accertato nuovamente di non essere spiato tornai al volante della Volvo e mi
diressi a passo d'uomo all'interno del bosco. Le spine dei rovi graffiavano la vernice dell'auto come
unghie su una lavagna. Un po' di neve si stacco dalla chioma di un albero e un grosso cumulo cadde sul
parabrezza. Attivai i tergicristalli. Dopo qualche metro scesi di nuovo per cancellare le tracce. Rimisi il
tronco al suo posto, sospinsi nuovamente i rami dei rovi verso l'esterno e a quel punto fui certo che
nessuno avrebbe notato l'ingresso segreto, sebbene non ci fosse motivo per sostare in quel luogo e
guardarsi intorno. Stando alle guide, i sentieri pi battuti - la chiesa, il ristorante e il cimitero - erano
lontani ancora almeno un chilometro. Quel posto non apparteneva alle mete per il tempo libero, e non
c'era neppure un parcheggio. Se qualcuno si fosse fermato sarebbe stato per puro caso, come mia madre
quel giorno.
Nuovamente in auto, proseguii lentamente. Dopo una stretta svolta a sinistra parcheggiai. Scesi
e con un coltellino svizzero staccai la targa. In quel modo la mia Volvo ammaccata sarebbe sembrata
una macchina da demolire che chiunque poteva aver abbandonato l di nascosto. La guardia forestale
avrebbe certamente informato le autorit, ma con quel tempo da lupi non si facevano vedere spesso,
cos come i taglialegna. Inoltre non intendevo certo svernare l. Mi servivano solo un paio di giorni di
pace.
Misi la targa nel bagagliaio, presi il computer e il borsone e mi incamminai per il sentiero che si
faceva sempre pi sottile. In alcune curve strette era leggermente in pendenza cos dovevo stare attento
che gli stivali non perdessero l'aderenza al suolo. Soprattutto le radici gelate, che alla fine del viottolo
formavano una specie di scala, erano molto pericolose. Per fortuna avevo preso una torcia tascabile che
mi consentiva di illuminare sia le pietre, su cui avrei potuto inciampare. sia i rami fradici degli abeti
che potevano sbattermi in faccia.
La strada mi sembr pi lunga dell'ultima volta che ero stato l, forse per il peso che stavo
trasportando. Ma poi guardai l'orologio ed erano solo le 18.42. Quindi avevo impiegato pochi minuti
per scendere fino al laghetto.
Eccolo.
Ogni volta che raggiungevo quella sponda mi rendevo conto di quanta zavorra interiore mi
trascinavo dietro.
Il mio nascondiglio.
Il luogo in cui ero riuscito a lasciarmi alle spalle la tragedia e grazie al quale avevo potuto
condurre una vita quasi normale. Anche con due gradi sotto lo zero e la neve fitta mi sentii subito
protetto.
Nicci avrebbe di sicuro attribuito a forze magiche o a campi di energia pagani il mio improvviso
benessere. Ma per me esisteva una spiegazione molto pi banale: l, in quella baia nascosta, non mi era
mai accaduto nulla di male. Al contrario. Vi avevo trascorso le pi belle ore della mia vita, da solo con
me stesso, senza dover rendere conto a nessuno.
Per questo ogni volta che ho avuto la sensazione che la vita mi scivolasse tra le mani sono
sempre corso in quel luogo. Ancora ai tempi della polizia avevo fatto s che il mio folle piano
diventasse realt comprando una vecchia casa galleggiante e ancorandola l.
Il fascio di luce della mia torcia illumin la piccola chiatta quadrata che si trovava a pochi metri
da me.
Galleggiava nel sottile braccio laterale di una piccola insenatura fittamente ricoperta di salici
che, con le loro chiome, creavano una sorta di copertura naturale, invisibile dall'acqua.
Eccomi di nuovo qui dissi e appoggiai la borsa. Un vecchio rituale di mia madre. Allora,
quando era ancora abbastanza in forze per potermi accompagnare, si era sempre avvicinata alla baia
con queste parole.
Eccomi di nuovo qui.
Avevo solo sussurrato il saluto, eppure la mia voce si era allontanata di alcuni metri sull'acqua.
Presto si sarebbe ghiacciata e quindi era ancora pi difficile che qualcuno avventurasse da quelle parti.
Qui, in questo luogo che non divido con nessuno. Il mio rifugio, di cui nessuno conosce
l'indirizzo, neppure la mia famiglia.
In effetti era idiota che alla mia et trovassi ancora romantico avere un luogo segreto. Gi da
bambino costruivo delle caverne sotto il mio letto a castello con coperte e cuscini e immaginavo di
essere l'unico uomo sulla Terra. Allora sognavo di isole deserte, di palafitte costruite sulla cima degli
alberi pi alti. Probabilmente quella baia mi faceva ripensare a tutti quei rifugi costruiti solo nella mia
fantasia. E se volevo essere del tutto sincero, il mio bisogno di segretezza in questo luogo si era
rafforzato ulteriormente.
Per molto tempo mi era stato difficile ammettere con i miei amici che preferivo trascorrere il
weekend riflettendo in solitudine in mezzo alla natura piuttosto che nella curva curva
dell'Olympiastadion a urlare i loro cori. Alla fine trovai tranquillizzante poter disporre di un luogo
segreto in cui nessuno poteva cercarmi anche quando, senza alcuna motivazione non mi presentavo al
lavoro. La prima volta che sentii il bisogno urgente di condividere il mio segreto con qualcuno fu
quando conobbi Nicci, nella prima fase dell'innamoramento, in cui si sente la mancanza del proprio
compagno persino quando si  a letto insieme. Le promisi una gita romantica in cui volevo condurla a
occhi bendati qui, nella "mia baia" dove il suo primo sguardo si sarebbe posato sulla casa galleggiante
illuminata da fiaccole.
Ma del piano non se ne fece nulla. Il mio maggiolone mi moll a met del viaggio, rimanendo
bloccato in mezzo a un incrocio. Cos, senza una ragione, come mi conferm pi tardi l'uomo del
soccorso stradale con un'alzata di spalle. Non riusciva a trovare la causa, e la maledetta auto che prima
non mi aveva mai lasciato a piedi ripart immediatamente, non appena lui inser la chiave. Sar anche
un idiota. Un illuso. E forse i folli ragionamenti di Nicci in realt non mi sono neppure cos estranei,
come sostengo sempre. In ogni caso lo presi per un segno.
Non  destino. Non devo portare nessuno qui.
Inspirai l'aria fredda e feci scorrere il cono di luce della torcia sul ripiano di legno davanti alla
veranda.
La chiatta non era stata rimessa a nuovo da un'eternit e temevo che ci sarebbe voluto molto
tempo per attivare il generatore. Nel caso peggiore avrei dovuto arrangiarmi con delle candele e un
fornellino da campeggio. E per quanto riguardava il riscaldamento, la vecchia stufa a legna del
soggiorno sarebbe stata sufficiente. Anche la toilette chimica funzionava senza corrente.
Stavo per prendere la mia borsa quando il mio celestiale stato di benessere svan di colpo. Il
sentimento di pace e tranquillit che mi aveva pervaso era completamente scomparso. Non mi era mai
accaduto l. Mi avvicinai alla barca con uno strano nervosismo. Dal nervosismo passai alla paura, che
crebbe a ogni passo verso la sponda. Inizialmente la considerai irrazionale, visto che non ne
comprendevo la provenienza, ma poi lo vidi.
Quel barlume.
La ragione per cui all'improvviso volevo fuggire. Lontano dal mio rifugio. Da questo luogo che
nessuno conosce.
Nessuno, tranne la persona che in quell'istante, all'interno della casa galleggiante, si stava
accendendo una sigaretta.
72
Per il mio primo articolo di cronaca dovetti intervista una vecchia coppia di anziani la cui casa
era stata scassinata. La cosa peggiore, mi dissero, non fu il furto in s; e neppure la perdita dei loro
valori affettivi, come le foto, i ricordi dei viaggi o i diari. La cosa veramente orribile era che da quel
momento provavano ribrezzo davanti alla soglia della loro stessa casa.
Rovistando nei nostri cassetti, rovesciando i nostri vestiti e respirando l'aria all'interno delle
nostre quattro pareti quei delinquenti hanno distrutto la nostra intimit.
Era il settantaduenne che parlava, mentre la moglie gli stringeva la mano, annuendo a ogni
frase.
Non siamo stati derubati. Siamo stati violentati Allora considerai quella reazione esagerata.
Ma momento in cui cercavo di superare senza far rumore il parapetto, capivo cosa avevano cercato di
dirmi i due anziani.
Chiunque mi stesse aspettando l, nell'interno buio della mia casa galleggiante, aveva distrutto
la sensazione di protezione con cui mi ero sempre avvicinato a questo luogo.
Estrassi la lama pi lunga del coltellino svizzero e scesi i gradini verso la coperta. In caso di
necessit, anche 1'impugnatura della torcia sarebbe potuta diventare un'arma di difesa.
Le grosse assi cigolarono quando scesi dall'ultimo gradino davanti alla cabina, che avevo
costruito io stesso in varie settimane nella mia stanza da lavoro.
Se l'intruso si fosse trovato ancora nella cabina principale allora gli stavo chiudendo l'unica via
di fuga, a meno che non saltasse nel lago da una delle grandi finestre all'inglese. Diversamente non
aveva altra possibilit di nascondersi a lungo.
La mia casetta galleggiante non era molto pi grande di un ampio garage. Accanto alla piccola
cambusa e al minuscolo bagno, lo spazio si divideva al centro in due cabine comunicanti, che si
dovevano attraversare se si voleva andare verso la camera, situata nella prua della nave. Io mi trovavo
esattamente di fronte a quella pi grande. Nella porta d'ingresso, che in tutti quegli anni non avevo mai
chiuso a chiave, c'era un vetro all'altezza della testa, attraverso il quale spiai attentamente l'interno.
A parte il puntino rosso che ondeggiava nell'angolo sinistro della stanza come una lucciola, la
cabina era immersa nell'oscurit. La casa galleggiante giaceva nella sua insenatura nascosta e cos
protetta dagli alberi e dalle canne che feci fatica a distinguere la maniglia della porta.
Trattenni il fiato ascoltando il battito del mio cuore, e mi preparai a uno scontro fisico. Quando
mi sentii pronto, spalancai la porta, balzai nella cabina e con tutte le mie forze urlai: MANI IN
ALTO!.
Contemporaneamente accesi la torcia e illuminai il divano sporgente che si trovava direttamente
davanti alla finestra sul lago.
Mi ero aspettato di tutto: un barbone che a causa del freddo si era intrufolato nella mia barca, o
persino Stoya, che in qualche modo era riuscito a trovare il mio nascondiglio prima che io vi giungessi.
Di tutto.
Ma non quello.
71
Cazzo, amico. Ma  matto o cosa? mi apostrof una giovane donna che non avevo mai visto
prima. Stava comodamente seduta al buio sul mio divano. Prima sono caduta un sacco di volte e ora
lei mi spaventa a morte.
Alzai il braccio destro illuminandole il volto. Con mia sorpresa non socchiuse gli occhi o si
scherm con la mano. La giovane, che doveva avere circa trent'anni, rimase tranquillamente seduta
fissando con aria impassibile nella mia direzione.
Chi diavolo  lei? le chiesi e mi restarono in gola almeno altre due domande. Cosa vuole da
me? Come ha fatto a trovarmi?
No, adesso ne ho abbastanza.
La sua voce era profonda e un po' rauca, cosa che si addiceva tanto alle sue sigarette quanto alla
posizione maschile che aveva assunto, accavallando le gambe in modo che il piede sinistro poggiasse
sul ginocchio destro.
Prima mi ha assicurato con aria grave che si trattava di vita o di morte e poi mi ha fatto
aspettare qui un ora intera.
Picchiett su un grande orologio da polso, che per qualche strano motivo era privo di vetro, cos
che lei potesse semplicemente tastare le lancette.
...e adesso, evidentemente,  anche ubriaco.
Pi che sconcertato, feci scorrere la luce della torcia dal suo viso al resto del corpo.
Indossava dei jeans stretti e strappati all'altezza del ginocchio, infilati dentro gli stivali neri da
paracadutista. Invece di una giacca invernale aveva vari strati di pullover colorati uno sull'altro. Per
quanto potevo vedere in quella luce debole, vestiva in modo bizzarro, ma non trasandato.
Ci conosciamo? chiesi esitante.
No rispose, e fece una breve pausa. Per questo sono venuta qui.
In me si stava insinuando il dubbio di avere a che fare con una disturbata mentale. Il Wannsee
Heim e la Wald-Klinikum per disturbi psichiatrici non erano lontani.
No, ci mancava solo questo.
Come accidenti avrei potuto mandare via da l una psicopatica senza attirare l'attenzione?
Probabilmente la stanno gi cercando.
Senta, anche io non so chi sia lei. Perci, la prego, lasci subito la mia....
Nel mezzo della frase sussultai balzando indietro.
Merda, cos'era?
Tutto okay? chiese la sconosciuta, mentre niente era okay.
Maledizione, qualcosa si era mosso verso il divano. Evidentemente la donna misteriosa non era
l'unica a essersi intrufolata nella mia barca.
Cosa vuole da me? chiesi. La sola idea di vedere il volto di un altro intruso accelerava al
massimo il mio battito.
Ma insomma, che cosa sta dicendo? chiese con un tono tale che sembrava fosse lei a dubitare
della mia integrit mentale.  stato lei a telefonarmi.
Io?.
L'assurdit di quell'affermazione allent un po' la paura. Ora anche la giovane sembrava meno
sicura.
Lei  il giornalista Alexander Zorbach, no?.
Annuii, e notai che la sua domanda era nervosa, probabilmente perch al buio non poteva
vedere i miei movimenti.
S, sono io, ma non l'ho chiamata.
Nessuno pu averlo fatto. Perch oltre a me nessuno conosce questo posto. Nessuno a parte...
Sbuff spostandosi una ciocca di capelli dalla fronte.
E allora chi mi avrebbe descritto la strada per arrivare fino a questo luogo assurdo?.
Nessuno a parte mia madre. Che da anni viene tenuta in vita dalle macchine.
Aprii la bocca senza sapere cosa dire, tanto la situazione era confusa. Ma prima di pronunciare
una parola, ebbi la risposta a una delle tante domande.
Capii all'improvviso chi era salito con la donna sulla barca. O meglio: cosa.
La luce della mia torcia oscill in basso e, a sinistra del sof, intercett il guinzaglio sul
pavimento.
Apparteneva alla pettorina di un cane. Un labrador o un golden retriever. Non ne ero certo.
Cos mi fu chiara anche un'altra cosa, che in realt sembrava impossibile.
Mi avvicinai al sof. Illuminai la donna direttamente negli occhi.
Maledizione...
Non c'erano dubbi. Tutto combaciava: l'orologio privo del vetro, il cane con la pettorina e il
guinzaglio, l'affermazione della donna di essere caduta pi volte sul sentiero.
Ma perch?
Avevo trovato una risposta, ma riuscivo a capire ancora meno come avesse fatto quella
sconosciuta ad approdare alla mia casa galleggiante.
Sapevo soltanto che non avrebbe mai stretto gli occhi indipendentemente da quanto li
illuminassi con la torcia.
La donna che aveva scovato il mio nascondiglio era cieca.
70
Fuori si era alzato il vento e raffiche improvvise sbattevano le onde contro lo scafo
dell'imbarcazione. Durante il mio arrivo la neve aveva continuato a cadere silenziosa e nulla aveva
lasciato presagire l'avvicinarsi di una tempesta. Le assi sotto i miei piedi cominciavano a ondeggiare e
l'acqua colpiva con un suono schioccante le pareti esterne.
 meglio che me ne vada disse la mia misteriosa ospite, mentre accendevo una vecchia
lampada a olio che lasciavo sempre bella piena sul davanzale della finestra prima di andarmene.
Aspetti, non subito.
Il bagliore color zolfo della lampada che avevo sistemato sul tavolino da salotto, davanti alla
donna cieca, tremolava producendo un inquietante gioco di luci all'interno della cabina.
Osservandola da vicino, dovetti correggere la mia prima impressione. Quella donna aveva al
massimo venticinque anni, forse meno. Posai lo sguardo sugli stivali infangati. Di lato avevano
un'immagine gialla, una giapponese nuda, cosa che le si addiceva in quanto la sua pelle tesa, la fronte
alta e gli occhi distanti conferivano al suo volto un'aria asiatica. Ma la cosa pi sorprendente del suo
aspetto era il groviglio di rasta rosso fuoco.
Mio padre l'avrebbe definita una punk. Mia madre sarebbe stata probabilmente pi tollerante,
ma si sarebbe segretamente preoccupata del fatto che i capelli potessero rovinarsi con quella tinta.
Anche io sarei felice se lei sparisse da qui il prima possibile le assicurai ma prima deve
rispondere a un paio di domande.
Del tipo?.
Chi l'ha fatta venire qui? Da chi ha avuto la descrizione del percorso? E cosa si riprometteva,
venendo?
Bene, cominci col dirmi il suo nome.
Alina.
Si tast intorno in cerca di uno zaino nero che aveva appoggiato fra le lunghe gambe. Mi
chiamo Alina Gregoriev, e ne ho le palle piene di questa giornata.
Vedevo il vapore del suo respiro, e mi resi conto di quanto facesse freddo l dentro. Non appena
fossi rimasto solo avrei dovuto accendere subito la stufa a carbone.
Cosa vuole da me? chiesi.
Glielo ripeto, signor giornalista: lei mi ha fatto venire in questa specie di missione suicida.
Alina mim con un arnese che aveva in mano una cornetta del telefono e scimmiott un
immaginario interlocutore Si rechi con l'autobus fino alla Nikolskoer Weg. Poi cammini lungo la
strada e giri al primo viottolo sulla destra.
Non  possibile, pensai, mentre continuava a descrivermi esattamente lo stesso percorso che
anche io avevo fatto pochi minuti prima.
Da l proceda fino a una diramazione, poi sempre dritto finch incontra una sbarra eccetera
eccetera....
Del tutto impossibile...
Non ero io dissi cercando di mantenere il controllo.
Chi sa di questo posto oltre a me? E chi avrebbe avuto motivo di giocare a me e a una cieca
questo scherzo ?
La interruppi fissandola nuovamente con diffidenza. Dovrebbe sentire che non sono io quello
che l'ha chiamata.
In che senso?.
Be', s, perch lei....
Perch sono cieca? chiese ridendo amaramente. Per un giornalista cos esperto in indagini
varie mi sarei aspettata una cultura generale un po' pi ampia.
Scosse la testa con un'espressione intenzionalmente delusa.  uno stupido preconcetto quello
secondo cui tutti i ciechi possono sentire meglio. Certamente siamo meno distratti dalle stimolazioni
ottiche e quindi pi concentrati, e spesso gli altri sensi tendono a compensare la mancanza della vista.
Ma questo non significa che automaticamente siamo come i pipistrelli, e poi per ognuno di noi 
diverso.
Afferr il guinzaglio del cane e si alz. Io, per esempio, ho un buon udito spaziale. Cio, dal
modo in cui la mia voce si riflette riesco a capire che dalla mia testa al soffitto ci sono circa cinquanta
centimetri; e so anche che se da qui compio quattro passi sbatto contro una parete.
Infatti  anche questa una caratteristica dei pipistrelli, pensai, ma non dissi nulla.
Ma le voci non riesco a riconoscerle continu Alina. Mi risulta gi complicato quando per
strada qualcuno mi saluta con un "ciao" o "sono io". Spesso riesco a collegare la voce a una persona
solo dopo una lunga conversazione. Mi succede anche con amici o pazienti di lunga data.
Pazienti? chiesi meravigliato, mentre osservavo Alina che allungava la cosa che aveva tenuto
in mano, che si rivel essere un bastone telescopico.
Sono fisioterapista.
Con il bastone da ciechi tast i piedi del tavolino. A dire il vero, riconosco le persone pi dal
corpo che dalla voce.
Tir delicatamente il guinzaglio. Vai TomTom. La porta.
TomTom? Pensai che fosse un po' cinico dare a un cane per ciechi il nome di un navigatore
satellitare.
Il cane si mosse immediatamente.
No, aspetti. Non cos presto... le dissi, fermandola quando stava per oltrepassarmi.
La lascio andare solo se mi dice perch  venuta. Posso anche credere che l'uomo che l'ha
chiamata...
...e che si  fatto passare per Alexander Zorbach qualche misterioso motivo conosce il mio
rifugio...
...che quell'uomo le abbia detto di venire qui. Ma questo non spiega affatto perch lei lo abbia
fatto.
E per di pi nelle sue condizioni, pensai.
Quindi, cosa si aspettava incontrandomi qui?.
Alina si ferm un po' sorpresa, come se me l'avesse gi spiegato molte volte. Ho ritenuto che
fosse mio dovere venire. Pi che altro cos avrei fatto tutto il possibile e non avrei avuto rimorsi in
futuro. E poich conosco i suoi articoli, signor Zorbach, ho creduto davvero che lei mi avesse chiamata
perch le interessava la mia deposizione.
Quale deposizione?.
La luce della lampada a olio non arrivava fino a lei, cos non potei cogliere le espressioni del
suo volto, sebbene non fosse comunque sicuro che i non vedenti avessero la mia stessa mimica facciale.
Ieri sono stata alla polizia, dove ho raccontato tutto ci che so. Ma quegli idioti non mi hanno
presa sul serio. Ho dovuto fare la mia deposizione a uno stupido qualunque che non aveva neppure un
suo ufficio.
E di cosa si trattava?.
Alina sospir. Come le ho gi detto, sono fisioterapista. Normalmente curo i miei clienti
abituali. Ma ieri  venuto allo studio uno sconosciuto privo di appuntamento. Si lamentava per un forte
dolore alle vertebre lombari.
E...? chiesi con impazienza crescente.
Allora ho cominciato a massaggiarlo, ma non ho potuto continuare. Ho dovuto interrompere i
massaggi.
Come mai?.
Un'onda fece tremare tutta la casa galleggiante. Provai a guardare il lago fuori dalla finestra, ma
non vidi altro che oscurit.
Per lo stesso motivo per cui sono qui: mi fu improvvisamente chiaro chi fosse l'uomo che
stavo massaggiando.
E chi era?. Sentii lo stomaco stringersi ancora prima di udire la risposta. La persona di cui
lei ha scritto negli ultimi tempi. Fece una breve pausa, durante la quale mi sentii rabbrividire.
Sono quasi sicura di aver massaggiato il Collezionista di occhi.
69
Il ciocco secco di betulla cadde con un sibilo nella stufa. L'avevo accesa in tutta fretta non
appena avevo convinto Alina a restare.
Non pi di dieci minuti, aveva risposto, perch doveva riprendere l'autobus per rientrare in citt
e ne passava solo uno ogni ora. Fino a quel momento non avevo ancora deciso se offrirle di riportarla a
casa con la Volvo. Non sapevo proprio come comportarmi con lei e con l'intera situazione.
Richiusi lo sportellino fuligginoso della piccola stufa, che. insieme alla lampada produceva
quella luce calda che avevo sempre gustato ogni volta che mi ero rintanato l.
Per lavorare. O per riflettere...
Ma in quell'occasione non fui avvolto dalla piacevole sensazione con cui di solito mi sedevo al
piccolo secrtaire, posto direttamente sotto la finestra dal lato della foresta. Ero pi nervoso che nel
momento in cui in redazione si chiudeva un numero, e io battevo le ultime righe dei miei articoli
lottando contro il tempo e il bisogno di nicotina che, da quando Thea aveva imposto il divieto di fumo,
si faceva sempre sentire dopo ore e ore di lavoro concentratissimo.
Caff? le proposi, e mi avvicinai alla cambusa. Non c'era altro che un piccolo mobile bar con
due armadietti e un lavandino.
Nero fu la laconica risposta. Alina sembrava molto pi tranquilla di me, sebbene anche nella
sua testa dovessero esserci parecchie domande. Si trovava pur sempre nella foresta tutta sola con uno
sconosciuto.
Ed era cieca!
Accesi il fornellino da campeggio.
Ha detto di aver riconosciuto il Collezionista di occhi? le chiesi, mentre cercavo
nell'armadietto il caff solubile. Non senza fatica cercai di evitare qualsiasi intonazione sarcastica.
Questo significa che lei non  completamente cieca?.
Da quando mia madre aveva perso la vista a causa di un colpo apoplettico, sapevo che era un
errore diffuso credere che ogni cieco vivesse nel buio assoluto. In Germania una persona con una
capacit visiva che va dal due per cento in gi rispetto alla visibilit normale  definita cieca. E il due
per cento pu significare molto per le persone colpite, anche se in quel momento non mi era per nulla
chiaro come questo seppur minimo contributo della vista potesse indurre Alina ad affermare di aver
"visto" il Collezionista.
Quattro donne, tre bambini - sette morti in sei mesi. E nessuno ha ancora la pi vaga idea
dell'aspetto del serial killer.
Alina scosse la testa.
Si tratta di ombre, contorni o cose simili?.
No, niente contorni, colori, lampi di luce o roba simile. Per me  sparito tutto. Cio.... Esit.
Tutto meno la percezione del chiaro e del buio. Almeno quella mi  rimasta.
Rimasta.
Quindi non era cieca dalla nascita.
L'acqua del pentolino di alluminio cominci a bollire, e vi versai due cucchiaini di caff
solubile.
Poco fa, quando mi ha illuminato in viso, ho sentito che era pi chiaro.  come se la luce
passasse attraverso una tenda spessa. Da dietro non si riesce a vederla, ma la si intuisce. Rise.
Questo mi aiuta molto nelle faccende quotidiane. Per esempio riesco a distinguere le fasi del
giorno. Del resto  la ragione per cui, quando volo in aereo, chiedo un posto vicino al finestrino.
Normalmente le hostess non capiscono il motivo, e la volta in cui una voleva spostarmi l'ho mandata a
'fanculo. Non esiste nulla di pi bello dell'intensit della luce al di sopra delle nuvole, non trova?.
Ero d'accordo, sebbene dovessi ammettere a me stesso che durante l'ultimo viaggio aereo non
avevo neppure guardato fuori dal finestrino. Avevo utilizzato quei cinquanta minuti verso Monaco per
preparare un'intervista.
Presi il pentolino dal fornello e lo portai verso il divano, sul quale misi anche il posacenere.
Il Collezionista di occhi continuai, mentre mi sedevo su una vecchia poltrona di pelle che si
trovava nell'angolo destro rispetto al divano. Come lo ha riconosciuto?.
Come, se tutto ci che riesce a vedere  un'ombra sulla sua retina?
Lei rise. E una domanda da un milione di euro, vero.
Non dissi nulla. Dopo centinaia di interviste avevo sviluppato un istinto che mi suggeriva
quando l'interlocutore avrebbe continuato a parlare da solo e quando invece fosse necessario inserire
una domanda.
Va bene, vediamo quanto mi star ancora a sentire quando le avr dato la risposta. La polizia
ieri mi ha preso per una pazza. Non volevano pi neppure ascoltarmi.
Si morse le labbra e prosegu.
A dire il vero non posso biasimarli. Io stessa fatico a crederci.
A cosa?.
Soffi l'aria. Poi incroci le mani dietro la nuca e fiss il soffitto. Non  giusto. Merda, non
voglio.
Ma cosa?.
Alina non rispose.
Cosa non vuole? chiesi di nuovo dopo un po'.
Da quando ho tre anni, cio dall'incidente che mi ha resa cieca, ho sempre lottato per non
essere considerata una disabile.
Sospir.
Allora vivevamo negli Stati Uniti, in California, dove mio padre lavorava come ingegnere per
grandi imprese edili. Era un tedesco caparbio che aveva sposato un'americana di origini russe ancora
pi caparbia di lui. Si rifiutarono di mandarmi in una scuola speciale solo perch non potevo pi
vedere. Ci vollero sei mesi prima che riuscissero a ottenere il permesso per mandarmi alla scuola
elementare di Hillwood, insieme ai miei amici vedenti.
Sorrise, e io intrecciai le dita che fino a quel momento avevo lasciato tamburellare con
impazienza sul bracciolo. Mi accorsi tardi di come fosse insensato il mio timore che lei potesse notare
la mia impazienza.
Di sicuro da loro ho ereditato la testa dura disse con un ampio gesto della mano che lasciava
intendere che non sarebbe venuta qui, se non fosse stata un tipo da avventure temerarie.
Io sono quella che gli psicologi definiscono una cieca estrema. Ho imparato presto ad andare
in bicicletta, sono sempre andata il pi possibile senza bastone e solo con il cane, e l'anno scorso ho
perfino sciato. Cazzo, sbatto sempre il muso da qualche parte solo per non essere trattata come una
lebbrosa. E adesso mi capita questa merda.
Appoggi le mani sul grembo e strinse le palpebre.
Non ha niente a che fare con il fatto che sono cieca, capito? Ho sempre cercato anche prima di
confidarmi con qualcuno. I miei genitori, mia nonna, mio fratello. Ma nessuno mi Ha mai creduto. I
miei amici pensavano che volessi prenderli in giro, e mia madre si preoccup al punto da mandarmi da
uno psicologo per l'infanzia. Al quale ho mentito. Gli dissi che mi ero inventata tutto per darmi
importanza. Merda, vengo stigmatizzata gi abbastanza in quanto cieca. Non avevo affatto voglia di
farmi considerare anche pazza, e da quel momento non ne parlai pi con nessuno.
Di cosa? la incalzai.
Ho taciuto per quasi vent'anni, e di sicuro avrei tenuto la bocca chiusa per altri due secoli, se
non si trattasse dei bambini.
Era di nuovo uno di quei momenti in cui una domanda avrebbe potuto frenare il suo racconto.
Possiedo un dono.
Trattenni il fiato, costringendomi a non balzare in piedi.
So bene quanto appaia folle. Io stessa non credo nell'esoterismo. Ma  semplicemente cos.
Che tipo di dono? pensai.
Io vedo il passato.
Che cosa, prego?.
Questo era davvero troppo perch potessi controllarmi. Mi irritai con me stesso per aver parlato,
temendo di aver spezzato il momento e che lei si sarebbe nuovamente chiusa in se stessa. Ma la ragazza
rise con aria rassegnata.
Gi, questi sono i momenti in cui vorrei davvero recuperare la vista, almeno per vedere la sua
faccia. Scommetto che mi sta fissando come se fossi un extraterrestre.
Non  vero mentii, scuotendo lentamente la testa e pregandola di continuare.
In qualit di fisioterapista mi sono specializzata nello shiatsu.
Shiatsu?
Ricordavo vagamente il massaggio che Nicci mi aveva regalato per il mio trentacinquesimo
compleanno. Mi ero preparato con grande gioia all'idea di due mani forti che mi avrebbero massaggiato
con oli e creme profumate e che mi avrebbero sciolto le spalle al suono di una musichetta rilassante.
Invece mi ero ritrovato disteso sul pavimento di uno studio gestito da orientali. Una vecchia
cinese ossuta cominci a contorcermi tutti gli arti e le estremit nei modi pi assurdi e a premere cos
forte in punti precisi del corpo, che mi vennero le lacrime. Per le pressioni nei punti energetici non
utilizzava solo le dita, ma tutto il corpo: ginocchia, gomiti, pugni e persino il mento. Alla fine ero pi
distrutto che rilassato. Mi convinsi che avevo rischiato per un pelo di rimanere bloccato per sempre.
Mi succede raramente, e fino a oggi non ho capito con chi o che cosa accada tutto questo. Il
fatto  che a volte posso vedere nel passato di una persona quando la tocco.
Ah-ha.
Questa volta mi ero trattenuto. La mia voce era neutra quando le chiesi: E ieri  accaduto?.
Annu. Ieri dovevo massaggiare quest'uomo, ma sono stata costretta a interrompermi. Perch
non appena l'ho afferrato, sono stata colpita da un flash. Ed  divenuto chiaro, pi chiaro di ognuna
delle immagini che ricordo dal tempo in cui ancora non ero cieca.
Si schiar la gola.
Poi il lampo  svanito, e ho visto cosa aveva fatto. A quel bambino, che era gi stato stordito, e
alla donna.
Sollev la testa, ed ebbi la fastidiosa sensazione che mi guardasse dentro.
Cazzo, ho visto come le ha spezzato il collo.
68
L'ha visto?.
La stufa diffondeva un calore gradevole eppure constatai con sorpresa, che avrei desiderato di
nuovo il freddo tagliente che mi aveva colpito salendo sulla barca. Ora avevo caldo la gola mi bruciava
e oltre a tutto questo sentivo una leggera pressione alla tempia sinistra, segnale di un'emicrania in
arrivo.
Alina annu. Come ho detto, non sono cieca dalla nascita. Se lo fossi stata non avrei alcuna
idea della luce, dei colori, delle forme. E nei miei sogni non ci sarebbero immagini, solo odori, rumori
e, naturalmente, sensazioni.
Mi resi conto che non ci avevo mai pensato, non mi ero mai chiesto come fossero i sogni dei
non vedenti. Era chiaro che le persone che non hanno mai visto nulla devono vivere in un mondo
totalmente diverso dal mio. Se in quell'istante avessi chiuso gli occhi e avessi ascoltato il vento, le onde
e il fruscio dei rami che fuori sbattevano contro la barca, avrei avuto, nonostante l'oscurit, una chiara
immagine dell'acqua, degli alberi nella foresta e della forma della vecchia poltrona di pelle sulla quale
mi trovavo seduto. Il mio cervello avrebbe recuperato dai ricordi le immagini di quegli elementi e
oggetti che non poteva vedere. Ricordi di una realt che a una persona cieca dalla nascita ovviamente
mancano.
Distolsi lo sguardo da Alina, mi focalizzai sulle tante gocce d'acqua che si scioglievano sul
vetro della finestra e mi chiesi come si possa spiegare a un cieco il concetto di "neve" se non ha
neppure idea di cosa significhi la parola "bianco".
Ma c' stato un tempo in cui potevo vedere disse, strappandomi dalle mie riflessioni. Anche
se questo risale a pi di vent'anni fa e i miei ricordi sono sbiaditi - come il volto di mio fratello o la
vista dalla finestra della nostra cucina, dove restavo a guardare ogni volta che pioveva. Gi, non riesco
pi a ricordare neanche la pioggia o le pozzanghere dentro cui saltavo.
Fece una breve pausa, durante la quale cerc la tazza del caff che fino a quel momento era
rimasta sul tavolino. Ci volle un po' prima che potesse afferrarne il manico e portarla alla bocca. Ma si
ferm all'altezza del mento e continu a parlare senza aver bevuto neppure un sorso.
L'unica immagine che si  impressa in modo incancellabile  quella dei miei genitori. Sono gli
unici visi che non dimenticher mai, e di questo sono felice ma anche arrabbiata.
Arrabbiata?.
Alina sembr assente mentre rispondeva. Nei miei sogni e nelle mie visioni tutti gli esseri
umani sono uguali. Tutti hanno i lineamenti dei miei genitori. E questo  davvero fastidioso, mi creda.
Di solito ho degli incubi. Vedo cose spaventose, cose per cui una persona normale andrebbe in analisi.
Finalmente bevve un lungo sorso e sospir piano. Una cosa  se lei sogna un uomo che mette un
sacchetto di plastica in testa a una donna e la vede mentre la soffoca. Ma diventa davvero terrificante se
la donna a cui escono gli occhi dalle orbite, che cerca di aspirare disperatamente l'aria e che si ritrova
solo della plastica in bocca... Alina deglut ...se quella donna ha gli occhi amorevoli e la bocca
calda di sua madre, che ora grida disperatamente piet. Invece l'assassino non allenter mai il filo di
ferro con cui le stringe il sacchetto intorno al collo perch  un pazzo psicopatico. E questo sebbene
assomigli a mio padre, che al mattino mi ha sempre accompagnato all'asilo e la sera raccontato la storia
della buonanotte.
Sentivo un nodo in gola e mi schiarii la voce. Ma non  stato un sogno quello che l'ha condotta
qui... chiesi con una certa cautela.
No. Ripose la tazza sul tavolino. Non saprei bene come definirlo. Forse una visione. O
meglio ancora un flashback.
Un flashback?
Come fa a conoscere questo concetto?.
La stupir, caro Zorbach, ma ho un televisore. E lo uso, sebbene la cosa sia sempre pi
faticosa. Prima riuscivo seguire abbastanza bene i fatti. Ora, per i primi dieci minuti, sento solo musica
e rumori. Penso che i film siano sempre basati sulle immagini, non crede?.
E possibile. Anche su questo non ho mai riflettuto.
Perci spesso invito a casa John, un vecchio amico americano che come me vive a Berlino da
quattro anni.  omosessuale, quindi non si finisce a letto, ma perlomeno ci vede. E mi spiega sempre
quello che succede. Da lui so che nei film spesso ci sono dei salti nel passato. I colori delle immagini
cambiano, tutto scorre pi lentamente. E a volte  solo un piccolo lampo, un flashback, giusto?.
Annuii con un grugnito.
Certi flash li conosco bene in prima persona.
Sollevai le sopracciglia. Lei si droga?.
Raramente.
Indic i propri occhi. Alcuni ciechi vanno dal terapista, la maggior parte cerca di farcela da
sola. Io mi distraggo pi che altro con gli uomini, ma una volta in cui anche questo non ha funzionato
mi sono aggrappata a uno psicofarmaco pi che testato.
Risi per comunicarle che capivo bene ci che intendeva. Mesi prima avevo scritto un articolo
sulla storia dell'LSD. L'allucinogeno era stato immesso sul mercato per le cure psichiatriche a met del
secolo scorso. Solo negli anni Settanta se ne scopr la pericolosit e fu proibito.
So quello che sta pensando disse ridendo. Non c' da stupirsi se la tipa vede i fantasmi, visto
che si fuma regolarmente il cervello. Ma ormai non prendo pi cose forti, e nelle ultime settimane non
ho mai fumato neppure una canna. So bene quello che sto dicendo. Quando ieri ho massaggiato il
Collezionista, ho avuto un flashback.
Si picchiett la fronte. Ieri ero dentro di lui. Nella sua testa. E ho visto quello che ha fatto.
Mi chinai in avanti e riflettei su ci che dovevo fare. Il mio istinto mi diceva di interrompere
subito la conversazione. Ma quelle poche cose che aveva raccontato avevano risvegliato in me pi che
una curiosit solo professionale.
Nel mio lavoro di giornalista mi era gi capitato molte volte di intervistare personaggi al limite
della normalit, e non era affatto strano dal momento che ero specializzato in crimini non risolti. Avevo
parlato con vittime psicologicamente distrutte, con autori di delitti passionali completamente impazziti
che proclamavano la loro innocenza e mi pregavano di far tacere le voci nella loro testa. Una volta, in
un ospedale, ho persino intervistato un bambino di dieci anni che asseriva di essere stato un serial killer
nella sua vita precedente. Con grande sbigottimento del suo avvocato, il bambino dimostr la veridicit
delle sue terribili affermazioni portando la polizia nel luogo in cui furono ritrovati i corpi di persone
uccise esattamente nel modo che aveva descritto lui. Per quanto ne pot pensare Nicci, non si trattava
comunque di una storia che aveva a che fare con l'extrasensoriale. E quindi anche questa volta ero certo
che ci fosse una spiegazione razionale a tutto questo.
Cos come deve esserci una spiegazione per la chiamata radio della polizia che ho ascoltato. E
per il mio portafoglio ritrovato sul luogo del delitto. E sul motivo per cui qualcuno si  spacciato per
me inducendo la testimone cieca a venire in questo luogo isolato in mezzo a una foresta.
La cosa pi probabile era che lei stesse mentendo, o che soffrisse di una malattia mentale.
Per esempio schizofrenia?
Mentre massaggiava il Collezionista, Alina cominciai, dando inizio alla pi singolare
intervista che avessi mai svolto, cosa ha visto esattamente?.
67
Ho avuto fin dall'inizio una brutta sensazione. L'uomo si chiamava Tim e si era registrato in
modo anonimo sul formulario della mia home page.
Tim? Sentii lo stomaco stringersi.
Non  possibile mormorai involontariamente, creando per un piccolo malinteso.
 sorpreso perch una cieca usa Internet?. Rise paziente. Ci sono software che interpretano
graficamente le pagine, se sono ben programmate, trasformandole in voce. Oltre a questo il mio
computer pu inviarle anche al display Braille, che le trasforma in scrittura Braille leggibile con le
mani su cellette meccaniche.
Mentre parlava, Alina toccava il tavolino. Pensai che volesse bere un altro sorso di caff, poi
capii che cercava l'accendino. Glielo porsi, meravigliandomi di come fossero fredde le sue dita quando
le sfiorai. A me sembrava di bollire.
Torniamo al suo paziente la pregai.
Torniamo al Collezionista.
Quando  arrivato non ha detto una parola continu Alina ed estrasse un pacchetto nuovo di
sigarette dal suo zaino, che ora era nuovamente ai suoi piedi. Il cane sembrava interessato quanto me a
osservare come la giovane aprisse con movimenti decisi la linguetta ed estraesse dal pacchetto una
sigaretta che mise fra le labbra.
Rantolava solamente, ha detto che aveva un'infiammazione alle corde vocali e non poteva
parlare. Ma il problema pi grave era la schiena. Si era fatto male alzando un peso.
Immancabilmente mi si par davanti agli occhi la spettrale immagine di un uomo che trasporta
un corpo inanimato in un nascondiglio.
Una nuvola di fumo fluttu verso di me e mi fece pensare all'inutile cerotto appiccicato sul
braccio che ora avrei scambiato molto volentieri con una sigaretta vera.
Ero andata in bagno per lavarmi le mani, e al ritorno ho urtato con i piedi scalzi un pesante
vaso di fiori.
Alina aspir con forza. Qualcosa nella sua espressione mi irritava, ma non sapevo dire, in quel
momento, di cosa si trattasse.
Ero fuori di me dal dolore continu. E dallo sbigottimento. Il senso dell'orientamento non
mi aveva mai abbandonata, all'interno del mio stesso studio. Mi sono sentita, per cos dire,
completamente cieca. Rise. Oggi mi chiedo se non si sia trattato di una prova.
Di che tipo?.
Forse l'uomo voleva accertarsi che fossi cieca.
In questo caso sarebbe del tutto paranoico, pensai. Fino a quel momento non esisteva neppure
un identikit e non c'era nessun testimone. Perch il Collezionista per sicurezza avrebbe dovuto
rivolgersi a una non vedente, se neppure un vedente era mai riuscito a identificarlo?
Come se Alina avesse ascoltato i miei pensieri, propose un'altra spiegazione.
In effetti capita abbastanza spesso che le persone che ancora non mi conoscono bene siano
sbadate. Ho dovuto cambiare tre volte la donna delle pulizie, perch nessuna rispettava le mie
indicazioni di non spostare le cose dal loro posto.
Gir il capo verso di me, come se cercasse un contatto visivo.
Ho tentato di reprimere il dolore continu. Probabilmente gi in quel momento avevo
sentito che qualcosa in quel tipo non andava, e volevo sbrigarmi il prima possibile.
Sospir e le sue palpebre ripresero a tremolare nervosamente. Quando inizio il massaggio
shiatsu, mi inginocchio dietro al paziente, che  accovacciato davanti a me con le gambe incrociate su
un futon. Da quella posizione sono in grado di stimolare un meridiano con il gomito, scendendo dalla
nuca fino alle spalle.
Annuii sogghignando, perch ricordavo molto bene la mia personale e dolorosa esperienza.
Lo scopo di quel tipo di massaggio  sciogliere il blocco e lasciar nuovamente scorrere
l'energia vitale. Ancora oggi molti ridono di questo tipo di cose, ma in passato non si credeva neppure
all'agopuntura, che oggi viene coperta perfino dalla mutua.
La mutua copre anche la devitalizzazione dei denti, ma non per questo me la faccio fare
volentieri.
Comunque sia, di solito subito dopo il paziente deve distendersi sulla schiena e inizia il vero
massaggio.
Ma fino a quello non  arrivata?.
No. Perch all'improvviso ho sentito qualcosa di cui ho sempre sofferto a intervalli irregolari
nella mia vita, ma questa volta  stato molto peggio.
Cosa  successo?.
 stato come se dopo anni di buio fossi tornata alla luce. Ho premuto le sue spalle e
all'improvviso ho visto lampi stroboscopici. Come un alternarsi di brandelli scuri e macchie di luce.
All'inizio tutto questo era cos acuto che sentivo, pi che vedere.
Cosa sentiva?.
Una voce di donna.
Quella di sua madre?.
No, non mi pare. A quello non ho fatto caso. Ero troppo sconvolta per ci che stavo vivendo.
Cos'ha detto la donna?.
Alina pos la sigaretta nel posacenere e prese la tazza. Era molto strano. Credo che fosse al
telefono con il marito, sentivo un pigolio elettronico, come quando si mette il telefono in vivavoce. Poi
la donna ha riso dicendo: "Scusa ma sono un po' confusa. Sto giocando a nascondino col bambino. Non
ci crederai, ma non riesco pi a trovarlo".
Lei ha riso? chiesi irritato.
S, ma non allegramente. Era pi una risata nervosa che divertita. Come si ride quando invece
si vorrebbe piangere.
Come ha reagito il marito?.
Era in preda al panico. Ha detto solo: "Mio Dio, come ho potuto essere tanto cieco?  troppo
tardi".
 troppo tardi?.
Lei annu. E poi ha cominciato a gridare. La sua voce tremava dalla disperazione quando ha
detto: "Non andare in cantina per nessun motivo. Mi hai sentito? Non andare in cantina".
Alina bevve un sorso di caff. In quel momento i lampi di luce si affievolirono e potei
cominciare a riconoscere i primi contorni offuscati dell'ambiente in cui mi trovavo. Si figuri l'immagine
che vidi come una foto sovraesposta.
Mi chiesi come potesse fare un simile paragone, quando diede quella risposta non richiesta.
In un reportage televisivo un medium ha descritto in questo modo le sue visioni, e io credo di
avere capito cosa intendeva dire.
Un rametto di betulla schiocc dietro al vetro della stufa.
L'uomo al telefono ha detto "Non andare in cantina"? cercai di riprendere il filo. Alina aveva
fatto una lunga pausa, durante la quale si era passata nervosamente le mani tra i capelli.
Sono state le sue parole.
E poi cosa  accaduto?.
Poi la donna si  voltata verso di me, e ho visto gli occhi di mia madre.
Si  voltata verso di lei? chiesi sconvolto.
S.  sempre cos, quando mi succede. Non so come, ma con alcune persone sovraccariche di
energia... credo che mi accada di scivolare dentro di loro attraverso il contatto fisico. Come se a tentoni
scovassi un segreto oscuro nella loro anima.
Parlando si era girata un po' e sembrava che guardasse il lago dalla finestra. Seguii il suo
sguardo vuoto nel buio.
Quindi lei avrebbe le visioni con gli occhi del.... Esitai, e per un secondo mi sembr
incredibile che stessi per porre una domanda tanto assurda.
Approfitt della pausa per terminare la mia frase. S disse, rivolgendosi nuovamente verso di
me. Io ero il Collezionista di occhi. Tutto ci che  accaduto dopo l'ho visto con i suoi occhi.
In quell'istante una grossa onda colp lo scafo della barca facendo tintinnare il cucchiaino nella
tazza.
La lampada a olio tremol al vento che, fischiando, si era fatto strada tra le fessure delle
finestre.
Cosa  successo dopo? chiesi appena la raffica si fu calmata.
Alina parl pi in fretta, come se dovesse liberarsi di un peso.
Mi sono accorta che mi trovavo dietro una porta di legno socchiusa e che per tutto il tempo
avevo guardato dalla fessura nella stanza in cui la donna stava telefonando.
Cosa ha fatto dopo?.
Quello che il marito le aveva proibito.
Non andare in cantina.
"Ma tesoro, mi fai paura" ha aggiunto, e poi ha mosso un passo verso la porta dietro la quale
mi trovavo. Dopo di che  accaduto quell'orrore.
Gli occhi di Alina roteavano sotto le palpebre chiuse. TomTom sollev il capo e drizz le
orecchie, come se avesse percepito l'inquietudine della sua padrona.
Sono balzata da dietro la porta e le ho stretto un cavo intorno al collo. Lei era paralizzata dalla
paura.
La voce di Alina suonava provata. Inspir forte dal naso prima di mormorare con un soffio di
voce: Poi le ho spezzato il collo.
Involontariamente trattenni il fiato, e anche Alina sembrava priva d'aria, quando disse: C'
stato un rumore, come se avessi rotto il guscio di un uovo.  morta sul colpo.
66
Cosa ne ha fatto del corpo? le chiesi e mi massaggiai le tempie. Il mal di testa era ancora
sopportabile, ma dovevo prendere assolutamente qualcosa, o avrebbe superato la soglia critica
mettendomi fuori uso per ore.
Con il cavo l'ho trascinata verso l'esterno. E accaduto tutto molto velocemente, come se
qualcuno avesse fatto andare un film nella mia testa con l'acceleratore. Ma  una costante delle mie
visioni.
Dove ha portato il corpo? chiesi impaziente.
L'ho trascinato attraverso il soggiorno, verso una portafinestra, e poi in giardino. Faceva
veramente freddo, la neve scricchiolava sotto i miei piedi. L'ho abbandonata vicino alla siepe, accanto a
una piccola baracca.
Nient'altro?.
No. Bevve un altro sorso. Prima le ho infilato una cosa in mano.
Cosa?.
Un cronometro.
Tutto chiaro.
La mia pazienza era stata messa sufficientemente alla prova, e ora non potevo pi trattenermi.
Tutto quello che mi aveva raccontato fino a quel momento poteva averlo tranquillamente letto dai
giornali del giorno. Sarebbero stati sufficienti persino i miei vecchi articoli. Non era un segreto che la
donna assassinata avesse parlato col marito poco prima della morte.
Lo avevano confermato i tabulati telefonici ed era stato ampiamente riportato nelle notizie della
mattina con un titolo sensazionale: "L'ultimo saluto prima della morte?". Sul contenuto della
conversazione non si sapeva nulla, ma Alina avrebbe potuto esserselo inventato. E anche la faccenda
del cronometro non era un segreto da un bel pezzo. Con il primo cadavere l'agente della scientifica
aveva pensato di aver azionato lui il conto alla rovescia, muovendo il corpo. Poi si era scoperto che il
cronometro si attivava con un semplice timer in un preciso momento che il Collezionista aveva
stabilito, cio quando pensava che la sua vittima fosse stata trovata. Un metodo banale per un uomo che
fino a quel momento non aveva lasciato dietro di s alcuna traccia significativa, se non qualche filo di
tessuto. Dopo il ritrovamento dei primi due corpi ci sono volute quattro ore prima che il mortale conto
alla rovescia si mettesse in moto. E quando la polizia accert per la terza volta di trovarsi davanti a un
delitto del Collezionista, il cronometro ticchettava gi da quaranta minuti nella mano della morta.
E mi faccia indovinare... dissi senza preoccuparmi di nascondere il sarcasmo. Il conto alla
rovescia era impostato esattamente su quarantacinque ore.
Con mia sorpresa Alina scosse energicamente la testa. No.
No?.
Fissavo la sigaretta che bruciava lentamente nel posacenere.
Lo sanno perfino i bambini, dell'ultimatum.
In tutti i giornali era scritto cos. Io ero stato il primo a scriverlo, dopo che Stoya mi aveva
confidato l'informazione sei settimane prima che fosse pubblica.
Alina fece schioccare la lingua e TomTom alz la testa. So cosa sta pensando. Ma si sbaglia. I
giornali, la radio, Internet, tutti sbagliano. Erano quarantacinque ore e sette minuti. Pos la tazza vuota
e si alz dal divano. Quarantacinque ore e sette minuti esatti. E adesso direi che posso andare.
65
(10 ore e 47 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Dove diavolo sei finito? gracchi la voce di Stoya. Non avevo nessuna intenzione di
rivelarglielo, perlomeno non prima di sapere in che razza di guaio mi ero cacciato.
Ero sulla coperta della mia casa galleggiante per telefonare indisturbato, dopo che avevo
convinto Alina a restare per un'altra tazza di caff, promettendole che l'avrei riportata a casa. Era cos
buio, l fuori, che non riuscivo nemmeno a distinguere la superficie scura dell'acqua che mi circondava.
Non posso dirtelo... cominciai, ma Stoya mi interruppe subito.
Ma io lo so. Io lo so molto bene dove sei finito, amico: nella merda. E ci finirai sempre pi
dentro, se non vieni subito al comando e rispondi a un paio di domande.
Cosa hai perso sul luogo del delitto?
Perch abbiamo ritrovato l il tuo portafoglio?
Okay, ti prometto che vengo presto. Ma prima devi darmi un'informazione.
Stoya scoppi in una risata. Cazzo, ragazzi. Nell'ultima discussione Scholle voleva metterti
sotto torchio. Considerati fortunato se ti conosco cos bene e non sono andato di filato dal giudice. Ma
se adesso vuoi prendermi per il culo con qualche merdoso trucchetto da giornalista, scordati la nostra
amicizia.
Mi stavo congelando. Mi sembrava di aver perso ogni senso del tempo e non sapevo pi per
quanto tempo ero rimasto con la misteriosa sconosciuta. In ogni caso la temperatura era scesa ancora
dal mio arrivo. La pelle del viso mi tirava come dopo una scottatura solare, e persino respirare era
doloroso.
Cerca di calmarti, ti prego, e dimmi solo se ieri  venuta da voi una cieca che sosteneva di
sapere qualcosa sul Collezionista di occhi.
Una cieca? chiese Stoya dopo una pausa, durante la quale il vento si era calmato. Ora potevo
sentirlo meglio. Maledizione,  da quando voi scribacchini avete fatto del Collezionista una specie di
divo, come Hannibal Lecter, che tutti i pazzi di Berlino si radunano qui. Mi raccontano storie con le
quali potresti farci un film. Ieri notte  arrivato un assistente sociale che cercava di spiegarmi che la
defunta moglie gli aveva chiuso la porta in faccia.
Una raffica di vento mi colp il volto.
Quindi Alina Gregoriev  stata veramente da te? chiesi insistente.
Eccome.
Mi tolsi dalla fronte la neve sciolta. Okay, e dimmi solo un'altra cosa....
Siamo gi alla seconda domanda.
L'ultimatum.
Cosa vuoi sapere? chiese Stoya impaziente.
Potrebbe essere che mi hai mentito?.
Silenzio. Per un breve istante non udii altro che il fruscio dei rami frustati dal vento e la risacca
delle onde contro lo scafo della barca. Poi Stoya mi sibil nell'orecchio: Dove vorresti arrivare?.
Il mio stomaco si contorse come il giorno prima, quando avevo sentito l'uno-zero-sette sulle
frequenze della polizia.
Era una prassi ricorrente della polizia quella di non rivelare informazioni fondamentali sui fatti,
o di modifcarle, al fine di verificare le testimonianze e poter individuare i megalomani.
Ma non pu essere questo il caso. Perch se la cieca ha ragione su questo punto, allora
significa che...
Sette minuti dissi, e sentii come la mano che reggeva il telefono cominciava a tremare. Sono
quarantacinque ore e sette minuti, prima che il tempo sia terminato.
Prima che abbia senso che il padre trovi il nascondiglio. Prima che il bambino muoia.
Stoya sapeva di essersi tradito esitando troppo a lungo per la risposta. Perci non cerc pi di
mentirmi e mi chiese apertamente: Da chi lo hai saputo?.
Chiusi gli occhi.
Non pu essere vero. Mio Dio, dimmi che non  vero.
Ora ascoltami bene sentii la voce del mio ex collega come attraverso un'enorme distanza.
Prima sbuchi dal nulla sul luogo dell'omicidio, poi ritroviamo l il tuo portafoglio, e ora possiedi
informazioni che neppure i miei pi stretti collaboratori conoscono.
Non me lo sono inventato. Me lo ha detto lei. Alina, la testimone cieca che pu vedere nel
passato.
L'ultima frase di Stoya aument il mio tremore. Ti sei reso conto, vero, che da questo
momento sei diventato il nostro maggiore indiziato?.
64
(10 ore e 44 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Ero quasi stupito che Alina si trovasse ancora l, dopo aver chiuso la comunicazione con Stoya
ed essere tornato sotto coperta. D'altra parte le sarebbe stato impossibile scivolare a terra inosservata.
Fuori nel gelo. Nell'oscurit scossa dalla tempesta.
Certo la sua scomparsa sarebbe stata solamente un altro anello nella catena di eventi
inspiegabili che mi erano capitati nelle ultime ore.
Come poteva sapere dei sette minuti in pi?
Quando rientrai nel caldo che odorava di muffa della cabina, Alina era ancora seduta sul divano
e accarezzava il cane. TomTom era evidentemente felice e stirava tutte le zampe disteso sul fianco, in
modo che la sua padrona potesse accarezzarlo anche sul busto e sulla pancia.
Possiamo andare? chiese senza guardarmi, e mi resi conto che spesso sono proprio i piccoli
gesti che mettono in difficolt i vedenti quando comunicano con persone cieche.
La maggior parte delle cose la comunichiamo con il corpo, e non con la bocca. Sguardi, gesti,
movimenti e persino il leggero arco delle labbra possono esprimere un caleidoscopio di emozioni che a
volte enfatizzano le parole dette, o che possono anche contraddirle. In particolare la postura del corpo.
In condizioni normali risulta maleducato non guardare le persone negli occhi quando si parla, e sebbene
sapessi che la mia interlocutrice era cieca, mi sentii comunque trascurato per il fatto che mi mostrasse
solo il profilo. Poi capii che, ovviamente, rivolgeva verso di me l'orecchio.
TomTom deve mangiare il prima possibile, e anche io ho fame. Quindi sarebbe meglio se
andassi subito a casa.
Ho solo un'ultima domanda dissi, non sapendo bene come continuare.
Come fa a sapere dell'ultimatum? Nessuno pu vedere nel passato, quindi perch si  inventata
questa storia assurda? E perch vuole trascinarmi con lei in questa follia?
Alina sorrise leggermente e sollev il capo. Pare che ora sia molto interessato alla mia
compagnia, considerando che all'inizio mi ha trattato come una delinquente intrusa.
Ignorai la sua risata e feci uno sforzo per avere un tono tranquillo. Puro interesse
giornalistico.
Alina alz le sopracciglia e di colpo capii cosa mi aveva infastidito prima in merito alle sue
espressioni facciali.
Era il fatto che in effetti comunicava con la mimica e i gesti. Per quanto ne sapevo la gioia, la
tristezza e persino il sollevare le braccia per una vittoria erano gesti naturali e inconsci. Ma con le
sfumature come funzionava? Con il disgusto, il dolore, il disprezzo o, come in quel momento,
l'espressione impaziente e nervosa che Alina stava mostrando? Il fruttivendolo cieco di Kreuzklln una
volta mi ha pregato di fargli notare quando aveva l'aria troppo imbronciata. Di solito era solo
concentrato, e non arrabbiato. Da quella volta avevo capito che la mimica facciale  il risultato di un
processo di apprendimento che avviene osservando gli altri. Eppure Alina disponeva di cos tante
forme espressive non verbali che quel ragionamento non poteva essere vero.
Quindi non sta mentendo solo sul Collezionista...
Non possiamo affrontare la sua domanda durante il viaggio? chiese, ma io scossi la testa
sebbene avrei raccolto volentieri il consiglio. Anche io non vedevo l'ora di andarmene da l. La
possibilit che Stoya avesse controllato la mia chiamata era minima, perch fino a pochi minuti prima
ero solo un testimone e non un ricercato. Ma da quando Alina era comparsa qui, non mi sentivo pi al
sicuro. Il problema era solo che avevo ancora poche informazioni per decidere cosa fare
In questo momento  pericoloso uscire dissi senza mentire troppo. Ogni due secondi cadono
dei grossi rami e preferirei aspettare che il vento si calmi un po'.
Smise di accarezzare il cane. E va bene. Cosa vuole sapere ancora?.
Come ha saputo, in realt, di questa barca?
Cosa ha a che fare con il Collezionista di occhi?
 veramente cieca?
Ricominciamo da dove si era interrotta suggerii, anche per rimettere in ordine i miei pensieri.
Dalla morte. Dal punto in cui ha rotto il collo alla donna e ha trascinato il corpo in giardino.
Cosa  successo dopo?.
Intende dopo che ho messo il cronometro in mano alla donna?.
Ebbi l'impressione di scorgere un'ombra sul suo viso. Teneva le palpebre chiuse, le labbra erano
serrate e conferivano al volto un'espressione tesa.
Sono andata verso il capanno degli attrezzi comincio lentamente, come se dovesse
faticosamente far riemergere un ricordo antico dalla profondit della sua memoria. Era di legno, non
di metallo, l'ho sentito perch mi si  piantata una scheggia nella mano quando ho spinto di lato il
catenaccio. Inoltre quando sono entrata sapeva di resina.
Fece una breve pausa, durante la quale con le dita della mano destra tirava il pollice della
sinistra.
Il fagotto ripiegato al suolo sembrava un vecchio tappeto, ma si trattava di un altro corpo.
Qualcosa di pi piccolo e leggero della donna che giaceva morta nel prato.
Era ancora vivo?.
Credo di s. Era un bambino. Almeno credo, perch profumava come mio fratello Ivan, il cui
viso purtroppo non riesco a ricordare. Ma il suo profumo di dolci e di terra, che annusavo quando ci
facevano il bagno insieme, quello non potr mai dimenticarlo. Sento sempre il suo odore quando sogno
un bambino.
O quando lo rapisci.
Potrebbe descrivere il suo viso?.
No, lo sa bene: gli unici volti che posso ricordare sono quelli dei miei genitori.
Mi scusai per l'interruzione e la pregai di continuare.
Ho portato il piccolo verso un'auto che era parcheggiata in uno spiazzo dietro la siepe. Penso
che fosse mattina presto, poco dopo l'alba. All'improvviso tutto era tornato buio, per cui pensai che la
visione fosse sparita. Ma poi si erano accese due lucine rosse nel bagagliaio della macchina in cui
avevo messo il bambino.
Che ne  stato della bambina?.
Quale bambina?. Sembrava davvero sorpresa. Non ne so niente.
Prego? dissi perplesso. Per la prima volta il Collezionista ha rapito due fratelli. Questa
notizia  su tutti i giornali.
Che io non posso leggere, nel caso non se ne sia accorto.
Ci sono anche la radio e la televisione.
E Internet, grazie per il consiglio.
Senta, deve aver saputo che la polizia cerca due scomparsi. Tobias e Lea, gemelli.
Non l'ho saputo, okay?.
TomTom alz il muso, allarmato dalla rabbia nella voce della sua padrona.
Ieri sono andata immediatamente alla polizia e l mi hanno trattato con lo stesso tono che sta
usando lei. Ho capito subito che mi prendevano per pazza, e quando sono tornata a casa ero cos
arrabbiata che avrei potuto mandare a cagare tutto il mondo. Mi sono scolata una bottiglia di vino e ho
cercato di dimenticare la realt con vecchi film di Edgar Wallace. Finch, ubriaca, mi sono
addormentata e oggi sono stata svegliata dal pazzo che mi ha attirato qui nella palude con lei. Sbuff
con forza. E io, come una perfetta idiota, mi sono messa in viaggio solo per farmi maltrattare una
seconda volta.
La lampada a olio tremol e mi ricord che era ormai ora di dare un'occhiata al generatore, se
non volevo ritrovarmi improvvisamente al buio con quell'ospite inquietante.
E io dovrei crederle? le domandai.
Alina afferr il guinzaglio del cane e si alz. Merda, lei crede ancora che io menta. Ma se mi
fossi davvero solo inventata questa storia, non pensa che mi sarei preparata meglio?.
Aveva ragione. Suonava tutto cos incredibile, ma prprio il fatto che non sapesse della
bambina scomparsa evidenziava la sua credibilit. Nessuno che avesse voluto farsi notare rilasciando
una deposizione falsa avrebbe commesso l'errore tanto grossolano di dimenticare la seconda vittima.
E anche questo farebbe parte di un piano a me incomprensibile.
Io posso solo raccontarle quello che ho visto disse e scosse lo zaino.
Mi alzai anch'io, forse troppo in fretta, perch fui colto da una certa vertigine. Il mio mal di
testa ormai aveva raggiunto un livello per cui i farmaci senza ricetta non sarebbero bastati. Per fortuna
in mezzo al ciarpame che si trovava sul sedile del passeggero doveva esserci ancora una confezione
aperta di Maxalt.
Aspetti un momento dissi massaggiandomi le tempie. Questa volta Alina aveva rinunciato al
bastone affidandosi solo al cane, che voleva delicatamente far passare davanti a me. Feci un passo
indietro che lei non pot vedere e la afferrai per la manica del pullover.
Cosa c'? chiese girando soltanto la testa verso di me. Per 1a prima volta eravamo cos vicini
che potei afferrare il suo profumo discreto. Era leggero e meno aspro di quanto mi sarei aspettato.
Ma perch continua a perdere tempo con me, se alla fine non mi crede?.
Volevo dare alla sua domanda una risposta pi lunga e autorevole. Dirle che avevo intervistato
spesso persone a cui inizialmente non credevo e che poi mi avevano fatto cambiare idea. E che non
ritenevo una perdita di tempo verificare quella fonte, in particolare se forniva informazioni tanto
insolite come quelle di Alina. Ma all'improvviso ebbi la sensazione che davanti a me le immagini si
sfocassero e sentivo gli occhi come se avessi fissato per ore uno schermo tremolante. Inoltre mi faceva
male la testa, quindi decisi di farle solo l'unica domanda con la quale avrei potuto verificare
definitivamente la veridicit delle sue affermazioni: Dove ha portato il bambino?.
63
(10 ore e 40 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Tobias Traunstein
Le pareti della sua prigione erano... morbide?
Tobias si massaggi le dita per accertarsi che la sua sensazione non fosse illusoria, cosa
piuttosto probabile, visto che i suoi sensi erano appannati da qualcos'altro: la sete. Non aveva idea di
quanto tempo fosse stato privo di sensi, ma probabilmente ore. Forse giorni. L'ultima volta che si era
svegliato con un bruciore simile alla gola era stato il primo dell'anno, dopo che la sera di San Silvestro
si era divorato tutte quelle patatine salate. Ma quella volta non era stato cos insopportabile come in
quel momento.
E quella volta non mi sentivo le braccia esplodere.
Non sapeva cos'era stato a svegliarlo: se la sete insopportabile o il dolore pulsante e battente
alle braccia. Le sentiva come se ci fosse stato appoggiato sopra per una settimana.
Dopo una sudatissima eternit durante la quale era riuscito a girarsi su un fianco in quello
strettissimo buio e a liberare le mani dal peso del proprio corpo (peggio di un'ora di matematica con la
vecchia Hertel), il sangue aveva ripreso a fluire nelle sue membra intorpidite. Cominci a grattarsi
dove avvertiva pi bruciore: le braccia, l'interno del gomito e i polsi li sentiva come quella volta che era
andato in cerca del pallone nel giardino dei vicini ed era finito in mezzo alle maledette ortiche.
Non grattarti, devi solo picchiettare si era raccomandata la mamma. Maledizione, mamma,
non funzionava neppure per la puntura di una zanzara, e adesso mi fa talmente male che vorrei
strapparmi via la pelle.
Chiuse la mano destra ad artiglio e la mise sotto il braccio sinistro, con i polpastrelli all'altezza
delle vene, poi inspir profondamente.
Non grattare, solo picchiettare.
Cazzate. Affond le unghie nella carne e gemette dal sollievo, perch il pizzicore si era
alleviato. Quella sensazione lo distrasse perfino dalla sete. Anche se solo per pochi secondi. Aveva
appena finito di grattarsi che di nuovo il bruciore divamp, con il pizzicore pulsante che era tornato
uguale, cosa che lo fece impazzire ancor pi di quel buio impenetrabile.
Aiuto grid, spaventandosi del suono della sua voce.
Gonfia dal pianto e stridula.
Ma non volle piangere. Sarebbe stato gi abbastanza penoso se i suoi amici avessero scoperto
che si era fatto la pip addosso, non appena lo avessero tirato fuori di l. Al massimo in dieci minuti, pi
o meno, quando Jens e Kevin si sarebbero stancati di quello scherzo. Perch ovviamente si trattava di
uno stupido e merdoso scherzo da imbecilli!
E allora, stupido cagasotto? Piantala di frignare.
Kevin si era sempre vantato dei narcotici che si trovavano nell'armadietto dei medicinali dei
suoi genitori, e adesso li avevano provati su di lui, solo per fargliela pagare.
Solo perch dopo l'ora di nuoto ho nascosto le mutande di Kevin nello spogliatoio delle
femmine. Ma almeno  stato divertente. Non come adesso, era stato solo...
Tobias cerc di stirarsi spingendo i gomiti sulle pareti laterali. Di nuovo fu sorpreso dalla loro
flessibilit Quegli idioti lo avevano rinchiuso in una tenda da campeggio?
No, era troppo stretta. E poi la superficie non era liscia e non si sentiva alcun odore di gomma o
plastica. La stoffa era ruvida, pi come un grosso tappeto, una pedana o...
O un sacco?
Tobias ricominci a singhiozzare perch gli venne in mente quel video spaventoso che Jens
aveva fatto vedere quel giorno, durante la pausa a scuola. I suoi genitori erano schifosamente ricchi
(pap dice sempre che con la loro azienda di vetri per auto guadagnavano cos tanto che avrebbero
potuto pulirsi il culo con le banconote, se fosse finita la carta igienica), e quindi Jens era il primo dei
suoi compagni di classe a cui i genitori avevano regalato il nuovo iPhone, con cui si potevano guardare
i video e fare altre cose.
Il primo giorno si erano ritrovati subito dietro la palestra e Jens aveva mostrato con orgoglio un
video in cui una ragazza nuda veniva infilata da un gruppo di ragazzi in un sacco. Si dibatteva, agitando
piedi e mani, ma alla fine erano riusciti a chiuderla dentro. Subito Toby aveva riso con gli altri, poi
sembr veramente che nel sacco si fosse scatenato un fascio di serpenti. Ma quando l'uomo con la
sigaretta in bocca vers una tanica di benzina sul sacco, Toby si sent male. Si era voltato ed era
rientrato nel cortile della scuola.
Solo.
Forse adesso faranno la stessa cosa con me. Perch sono stato un pappamolle e non ho
continuato a guardare.
Va bene, avete vinto grid nel buio e immagin Kevin e Jens che si tappavano la bocca per
non scoppiare a ridere.
Venite qui, fatemi uscire.
Nessuna risposta.
Punt disperatamente i pugni contro la tela, all'altezza della testa, e sent le gocce di sudore che
gli scendevano dalla fronte. Il suo respiro divenne veloce come dopo aver corso i 400 metri, anche se
non sarebbe stato tanto teso.
Qui dentro c' poco altro da fare, se non avere paura.
Tobias tir su col naso e inspir profondamente. Continuo a tastare le pareti cedevoli che lo
avvolgevano. Le dita gli bruciavano ancora come quando si sgelavano dopo una battaglia di palle di
neve.
Per fortuna non erano umide e non puzzavano di benzina, quindi avevano lasciato perdere
quella parte del video.
Finora.
Improvvisamente tocc qualcosa di freddo. Un piccolo pezzo di metallo che pendeva su di lui, a
un lato della sua gabbia di tela, pi o meno all'altezza dell'ombelico. Grosso come uno di quegli
accendini che suo padre riempiva sempre ogni fine settimana.
Cazzo, sembra davvero uno zippo.
Ma non poteva essere un accendino di quel tipo, perch gli zippo hanno una parte superiore che
si apre e una rotellina da girare.
E inoltre non spenzolano al buio da una specie di coperta di stoffa.
Tobias trattenne il fiato per non essere deconcentrato dai suoi respiri rumorosi. Poi, quando
ebbe tastato la superficie dell'oggetto e trovato la piccola asticella curva, cap cosa aveva in mano.
 un lucchetto. Un piccolo coso color bronzo simile a quello che uso per la catena con cui
chiudo la bicicletta.
Toss per l'eccitazione. Non sapeva bene cosa volesse dire quella scoperta ma, accidenti, era pur
sempre una scoperta. Per la prima volta aveva qualcosa in mano. Nel vero senso della parola. Qualcosa
che forse lo avrebbe tirato fuori di l.
Allora  un test? Mi state mettendo alla prova?
Tobias tir impaziente il lucchetto da tutte le parti, ma non successe nulla.
Non con la violenza bruta, sent ancora la voce di sua madre, e questa volta segu il suo
consiglio. Con delicatezza tast ancora l'oggetto, e quando sent la parte posteriore, non fu pi certo che
si trattasse di un lucchetto. Perch, diavolo, dov'era la serratura?
La fighetta, come Kevin chiamava la fessura in cui andava infilata la chiave.
In effetti una piccola scanalatura c'era, ma era troppo dritta e liscia. Solo un solco in cui poteva
starci la sua unghia, cui sembrava pi una grossa vite.
Okay, ora concentrati. Non importa se manca la serratura. Tu non hai la chiave. Una vite 
molto meglio. Forse basta girarla e poi...
Toss, e si chiese se non avesse gi dimenticato nuovamente di respirare. Gli sembrava di
ricevere sempre meno aria l dentro.
...e poi entrer la luce qui dentro, e potr gettare via questo sacco merdoso, o quello che , e
respirare di nuovo bene.
Ma come? Come poteva svitare la vite da quell'oggetto?
Infil l'unghia del pollice nella fessura sul fondo e cerc di girarla, ma tutto ci che accadde fu
che al quarto tentativo la sua unghia si spezz sanguinando.
Cavolo. Mi serve un cacciavite. O un coltello.
Rise isterico.
Eh gi, Jens e Kevin ti hanno proprio lasciato un coltello, cos puoi strappare la tela.
A quel punto toss nuovamente e di colpo gli fu chiaro il motivo per cui sudava a quel modo, la
gola gli bruciava e si sentiva sempre pi sfinito. L'aria sta finendo. Merda. Soffocher lentamente se
non trovo subito qualcosa di duro da infilare in quella maledetta fessura. Un momento...
Chiuse gli occhi e cerc di respirare a fondo.
Qualcosa di duro.
Le dita ricominciarono a prudergli quando si ricord della monetina che si era ritrovato in bocca
e che aveva sputato con disgusto un'ora prima, in quel buio.
62
(10 ore e 19 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Non so dove ho portato il bambino disse Alina dopo che si fu aggrappata a me in modo che la
sostenessi per scendere dalle scale e per percorrere la stretta passerella della barca. Nel frattempo il
vento si era calmato.
Com' magra, fu il mio primo pensiero, mentre camminavamo nel bosco. Nonostante i pesanti
maglioni, potevo sentire le sue costole, e con le dita avrei potuto circondare due volte i suoi polsi. Ci
fermammo un attimo quando accesi la luce della torcia, che illumin fiocamente i suoi pantaloni. Notai
uno strappo incrostato di fango sotto il ginocchio, che nella penombra della cabina mi era sfuggito e
che probabilmente si era procurata cadendo all'andata.
Se sapessi dov' nascosto il bambino, non sarei stata cos stupida da venire a cercare lei nella
foresta rispose mentre cercavo di rimanere al suo fianco, cosa che in quel viottolo cos stretto risultava
quasi impossibile. In quel caso avrei potuto dimostrare alla polizia che non sono una pazza.
Pi ci allontanavamo dalla sorgente, pi la vegetazione diventava folta. Vento e pioggia
penetravano a malapena, e sopra di noi la neve si staccava dai rami ricoprendo i punti ghiacciati e
quindi pi pericolosi del sentiero. Quasi due volte avevo rischiato di cadere e a un tratto non riuscii a
evitare che Alina inciampasse dopo che un grosso ramo di pino, che la torcia aveva illuminato troppo
tardi, l'aveva colpita sul volto.
Di nuovo mi domandai quanta forza di volont dovesse avere una persona non vedente per
lanciarsi in una simile avventura, anche se con un cane da guida al suo fianco. TomTom procedeva
lentamente ma concentrato lungo il viottolo e non si lasciava distrarre dagli schiocchi dei rami o dagli
altri rumori. La zona era conosciuta per i numerosi cinghiali che nella stagione invernale si spingevano
nel bosco in cerca di cibo. Ma anche se un cinghiale, una volpe o un altro animale selvatico fossero
balzati davanti a noi, il retriever non si sarebbe lasciato distogliere neppure per un secondo dal suo
percorso e ci avrebbe riportati sani e salvi alla mia Volvo.
 come un film disse Alina dopo essersi sciolta dal mio braccio ed essere salita in auto senza
farsi aiutare. Avviai il motore e, mentre facevo marcia indietro, notai che Alina aveva preso un
fazzoletto di tessuto e l'aveva lanciato a TomTom sul sedile posteriore. Ma prima ci si era asciugata il
volto, e poi, alla bene e meglio, i capelli bagnati dalla neve.
Come un film ?
Evidentemente aspettava che commentassi la sua affermazione, cos le offrii questo piacere
mentre facevo retromarcia a passo d'uomo. Ancora pochi metri e poi avrei dovuto comunque scendere
per spostare di lato la barriera che bloccava la mia entrata segreta.
Di cosa parla? le chiesi.
Dei miei flashback. Immagino che un filmato sia cosi. Solo che il video che vedo nella mia
testa non posso farlo andare avanti o indietro.
E quindi? Come fa a richiamare i ricordi?.
Non lo faccio.
Avevamo raggiunto il roveto che segnava il confine del l'uscita sulla Nikolskoer Weg, e frenai.
Non capisco. Eppure mi ha raccontato in modo dettagliato quello che il Collezionista ha fatto prima di
rinchiudere il bambino nel portabagagli.
Alina annu e si strinse le braccia attorno al busto, tremando. A causa del freddo intenso, il
vecchio impianto di riscaldamento ci avrebbe messo almeno cinque minuti per scaldare un po'
l'abitacolo.
Non so perch riesco a ricordarmi sempre bene solo i primi minuti delle mie visioni. Poi il
filmato si sfrangia, le immagini si sfocano e mancano intere sequenze. La cosa strana  che a volte le
lacune si colmano perch giorni dopo riesco a ricordare alcune scene. Ma non so come mai. Tutto esce
da solo, ma non posso richiamare le immagini mancanti di mia volont, capisce?.
No, non capisco. In questo momento non ci capisco niente. Non so neppure chi sei veramente. E
neppure come pu essere che all'improvviso sono diventato l'indiziato numero uno in uno dei casi di
omicidio pi orribili di tutti i tempi.
Invece di risponderle, scesi nuovamente e sfogai la mia rabbia contro il tronco, che spostai di
lato con una spinta.
Dannazione, mi ero spinto fin l per allontanarmi da quella follia in cui per motivi inspiegabili
ero finito. E ora sono sprofondato ancora di pi nella merda.
Sfregai le mani sporche sui jeans e risalii in auto. L'abitacolo ora puzzava di fumo e cane
bagnato.
Avrei voluto afferrare Alina per le spalle e scuoterla fino a farle sputare la verit. Chi ti ha
mandato? Cosa vuoi veramente?
Ma una voce interiore mi diceva che quello sarebbe stato il modo peggiore per districare il
groviglio di domande che avevo in testa.
Inoltre deve esserci qualcosa di vero nella sua storia. Stoya ha pur sempre confermato i sette
minuti in pi dell'ultimatum.
Inghiottii il Maxalt che avevo preso dal pacchetto sul sedile prima che Alina salisse. Poi tornai
verso la Nikolskoer Weg. Il mio rifugio era comunque stato scoperto, quindi non cercai di cancellare le
tracce, questa volta.
Vada avanti dissi quando fui sulla strada. Le sue visioni sono come un film. E al momento 
tranciato a quando lei ha messo il bambino in auto.
No.
No?.
Mi voltai verso di lei. Alina aveva di nuovo le palpebra chiuse e sembrava completamente
calma, come se dormisse.
Non completamente. Per esempio posso ricordarmi ancora molto bene di quando sono salita in
auto e ho acceso la radio avviando il motore.
Si morse le labbra, poi continu: I Cure cantavano Boys Don't Cry, e io controllavo nello
specchietto retrovisore se non avessi delle escoriazioni o dei graffi, ma il riflesso era solo quello del
volto sorridente di mio padre, di lui che picchiettava sul volante al ritmo della musica.
Alina deglut. Merda come odio vedere sempre mio padre, quando qualche stronzo fa del male
a qualcuno.
Per un po' non si ud altro che lo scoppiettare del diesel mentre percorrevamo il viale deserto in
direzione di Zehlendorf. Doveva esserci stata una previsione del maltempo che i berlinesi avevano
eccezionalmente preso sul serio.
E cosa  accaduto dopo? chiesi quando ci fermammo a un semaforo rosso.
Non ne ho idea. Da questo punto iniziano le parti mancanti del film. So solo che per un po'
siamo saliti verso la montagna, c'erano parecchie curve, poi l'auto si fermava e io scendevo.
Poi cosa ha fatto?.
Niente. Sono rimasta in piedi e ho guardato.
Guardato? ripetei.
S, all'improvviso ho sentito in mano qualcosa di pesante, immagino un binocolo o qualcosa di
simile. In ogni caso tutto ondeggiava davanti ai miei occhi, finch all'improvviso non riconoscevo ci
che accadeva alcune centinaia di metri pi gi.
Cosa ha visto?. Non riuscivo a credere che potessi fare veramente una simile domanda a una
cieca.
Alina si volse un attimo verso TomTom, che aveva cominciato ad ansimare, e lo accarezz sulla
nuca ispida per calmarlo. C'era un'auto. Sfrecciava sulla strada sottostante e arrivava sbandando
all'entrata. Si fermava. Un uomo balzava fuori, inciampava e correva avanti e indietro in tutti e quattro i
vialetti innevati. Poi scompariva un attimo dietro un albero e ricompariva direttamente davanti al
capanno. Vedevo che la sua bocca si apriva in un urlo, che si prendeva le tempie fra le mani e,
piangendo, cadeva esattamente nel punto in cui avevo messo il corpo della moglie.
Alina chiuse gli occhi, ma non abbastanza in fretta per trattenere le lacrime. Davanti a noi
viaggiava un piccolo fuoristrada, e il riflesso delle luci rosse dei suoi freni conferiva a quelle lacrime
l'aspetto di grosse gocce di sangue che le rigavano il viso.
Mio Dio, per tutto il tempo si picchiava la testa con i pugni. Di continuo. Non sentivo ci che
gridava, perch era troppo lontano. Per poi....
Cosa?.
Poi entrava in contatto con me.
Ci avvicinavamo all'incrocio dell'autostrada Drei Linden, e decisi di proseguire in direzione di
Steglitz.
L'uomo si alzava e guardava nella mia direzione.
Ma.... Mi presi la testa fra le mani. Sapeva chi era lei?.
S. Avevo la surreale sensazione che fossimo complici. Anche se io ero molto lontano da lui e,
quando avevo posato il binocolo per lo spavento, non vedevo altro che un piccolo punto laggi.
Ma lui l'ha vista?.
Cos mi  sembrato.
La pressione pulsante sotto le tempie peggior. Il medicinale per l'emicrania non mostrava il
minimo effetto.
Poteva forse essere che tra il Collezionista e Traunstein, il padre del bimbo rapito, ci fosse un
collegamento?
Superammo l'uscita per Avus in direzione di Charlottenburg. Dietro di me, dallo specchietto,
sembrava tutto libero, perci frenai e sfrecciai, al massimo della velocit possibile per la mia Volvo,
indietro sulla Potsdamer Chaussee.
Cosa sta facendo? chiese Alina, che naturalmente aveva notato l'improvviso cambio di
direzione.
Facciamo una piccola deviazione risposi, misi la freccia a destra e svoltai verso la
tangenziale.
Forse il Collezionista non li fa da solo i suoi giochetti perversi.
Avevo un unico modo per scoprirlo.
61
(10 ore allo scadere
dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
Al cinema i serial killer sono di intelligenza superiore alla media, non hanno mai origini
afro-americane e solo in rarissimi casi sono di sesso femminile.
Il professor Adrian Hohlfort stava su una sedia a rotelle cromata ed era piuttosto diverso da
come appariva in televisione. Non sorrideva, i capelli grigi non avevano la riga perfettamente ordinata
e non aveva neppure la cravatta nera che da sempre indossava nei talk show. Non si era nemmeno
rasato, forse perch stasera tra il pubblico non c'era nessuno che avrebbe dovuto comprare il suo libro
dopo la puntata. Il serial killer e io era da settantuno settimane nella classifica dei best seller.
Uccidono solo all'interno del loro gruppo etnico e sono un fenomeno tipicamente americano.
Tutte conoscenze che si suppone provengano dalle ricerche dell'FBI. Tutte stronzate.
Stoya lanci un'occhiata ammonitoria a Scholle, che sedeva al suo fianco davanti alla scrivania
e cercava inutilmente di trattenere uno sbadiglio. Al contrario del suo partner, che riteneva i
criminologi dei ciarlatani, Stoya aveva fiducia nelle capacit di quel sessantenne che, durante la sua
carriera scientifica, aveva intervistato personalmente parecchi assassini seriali.
Perfino molti pi di Zorbach.
Istintivamente trovava lo psicologo paraplegico molto antipatico. Ma professionalmente la sua
competenza era innegabile. Anche se i loro ripetuti incontri nelle ultime settimane non erano stati molto
produttivi, precedentemente Hohlfort li aveva spesso aiutati. E ora che avevano un sospettato volevano
il parere dell'esperto.
Professor Hohlfort, l'ultima volta ci ha detto che dovevamo cercare una persona normale, un
tipo riservato che non si espone.
 cos. Dimenticatevi Hannibal Lecter.  solo la creazione di uno scrittore e ha a che fare con
la realt quanto io con una corsa a ostacoli.
Hohlfort diede un colpetto al cerchione della sua sedia a rotelle e rise da solo per la sua battuta.
I serial killer sono i perdenti della nostra societ. Non cerchiamo un forte antieroe, ma
qualcuno in lite con il proprio destino. Io li definisco "uomini nicchia". Dall'esterno del tutto normali,
spesso invisibili; dentro di loro completamente imprevedibili.
Stoya prese un appunto senza senso sul bloc-notes. Potrebbe essere un giornalista?.
Hohlfort alz le spalle. Gli assassini seriali svolgono le pi svariate attivit lavorative, sono
benzinai, autisti, avvocati, rifornitori in un supermercato o funzionari.
Il professore rivolse al collega di Stoya uno sguardo strafottente.
Potrebbero anche far parte della polizia.
Scholle sbuff e si rivolse al collega.
Andiamocene, Philipp, stiamo solo perdendo tempo. Le opinioni del grande saggio, qui, hanno
la credibilit del mio oroscopo.
Se a quella totale mancanza di rispetto il professore si fosse arrabbiato, non lo diede a vedere.
Poggi entrambi i gomiti sui braccioli della sedia a rotelle e con fare tranquillo rivolse i palmi delle
mani verso l'alto.
Io non sono qui per svolgere il vostro lavoro, signori miei. Voi dovete investigare, non io.
Misur Stoya con uno sguardo che diceva chiaramente che neppure il miglior criminologo avrebbe
potuto aiutarli, se la polizia non era riuscita neppure a sapere dove il Collezionista imprigionava e
uccideva i bambini.
Inoltre io non ho neppure un computer in cui voi potreste inserire informazioni e, con la
semplice pressione di un tasto, far uscire un profilo calzante continu Hohlfort. Io posso al massimo
offrirvi qualche tassello mancante del puzzle. Ma  compito vostro inserirli nel punto giusto.
Stoya lanci a Scholle uno sguardo adirato, poi preg il professore di continuare con le sue
spiegazioni, e certo Hohlfort non si fece pregare molto. Se c'era una cosa che amava, era mostrare agli
altri l'inesauribilit del suo sapere. Presupponendo che non venisse messo in dubbio.
Tornando alla vostra domanda sulla professione del criminale.... Hohlfort fiss un punto
invisibile sul soffitto nudo della stanza e assunse un'aria pensosa. Tutto ci che posso dirvi : il
Collezionista tende a pianificare, e probabilmente ha un lavoro in cui gestisce progetti con scadenze
rigide. E abituato a portare a termine le cose entro un punto preciso nel tempo.
Stoya pens alla tazza da caff sulla scrivania di Zorbach, in redazione, sulla quale stava scritto:
I CREATIVI NON HANNO UN ORARIO D'UFFICIO, SOLO SCADENZE.
E inoltre deve avere delle conoscenze almeno elementari di medicina.
Stoya annu concorde. Gli occhi non erano stati asportati in modo del tutto professionale, ma
comunque in una maniera accurata, e l'assassino aveva saputo dosare il narcotico in modo che durasse
fino allo scadere dell'ultimatum. O almeno si intuiva che i piccoli fossero stati incoscienti quando erano
stati annegati, dal momento che mancavano del tutto altri segni di violenza. Perlomeno Stoya cercava
di convincersi di questo, cosa che non sempre gli riusciva.
In ogni caso ha gi superato da tempo la fase della pianificazione e del riavvicinamento
sentenzi Hohlfort. Diversamente l'ultimatum non sarebbe sempre cos uguale e routinario. Da questo
possiamo dedurre che l'assassino  diventato strano gi anni fa.
Per esempio quando ha ucciso una donna sul ponte?
Io avrei giusto una domanda su quello che potrebbe essere il motivo scatenante disse Stoya in
uno dei pochi spazi silenziosi che il professore lasciava. Potrebbe essere che il Collezionista attraverso
le sue azioni rielabori un trauma?.
Hohlfort annu deciso. Oserei addirittura pensare che esista una cartella clinica della psicologia
dell'assassino. Purtroppo fino a oggi non ha lasciato dietro di s n tracce di DNA n impronte digitali.
Questo non ci aiuta affatto e siamo quindi costretti a percorrere la classica strada che restringe la
cerchia dei colpevoli. E questa inizia proprio con la domanda decisiva riguardo al suo movente!.
Per la prima volta il professore elarg il proprio sorriso smagliante da trasmissione televisiva e
alz entrambe le mani come se volesse arrendersi. E qui abbandono il terreno solido della scienza per
lanciarmi in quello puramente speculativo.
Per Scholle questo era davvero troppo e stava per alzare con forza il massiccio corpo dalla
sedia. Ma Stoya fece segno al suo compagno di avere ancora un attimo di pazienza. Anche lui voleva
uscire da l, non ultimo perch la roba che aveva sniffato dieci ore prima stava perdendo il suo effetto e
aveva bisogno subito di un'altra spinta.
Devo prima essere sicuro che stiamo procedendo sulla strada buona.
Al contrario di Scholle, per il quale il colpevole era ormai chiaro, il cervello di Stoya faceva
fatica ad accettare che la peggior serie di delitti di tutta la sua carriera potesse essere opera di un
vecchio collega. Certo, Zorbach era comparso improvvisamente sul luogo del delitto e il suo
portafoglio era stato trovato laggi nonostante le sue tasche fossero chiuse in una tuta di protezione, e
inoltre sembrava avere anche informazioni concrete sui casi... Questo lo rendeva al momento il loro
sospettato numero uno. Il fatto che da un lato conoscesse il vero ultimatum, ma dall'altro non avesse
detto nulla sul modus operandi - l'affogamento -, per Scholle era il chiaro segno che si trovava davanti
alla "tattica di uno psicopatico che un cervello sano comunque non potrebbe capire".
Per Stoya questo non bastava, ma tuttavia appoggi la ricerca di Zorbach, che procedeva a
pieno ritmo. Al momento stavano perquisendo la sua casa e cercando la sua Volvo. Si trattava solo di
tempo, ma l'avrebbero trovato. Tempo che Stoya ora doveva usare per prepararsi al confronto con lui.
Prego, ci illustri le sue ipotesi preg il professore e diede un'occhiata all'orologio.
Mancano meno di dieci ore.
Cosa vuole ottenere esattamente il Collezionista con queste morti?.
60
(9 ore e 41 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Niente faceva presupporre che in questo insediamento ai bordi del Grunewald poche ore prima
fosse stato perpetrato un brutale delitto. Sembrava che la neve fresca non avesse coperto solo le strade,
i tetti e i giardini, ma anche il ricordo del terribile avvenimento. Se non lo avessi saputo cos bene, avrei
detto che questo sembrava il posto pi sicuro del mondo. Un luogo in cui i genitori danno ai loro figli
dei nomi che non sarebbero passati inosservati neanche in un catalogo Ikea: Tombte, Sren,
Lars-Alvin, Finn. Bambini il cui tempo dedicato alla televisione  strettamente limitato e che ritornano
a casa non dal campo di calcio ma dalla lezione di piano, attesi da adulti che discutono dalla siepe del
giardino sui fertilizzanti migliori e sul vicino che ha lasciato che il cane facesse di nuovo i bisogni sulla
via centrale senza pulire quello schifo sebbene il comune avesse messo dappertutto quelle cassette blu
con i sacchettini. Una zona in cui lo scandalo pi grave degli ultimi anni era stato quando il vecchio
fornaio era apparso nella Zikandenweg con una ventenne asiatica. Anche questa, adesso!
Viaggiavo a passo d'uomo e guardavo le finestre illuminate. In alcune c'erano gi le decorazioni
natalizie: schiaccianoci dipinti a mano, ceppi di legna, collane di lucine monocolore. Non coloratissime
e dissonanti come nei quartieri poveri, e nessun Babbo Natale che si arrampica sui tetti o animali a luce
alogena davanti al garage. Nel Westend si festeggia in modo discreto.
E noioso, oserei dire.
Ci vediamo nella Kuhlen Weg dissi al telefono.
Intendi sul posto del delitto?. Frank non sembrava molto entusiasta di dovermi fare
nuovamente da fattorino.
Esattamente l.
E di cosa si tratta questa volta?.
Della tua macchina.
Oddio, dimmi che non fai sul serio. Frank rise in modo forzato. Stai fuggendo, vero?.
No, sto solo attento.
Non prendermi in giro, non sono cretino. Lo so perch Thea e il resto della redazione sono
chiusi in sala riunioni, adesso. La polizia  sulle tue tracce e non sanno se nascondere la cosa o sbatterla
in prima pagina.
Zorbach accusato di omicidio. Quanto ha veramente a che fare il nostro reporter con il
Collezionista di occhi?
Vedevo gi davanti a me i titoli e intuivo che Thea stava gi pianificando lo scatto in avanti,
mentre l'amministrazione calcolava i danni di immagine e i costi di un processo civile, nel caso io li
avessi in futuro chiamati in causa per danni morali.
Sempre che riesca a dimostrare la mia innocenza.
C' sicuramente un buon motivo se ho dovuto giurare al grande capo Thea che l'avrei avvisata,
nel caso tu avessi chiamato disse Frank.
Non farlo.
Non preoccuparti. Sto dalla tua parte, non dir niente. Ma non intendo nemmeno prestarti la
mia macchina solo perch la tua scotta.
La sua affermazione mi fece ricordare che avevo stupidamente dimenticato di rimettere la targa.
Fino a quel momento ero stato pi fortunato che abile. Se volevo utilizzare bene il tempo che mi era
rimasto prima che mi trovassero, dovevo da subito usare pi cautela. E per questo era importante che
procurassi una macchina che non fosse ricercata.
Ma perch non ti presenti spontaneamente? domand Frank. Se non sei colpevole non pu
accaderti niente.
Il problema  che non posso spiegare come mai ero sul luogo del delitto, come mai il mio
portafoglio sia finito l e come faccio a sapere dell'ultimatum.
Rispondi a questa domanda: cosa faresti se improvvisamente ti si presentasse una testimone
che afferma di aver visto l'ultimo omicidio del Collezionista?.
Non  una stronzata?.
Non gli dissi che la mia testimone era una medium cieca che aveva percorso gli ultimi
chilometri seduta accanto a me, sfinita, con la testa appoggiata al finestrino. Probabilmente la gita alla
barca per lei era stata molto pi stancante di quanto volesse ammettere.
Ragazzi, questa sarebbe la storia del secolo.
Oh, certo, e che storia! Non ci crederai...
Bene, portami la tua auto.
Frank sbuff. Ehi, la carriola  di mia nonna. Mi ammazza se faccio anche un solo graffio alla
sua Toyota.
Stai tranquillo Frank, ci sto attento. Ci troviamo l tra dieci minuti. Avevo raggiunto la fine
della strada e scesi.
Siamo arrivati dissi ad Alina, dopo aver parcheggiato la macchina con due ruote sul
marciapiede lastricato. Era 1'ingresso anteriore della piccola villetta nel cui giardino, il giorno
precedente, Thomas Traunstein aveva ritrovato il corpo della moglie Lucia, pi giovane di lui di
quattordici anni.
La casa intonacata color crema con il garage ricoperto di canne era l'unica sulla strada in cui
non brillava alcuna luce. Buio pesto. Persino l'illuminazione del numero civico era spenta.
Alina si stir sbadigliando. Poi liber il suo orologio dalle numerose maniche di pullover e apr
il coperchio.
Ma cosa facciamo qui? chiese assonnata.
Dobbiamo scoprire se lei  mai stata in questo posto.
Aprii la portiera e un'ondata di aria gelida si infil nell'abitacolo. TomTom si sollev sul sedile
e cominci ad ansimare.
Cio vuole scoprire se questo posto corrisponde al luogo della mia visione?.
Il parabrezza si appann per il fiato.
S. Perch non chiamiamo le cose con il loro nome? Voglio sapere se una testimone cieca ha
visto qui un omicidio.
Scesi. I miei occhi cominciarono a lacrimare quando mi misi controvento e guardai nella
direzione in cui la strada diventava un sentiero che, superando diversi impianti sportivi, conduceva
direttamente alla Teufelsseeschaussee.
E da l al Teufelsberg.
Cercai di ripensare alla descrizione di Alina e le chiesi: Quanto ci ha messo a raggiungere la
cima?.
So solo che per un po' siamo saliti verso la montagna, c'erano parecchie curve.
Non ne ho idea disse. Quando sogna lei ha il senso del tempo?.
No, ma nei miei sogni non rapisco bambini.
Alzai il capo e guardai obliquamente il cielo grigio scuro nella direzione in cui immaginavo ci
fosse il Teufelsberg. La collina era un tempo una discarica, un mucchio di macerie e detriti raccolti
dalle rovine dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale oramai ricoperto di boschi e prati. Oggi
aveva la funzione di un luogo naturale in cui i berlinesi andavano a passeggiare, facevano volare gli
aquiloni o scendevano i pendii con lo slittino. Mi chiesi se dalla sua cima, con la luce del giorno,
sarebbe stato possibile vedere il giardino di Traunstein. Al buio non potevo accertarlo, ma mi sembrava
che il Teufelsberg fosse troppo lontano, anche avendo un binocolo.
Ma cosa ti credevi, idiota? mi domandai, voltandomi verso la villa. Pensavi veramente che
nella folle storia della cieca ci fosse qualcosa di vero?
Mi appoggiai con la schiena alla macchina e riflettei sui prossimi passi. Il giardino era chiuso
solo da una bassa recinzione che, in tempi migliori, avrei potuto tranquillamente scavalcare. Ma anche
oggi non avrebbe dovuto richiedere troppo sforzo.
Non vorrei essere pesante disse Alina alle mie spalle. Ma sono quasi le nove, e non sono
ancora a casa. TomTom ha fame e deve fare i suoi bisogni. Rise. E anch'io.
La sua risata non lasciava dubbi riguardo a ci a cui si stava riferendo.
Aspetti qui, non ci vorr molto.
Dove sta andando? la sentii gridare, ma mi ero gi incamminato nel piccolo viottolo e stavo
passando davanti al garage verso il bosco. Dopo pochi metri girai a sinistra su uno stretto sentiero, una
pista per ciclisti e pedoni che correva parallela alla siepe interna del prato. Ancora dieci passi, poi mi
sarei fermato.
Ero gi stato qui ieri, nella pioggia battente, a un solo tiro di schioppo dalla rimessa quadrata il
cui tetto obliquo ora era ricoperto da uno spesso strato di neve.
Il luogo in cui Lucia Traunstein era stata trovata distesa sul prato era circondato da nastri di
sicurezza. Anche la tenda che la scientifica aveva montato era ancora l. Non potevo vedere se la porta
del capanno fosse stata chiusa a chiave, ma ne ero sicuro.
Era di legno, non di metallo, l'ho sentito perch mi si e piantata una scheggia nella mano
quando ho spinto di lato il catenaccio. Inoltre quando sono entrata sapeva di resina.
Socchiusi gli occhi, ma nell'oscurit era impossibile capire se la descrizione di Alina
corrispondesse al capanno di Traunstein.
Allora, vediamo...
Scossi la recinzione verde, i cui paletti erano fissati al suolo con il cemento in modo che i
cinghiali non potessero in trufolarsi. Sulla cima quei paletti erano curvati in avanti, cosa che non
rendeva semplice entrare, ma non del tutto impossibile. Stavo per appoggiare il piede e sollevarmi
quando sentii qualcosa poco lontano da me che sbatteva. Quando lasciai la presa lo sentii nuovamente.
Mi voltai verso destra e scrollai nuovamente la recinzione per esserne certo.
Non c'erano dubbi. Camminai lungo quella sorta di barriera e poi lo vidi: il cancelletto non era
chiuso. O meglio, lo era, ma qualcuno aveva fatto scivolare il chiavistello fuori dal passante, in modo
che il cancello non potesse chiudersi.
Come pu essere? Questo  un luogo in cui  stato commesso un delitto.
Anche se tutte le impronte erano state prese, non avrebbe mai dovuto essere cos accessibile.
Stupito spinsi la porta col piede e guardai a terra.
Le orme che partivano davanti a me dirigendosi dietro al capanno potevano appartenere a
diverse persone. Potevano essere del padre che si era lanciato nel bosco alla ricerca dei figli, di un
poliziotto o di un tecnico della scientifica che voleva verificare che anche la recinzione fosse ben
chiusa, e aveva commesso un errore. Anche quelle orme fresche nella neve che si dirigevano in
un'unica direzione... c'era sicuramente una spiegazione semplice.
E cio erano dello sconosciuto la cui torcia aveva appena lampeggiato al piano terra della villa,
a circa venti metri dal pergolato.
59
Niente legno. Per la costruzione del capanno erano stati utilizzati solo metallo e plastica.
Tuttavia c'era un catenaccio Mi chiesi se significasse qualcosa il fatto che almeno su questo punto le
visioni di Alina corrispondessero alla realt, ma fui di nuovo distratto dalla luce che lampeggi dietro
alla grande porta finestra del terrazzo.
Per non farmi prendere per un ladro mi diressi dritto verso la villa senza ulteriori precauzioni.
Per un vicino che casualmente guarda dalla finestra  molto pi visibile uno che striscia rannicchiato
contro un muro, piuttosto che un uomo che marcia dritto e a passi decisi sul prato.
Solo quando fui giunto alla finestra, mi appiattii dietro una sporgenza del muro e sbirciai verso
l'interno della villa attraverso una tenda leggera. Dovetti correggere subito la mia prima intuizione. Non
era una torcia. E neppure uno scassinatore. Il bagliore irregolare che avevo visto dal capanno veniva da
un proiettore fissato al soffitto rivestito in legno del soggiorno. L'unica fonte di luce era il film sullo
schermo.
Non riuscivo a capire se ci fossero spettatori seduti su uno dei divani disposti a forma di U...
...gi, e cosa proiettavano?
Strinsi gli occhi ma lo schermo sul camino rimase grigio. Fino a quel punto si era visto un film
in bianco e nero con una luce pessima: solo con grande fantasia si potevano intuire in quelle immagini
sfocate un grande bagno con due lavandini,un water, un bidet e una cabina doccia. Ma poi qualcuno,
involontariamente o di proposito, mise qualcosa davanti all'obiettivo, probabilmente un fazzoletto, e la
stanza da bagno scomparve, per cui il soggiorno di Traunstein ora era di nuovo buio.
Riflettei sulle prossime mosse, quando sentii un risolino. Era piuttosto squillante, anche se
attutito dalla finestra chiusa, e risultava comunque troppo forte e del tutto fuori luogo nell'abitazione di
un uomo la cui moglie era stata assassinata e i cui figli, ostaggi di un pazzo, avevano ancora solo poche
ore per tornare a casa vivi.
Il proiettore lanci nuovamente un fascio di luce sul telo bianco, e ora l'invisibile cameraman
non si limitava pi all'inanimato arredamento del bagno. Il fazzoletto era scomparso e il nuovo punto di
ripresa era tale per cui si vedeva una vasca da bagno angolare, nella quale una donna si raccoglieva i
capelli, rivolgendo la schiena all'obiettivo.
Prima che potessi rendermi conto di cosa mi inquietava tanto in quell'immagine, un sedere
maschile si spinse davanti alla telecamera e copr quasi completamente la visuale. Il risolino che prima
suonava cos frivolo, ora assunse un tono che non lasciava dubbi, quando l'uomo si pose davanti alla
vasca e cominci a massaggiare le spalle della donna. La sua posizione leggermente inarcata in avanti
lasciava intuire che non si stava accontentando solo di massaggiarle le spalle.
All'improvviso mi sentii sporco come un guardone: mi ero insinuato nella vita intima di un
estraneo ed ero a un passo dal superare una soglia oltre la quale diventava impossibile ritornare in una
vita decorosa. Solo una volta nella mia vita mi ero sentito cos misero, poco prima del matrimonio,
quando Nicci dovette fare un'enorme quantit di straordinari e in me si era insinuata la paura
irrazionale che avesse una storia. La mia versione di panico da matrimonio. Quella volta avevo preso il
cellulare che di notte lasciava sulla scarpiera del corridoio. Non sapevo bene cosa avrei dovuto cercare,
forse volevo solo leggere i suoi SMS. Erano passati molti anni da quel momento, ed ero felice di non
averlo fatto, anche se non ho mai potuto fugare del tutto il lieve dubbio sulla sua fedelt. Avevo
mantenuto la mia dignit e questo era molto pi importante. E quindi ero ancora pi penosamente
colpito dal fatto che nel luogo in cui si era consumata una tragedia familiare io stavo spiando attraverso
una finestra del soggiorno e avevo scoperto che il padrone di casa si stava guardando un film porno
casalingo su uno schermo gigante.
Anche se fino a quel momento non avevo ancora potuto vedere Traunstein, ero sicuro che la
bottiglia mezza vuota di bourbon sul tavolino di vetro vicino alla poltrona di pelle gli appartenesse,
come il posacenere traboccante l vicino.
Mi avvicinai alla porta della terrazza e rimasi indeciso. Esitavo, come quella volta in cui avevo
deciso di prendere il cellulare di Nicci per spiarla. Eppure questa volta sarei andato avanti, lo sentivo.
Pu essere che io sia venuto qui solo a causa della pazzia di una non vedente, pensai mentre
allungavo la mano. Pu essere che Alina sia solo matta e che il padre non abbia nulla a che fare con la
scomparsa dei bambini.
Nella certezza che la porta fosse chiusa, girai la maniglia gelida.
Ma qualcosa qui non va.
Quando, con mia grande sorpresa, la porta si apr e scivolai silenzioso nel soggiorno, trovai solo
una scusa da poco per giustificare la mia curiosit.
Sarei un pessimo giornalista, se non andassi in fondo alle cose.
58
Riconobbi Thomas Traunstein nel momento in cui si volt verso di me. Indossava lo stesso
abito con cui il pomeriggio prima si era presentato davanti alla stampa per lanciare l'appello ai cittadini
per la ricerca dei suoi figli. In quel momento per pareva che ci avesse dormito con quel doppiopetto
marrone chiaro. Il risvolto era sgualcito e macchiato in pi punti, cosa poco appropriata per il
proprietario della pi grande catena di lavanderie di Berlino.
Ma di certo non cos poco appropriata come questa scena.
Inizialmente Traunstein non mi aveva sentito entrare. Solamente quando mi ero schiarito la gola
e lo avevo chiamato, aveva reagito cercando maldestramente di alzarsi da una profonda poltrona.
Inutilmente. La mezza bottiglia di bourbon gli aveva sottratto ogni energia.
Cosa c'? farfugli allungandosi, quando fui davanti a lui. Gli occhi iniettati di sangue
riflettevano la stupida aggressivit degli ubriachi in cerca di un pretesto per la rissa. Potrei chiederle la
stessa cosa risposi alludendo allo schermo, sul quale le immagini divenivano sempre pi
inequivocabili.
La donna nella vasca si era voltata e, con la testa all'altezza dei fianchi, premeva con entrambe
le mani le natiche dell'uomo. Finora non si erano viste cose che la televisione non trasmetta ogni
pomeriggio, ma questo non toglieva al film il carattere scandaloso. Certamente non era proibito
guardare un film pornografico in casa propria, neppure quando si  vedovi da poche ore e la carne della
propria carne si trova nelle mani di un pazzo.
Non  proibito. Ma di sicuro non  giusto.
Non ha niente di meglio da fare? gli chiesi.
Si pass la mano tra i capelli scompigliati e mi fiss, ma non ero sicuro se il suo sguardo vuoto
e ottuso fosse dovuto alla mia domanda o al fatto che si stesse chiedendo chi diavolo fosse quell'uomo
nel suo soggiorno.
Che vuole? chiese dopo un lungo silenzio. Nel frattempo avevo cercato con lo sguardo la
cucina per fare del caff e rimettere in piedi quell'uomo.
Dobbiamo parlare dissi secco.
Di che? bel. Mi guard stancamente e non fece nessun gesto per pulirsi la bava dal mento.
Del fatto che forse lei sa qualcosa che potrebbe portarci all'uomo che ha ucciso sua moglie.
Se poco prima dell'omicidio ha parlato con lei. Se davvero l'ha avvertita di non andare in
cantina.
Lucia era una puttana! grid ansimando. Una puttana schifosa.
Sussultai come se Traunstein avesse offeso me con quelle parole piene di odio.
Ha sempre scopato in giro. Ecco.... Afferr un telecomando sul tavolino e, con una sicurezza
stupefacente per il suo stato, alz il volume.
I gemiti non lasciavano alcun dubbio su ci che i due stavano combinando nella vasca da
bagno.
La mia casa piagnucol Traunstein. Questa  la mia casa. Il mio bagno. Mia moglie. Rise
isterico. Persino la mia merdosa telecamera, ma quello stronzo l.... Fece un gesto sprezzante verso
lo schermo, sul quale il sedere peloso dell'uomo occupava di nuovo tutta l'immagine. ...quello non
sono io.
Senta, i suoi problemi matrimoniali non mi riguardano cercai di calmarlo.
In realt niente mi riguarda. Sto solo rincorrendo le visioni di una cieca.
Ma non sarebbe meglio darsi da fare per aiutare nelle ricerche dei suoi figli?.
Di Lea? Di Toby? Al diavolo.
Pensai di aver sentito male, ma poi ripet la frase e sput perfino sul pavimento. Quei due
bastardi schifosi! Non sono miei.
Lasci cadere il telecomando e riusc finalmente a sollevarsi dalla poltrona. Appoggiando una
mano sul bracciolo rimase sulle gambe tremanti e mi fiss negli occhi. Era a un passo da un attacco di
nervi.
Non sono miei! Capisci?.
No, non capivo. Per essere onesto, in quel momento non capivo pi nulla. Tuttavia la verit mi
assal solo pochi secondi dopo con inaudita violenza, pi o meno nell'istante in cui anche Traunstein
cominciava lentamente a capire.
Merda, lo so chi sei gracchi con un tono ancora insicuro, poi mi fiss attentamente.
Qualcosa di inquietante si stava facendo strada, lentamente ma con fermezza, attraverso il suo
cervello annebbiato dall'alcol. L'espressione di Traunstein cambi e si riflesse su tutto il resto del suo
corpo intorpidito.
Ho trovato il tuo portafoglio oggi. I tuoi documenti.
Annuii. Non tanto a lui, quanto al fatto che anche nella mia testa i pezzi del puzzle
cominciavano a incastrarsi.
Ora capivo perch la risata della donna mi aveva inquietato gi quando ero sulla terrazza.
Perch la personalit di Traunstein mi sembrava cos familiare sebbene non mi fossi mai trovato di
persona davanti a quell'uomo. Ma non era necessario, perch mi era stato descritto cos tante volte che,
nella mia testa, mi ero fatto un'idea di lui pi che negativa, cosa che in effetti concordava in tutti i
dettagli con la realt. Persino la sua parlata volgare mi era nota.
Lucia era una puttana. Quei due bastardi schifosi! Non sono miei.
Merda, sei lo scribacchino, quello che tempo fa ha gi ammazzato una donna. E adesso ci hai
mandato la mia, all'inferno!.
Traunstein ora era cos vicino che sentivo il suo fiato puzzolente, un misto di whisky e sigarette.
Sei stato tu. Tu l'hai fatto.
Indietreggiai e un'occhiata allo schermo mi port l'ultima scintilla dell'orribile consapevolezza.
La sua foto non era stata ancora pubblicata. Forse perch le foto dei bambini scomparsi
destavano molta pi attenzione e la stampa voleva conservarsi la foto del cadavere della donna per i
giorni in cui non ci sarebbero state nuove notizie sul Collezionista. O forse mi era semplicemente
sfuggita, in fin dei conti ero scomparso nelle ultime ore.
Maledizione, sono stato troppo impegnato con i miei problemi.
La donna era uscita dalla vasca. I suoi capelli lunghi e raccolti si erano di nuovo sciolti e le
scendevano davanti coprendo il piccolo seno. Quando sorrise verso l'obiettivo un pugno doloroso
premette ogni gioia fuori dalla mia anima.
Mio Dio, ti prego, fa' che non sia vero, pensai e capii perch non aveva risposto alle mie
chiamate. Non ci saremmo mai pi incontrati in quel luogo equivoco, e non avremmo mai pi potuto
terminare i nostri intimi colloqui.
E non ci saremmo mai innamorati l'uno dell'altra.
Avrei voluto piangere e gridare insieme, ma nulla avrebbe potuto cambiare le cose.
Charlie era morta.
E io l'avrei seguita presto, se la pallottola della pistola che ora suo marito mi puntava addosso
mi avesse colpito.
57
(9 ore e 17 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
Hohlfort sguazzava nel suo elemento. Sfoderava continuamente quel sorriso da talk show e,
nonostante la sua menomazione fisica, sembrava un uomo estremamente felice. Felice di poter istruire
miseri poliziotti inesperti con le sue teorie sui moventi e sullo svolgimento dei fatti. Stoya si chiese se
un giorno avrebbe trovato anche lui il tempo per raccontare le sue esperienze lavorative in un libro.
Ogni idiota oggi scrive una biografa, concede autografi alla fiera del libro e si fa riprendere dalle
telecamere. Perch non avrebbe potuto anche lui dare un po' di lustro al proprio valore e, perch no,
alla propria immagine, appena si fosse lasciato alle spalle quella merda?
Possiamo presupporre con certezza che nella fase di formazione dell'assassino ci sia stato un
fattore scatenante, probabilmente un'esperienza traumatica. Spesso il colpevole ha subito violenze,
maltrattamenti o abusi da bambino.
Ah, certo. E il Collezionista  la vera vittima. La classica scusa dei criminali lo schern
Scholle. Si era alzato per abbassare un po' il riscaldamento. Nella stanza priva di finestre del
commissariato era praticamente impossibile trovare la giusta temperatura. In estate si gelava a causa
del condizionatore e in inverno veniva il mal di testa dal caldo.
Esatto, quasi ogni criminale proviene da condizioni problematiche, e quindi questo fattore
comune non ci  d'aiuto. Hohlfort prese la cartellina che aveva posato vicino alla sedia a rotelle e la
mise sulle gambe. Con movimenti agili l'apri e ne estrasse una spessa documentazione che mise sul
tavolo davanti a s. Fortunatamente queste mutilazioni ci offrono importanti indizi.
Gir i documenti in modo che Stoya e Scholle potesse vedere le foto agghiaccianti delle vittime.
Stoya and in collera per quel gesto teatrale del professore.
Come se avessi mai potuto dimenticare i piccoli corpi e quell'orbita vuota nel loro viso.
Indizi?. Con impazienza incalz Hohlfort ad arrivare al punto.
Ogni omicida ha uno scopo. Potrebbe non essere comprensibile per una persona normale, ma 
cos. E nel caso del Collezionista  persino troppo evidente.
Ah, certo lo punzecchi Scholle, indicando con rabbia la pratica.  un sadico pedofilo. Gode
quando tortura i bambini.
Sbagliato. Infatti manca ogni segno di abuso sulle vittime. Hohlfort scosse la testa con aria
saccente. E una violenza sessuale non giustificherebbe comunque l'asportazione dell'occhio sinistro,
giusto?.
La domanda era chiaramente indirizzata a Scholle, che ora stava visibilmente sulle scatole al
professore, ma fu Stoya a rispondere: Gli assassini che coprono gli occhi alle loro vittime ripetono un
gesto simbolico e cercano di riportare indietro nel tempo l'avvenimento. Non riescono a sopportare la
vista della loro azione e chiudono gli occhi della vittima al posto dei propri.
Ma in questo caso il Collezionista avrebbe strappato entrambi gli occhi lo contraddisse
Hohlfort e sollev verso i due funzionari la foto della prima vittima, la piccola Karla Strahl. Stoya
resistette alla tentazione di voltarsi dall'altra parte e fiss direttamente il volto abbronzato del vecchio
criminologo.
Allora colleziona trofei? chiese Scholle.
Hohlfort contorse divertito le labbra sottili. Trofei, ricordi, premi - sono sempre le prime
congetture che un criminologo fa in piccoli omicidi, quando alla vittima manca una parte del corpo.
Scosse la testa energicamente. No. Credo che il nome, Collezionista di occhi, ci abbia depistato. Non
 affatto un Collezionista.
E cosa, invece?.
Lo considererei pi un trasformista. L'omicida produce una condizione. Cambia il bambino in
un altro essere. Lo trasforma in un ciclope.
Un ciclo... che?. Scholle si era nuovamente seduto e cominci a dondolarsi appoggiato allo
schienale.
Dovrebbe aver sentito parlare dei ciclopi, quegli esseri mitici il cui segno fisico pi evidente 
di possedere un solo occhio.
Hohlfort si inumid velocemente le labbra con la lingua. A Stoya venne in mente una lucertola.
Anche se lei  sicuramente ferrato sulla mitologia greca... aggiunse il professore con un
sorriso di sufficienza diretto a Scholle ...mi permetto comunque di fornirvi una piccola
delucidazione.
Ripose la foto della piccola Karla e chiuse la cartella.
I primi e pi noti ciclopi erano i figli di Urano e Gaia, la quale, come tutti sappiamo,
rappresenta la madre terra. Con Urano, dio del cielo, Gaia partor tre ciclopi. Ma Urano odiava questi
figli, li odiava a tal punto che.... Hohlfort fece una breve pausa studiata per sottolineare le parole
successive. ...che li imprigion.
Dove?. Per un breve momento Stoya si era davvero chiesto se volesse davvero continuare a
perdere tempo con le brutali supposizioni del professore, che per ora aveva catturato nuovamente la
sua attenzione.
Nelle viscere della Terra disse il professore. Imprigion i figli nel Tartaro. Questo era il
nome che gli dei davano a una parte del mondo sotterraneo che si trovava ancora pi in profondit
dell'Ade.
Stoya annu inconsapevolmente, cosa che gli fece guadagnare un segno di compiacimento da
Hohlfort. Noto che sta intuendo il parallelo.
Che fine fecero i figli con l'occhio solo? chiese curiosi Scholle, che aveva smesso di
dondolare.
Furono liberati da Zeus in persona, il dio di tutti gli dei. I ciclopi furono cos felici della loro
liberazione che regalarono a Zeus il tuono e il fulmine.
Certamente la sua infinita cultura  davvero impressionante, professore, ma....
...ma le sue considerazioni sfociano in una teoria sulla quale possiamo lavorare nel
concreto?. Stoya complet la frase di Scholle prima che questi potesse terminarla in modo
sicuramente sgarbato.
Hohlfort rise compiaciuto e all'improvviso sembr cos vitale che Stoya non si sarebbe sorpreso
se il professore fosse balzato in piedi dalla sedia a rotelle. Oserei persino dire che la mia  pi che una
teoria. Vi ho fornito un punto di partenza molto, molto importante.
Hohlfort fece un'altra delle sue pause cariche di significato, durante la quale non si ud altro che
il rumore del vecchio termosifone sgangherato. Poi si schiar la gola e aggiunse con un tono quasi da
omelia: Il Collezionista di occhi sceglie i bambini rifiutati dai loro padri.
Per quale motivo? chiesero contemporaneamente i due poliziotti.
Hohlfort assunse un atteggiamento di sufficienza, come se dover spiegare una cosa tanto
evidente non fosse dignitoso. Alla fine cedette: Perch questi bambini, cos come i ciclopi della
mitologia greca, sono il prodotto di una relazione proibita.
56
(9 ore e 11 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
 uno sbaglio disse Alina a bassa voce. Respirava velocemente, e gli occhi tremolavano
inquieti sotto le palpebre chiuse. Non dovremmo farlo.
Non avere paura le risposi sperando che non intuisse la mia disperazione. Non ci vorr
molto. Poi cercai di condurla verso la stanza, ma spinse via riluttante la mia mano.
Ti capisco, pensai e fui felice che Alina non potesse vedere i miei occhi pieni di lacrime.
Anch'io non vorrei mai pi entrare l dentro, ma ora non si tratta pi di lavoro. Ora si tratta di
me.
Annichilito dalla consapevolezza della morte di Charlie, non avevo cercato subito di difendermi
da suo marito. Non avevo idea di come all'improvviso quella pistola fosse comparsa nella sua mano, e a
dire il vero avevo ancora meno voglia di chiedermi perch alla fine non avesse sparato.
Non ci vuole uno psicologo per capire cosa ci fa un uomo distrutto dal destino, nelle sue ore di
pi amara solitudine, con una pistola carica in mano. Ma se Traunstein avesse avuto l'intenzione di
uccidersi, l'alcol gli aveva di sicuro rubato ogni forza per farlo. Esattamente come non aveva avuto la
forza per sparare a me, e cos in quel tremendo momento in cui ci eravamo trovati uno di fronte
all'altro, entrambi attanagliati dallo shock della scoperta, la pistola gli era sfuggita di mano ed era
scivolata sul pavimento, sul grosso tappeto vicino al divano, dove si trovava anche ora.
Cosa cerchiamo qui? chiese Alina.
Risposte.
Il mio destino sembrava legato a quello del Collezionista da una corda invisibile, che si
stringeva sempre pi attorno a me. Anche se il dolore per Charlie, di cui avevo appena dovuto scoprire
il vero nome in modo terribile, era insopportabile, non potevo semplicemente andarmene. Avevo
bisogno della verit, e per questo ero tornato verso l'auto e avevo convinto Alina a seguirmi nella villa
di Traunstein.
C' una gran puzza di fumo, alcol e sudore qui dentro disse esitando all'ingresso. Con una
mano teneva la maniglia della porta mentre con l'altra mi prese il braccio, proprio dove avevo
posizionato il cerotto contro il fumo. E c' ancora qualcos'altro qui dentro?.
Oh, certo, c' ancora qualcosa.
Sciolsi dolcemente la mano di Alina dalla maniglia e la condussi verso il salone, che era ancora
illuminato solo dalla luce del proiettore. Avevo fermato il film per non dover pi vedere quelle
immagini insopportabili. Immagini che mi ricordavano che, ancora una volta, avevo perso una persona
importante della mia vita. E questa volta definitivamente.
Mi schiarii la gola. Traunstein alz la testa e cominci a piagnucolare.
Chi  questo? chiese Alina irrigidendosi. Quando il piagnucolio di Traunstein divenne pi
forte, strinse la mia mano con forza. Cosa diavolo gli  successo?.
Sta bene dissi.
E perch non parla?.
Perch  imbavagliato.
Esattamente con il fazzoletto da taschino della sua giacca.
Sfilai il braccio dalla stretta di Alina e andai al centro della stanza, raggiungendo la sedia a cui
avevo legato Traunstein con una prolunga, cosa che non era stata di certo la migliore scelta della mia
vita, senza dubbio gi abbastanza distrutta. Ma non appena Stoya avesse scoperto che avevo una
relazione con una delle vittime (alla cui natura platonica, vista la situazione, nessuno avrebbe mai
creduto), il vedovo legato a quel modo sarebbe stato il mio ultimo problema.
Traunstein grugn quando voltai di lato la sedia, in modo che il viso dell'uomo fosse rivolto in
direzione di Alina.
Lei ha legato qualcuno? Ma  impazzito del tutto? chiese Alina alle mie spalle.
No, il dottor Roth dice che sono del tutto normale.
Solo per evitare che Traunstein svegliasse tutto il vicinato mentre venivo a prenderla.
Mi inginocchiai direttamente davanti a lui, ed ero comunque pi in alto. Dalla fronte gli
scendevano rivoli di sudore e il suo sguardo era molto pi lucido di prima.
Traunstein? chiese Alina. Dio mio, sta torturando il padre del bambino rapito? Mi porti via
di qui, subito! Non voglio avere nulla a che fare con tutto questo.
Ma chi vuole torturarlo?. Poi parlai rivolto direttamente a Traunstein: La smetta. Facciamo
un patto: io le levo il bavaglio e lei resta tranquillo, okay? Non voglio sentire altro che la risposta a un
paio di domande che le far, ha capito?.
Traunstein annu. Gli tolsi il fazzoletto dalla bocca. Toss quasi senza fiato, e ci volle un po'
prima che potesse calmarsi.
Bene, allora.... Cercai di raccogliere i pensieri, perch volevo scoprire se l'ultima telefonata
era avvenuta davvero cos come Alina l'aveva descritta sulla casa galleggiante.
Ieri, poco prima di tornare a casa, ha telefonato a sua moglie?.
Lei.... Toss ancora, poi riprese:  stata lei.
Ansimava con sforzo. La sua lingua sembrava non ubbidirgli pi.
Bene, ha chiamato lei.
Fino a qui coincide con il racconto di Alina.
Cos'ha detto? .
Cos'ha detto la donna di cui mi stavo innamorando poco prima di morire?
Lei... deglut ...era isterica. Non si capiva
Ha detto qualcosa su un gioco a nascondino?.
Eh?.
Il suo sguardo esprimeva totale incomprensione.
Cerc di rispondere, ma dovette bloccarsi almeno tre volte prima che gli venisse in mente una
frase che fosse chiara No, niente, urlava solo che i bambini erano spariti.
E sua moglie? chiese Alina alle mie spalle. Ero sorpreso che si inserisse in quel colloquio, e
mi chiesi se qualcosa nella voce dell'uomo l'avesse colpita.
S, lei cosa le ha detto? ripetei la domanda di Alina.
La testa di Traunstein penzolava in avanti, minacciava di addormentarsi, ma poco prima che
potessi sollevargli la fronte rialz il capo con forza inaspettata.
Datti una calmata, idiota. Non  mica la prima volta che i marmocchi si nascondono.
Respirai profondamente, gli posai le mani sulle spalle e fissai gli occhi ubriachi di quell'uomo
rabbioso e ferito. Da un lato avevo una gran voglia di colpirlo dritto in faccia per ogni offesa che aveva
scagliato contro Charlie. Dall'altra parte potevo persino capirlo. Per distruggere una relazione
bisognava essere in due e, indipendentemente dalla gravit degli errori che aveva commesso,
quell'uomo aveva dovuto pagarli molto cari.
Per caso non le aveva proibito di andare in cantina?.
Mio Dio, come ho potuto essere tanto cieco?  troppo tardi. Non andare in cantina per nessun
motivo.
Mentre facevo le domande, osservavo come le espressioni di Traunstein cambiavano. Nella mia
vita precedente avevo condotto molti interrogatori e nella seconda parte altrettante interviste, perci ero
in grado di notare ogni cambiamento durante quel genere di colloqui. Ma in Thomas Traunstein non
potei trovare il minimo segno di sbalordimento o stupore su come avevo avuto quelle informazioni.
Reag solo come aveva fatto fino a quel momento: sconcertato e aggressivo. Cantina? Quale
merdosissima cantina?. Involontariamente con quella risposta aveva toccato il punto. Tutte le vittime
precedenti erano state ammazzate ai piani superiori dell'abitazione. Tutti posti per i quali non avrebbe
avuto senso avvisare la moglie di non andare in cantina. Se la visione di Alina conteneva un briciolo di
verit, poteva essere riferita solo alla morte di Charlie. Non ho detto niente di nessuna cantina.
Traunstein tossicchi e deglut cos forte che fu preso da un attacco di tosse che percosse tutto il suo
corpo.
Okay, qui non si va pi avanti. Pensiamo al piano B.
Mi voltai verso Alina.
Deve farmi un piacere sussurrai in modo che Traunstein non potesse sentire. Le ero
vicinissimo e annusavo nuovamente il suo profumo leggero. La peluria sul collo di Alina si drizz
quando sent il caldo del mio fiato sull'orecchio. Notai l'inizio di un tatuaggio sul collo, che sporgeva
leggermente fuori dal pullover.
Come se avesse sentito il mio sguardo, sollev il collo del maglione prima che potessi decifrare
i caratteri. Mi pareva potesse esserci scritto Hate, 'Odio'.
Che tipo di piacere? chiese.
Presi le sue mani nelle mie e la condussi lentamente vicino alla sedia, finch non fu
direttamente dietro a Traunstein.
Ha detto che ha cominciato dalle sue spalle.
Cosa significa? chiese Traunstein allarmato e sollev il capo per vedere cosa stava
succedendo alle sue spalle.
S conferm Alina. Ma....
Maledizione, che diavolo volete fare? chiese Traunstein cercando di liberarsi dalle corde.
Lo rifaccia la pregai.
Mi dimostri che ha detto la verit. Guardi ancora una volta nel passato del Collezionista.
Portai le sue mani sulle spalle di Traunstein. Lo tocchi. E mi dica cosa vede.
55
(8 ore e 55 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
Il Collezionista di occhi sceglie bambini rifiutati dai loro padri. Perch questi bambini, come i
ciclopi della mitologia greca, sono il prodotto di una relazione proibita.
Stoya ripeteva mentalmente le parole del professore e cominciava a condividere l'antipatia di
Scholle verso quell'uomo saccente che, di proposito, parlava per provocare altre domande e mettere il
pi possibile in evidenza l'ignoranza del suo pubblico.
Cosa le fa dire questo?. Alla fine era stato Stoya a fargli il favore.
Urano era il figlio di Gaia.
Un momento, la vecchia madre terra ha scopato col proprio figlio?. Scholle rise in modo
isterico.
Il figlio che concep senza alcun accoppiamento. S, i greci non erano tanto sensibili, a quei
tempi. Per esempio Zeus era stato anche con la sorella. Al giorno d'oggi questo sarebbe proibito.
Stoya scosse la testa pensieroso. Abbiamo verificato le situazioni delle famiglie. Non c'era
alcun segnale di incesto.
Hohlfort alz l'indice. Parlando di relazione proibita, non intendo dal lato giuridico. Lo  nella
visione del Collezionista, per il quale potrebbe bastare anche un tradimento.
Intende dire....
...che i bambini rapiti probabilmente non sono i figli naturali dei loro padri, esatto. Il
criminologo afferr il cerchio cromato sulle ruote della sua sedia e cominci a muoverla lentamente
avanti e indietro.
Per questo li odia. Per questo la madre viene uccisa, perch ha tradito il marito.
Elettrizzato dalle parole del professore, Stoya balz in piedi e si prese nervosamente le tempie.
Questo trasformerebbe il nostro Collezionista in un vendicatore!.
Esattamente!. Hohlfort continu a spostarsi avanti e indietro come un bambino divertito.
L'assassino punisce la madre per la sua infedelt e ricopre il ruolo di Urano, nascondendo i figli odiati
nelle profondit della Terra. D'altra parte questo ci offre un ulteriore indizio per la ricerca: deve aver
imprigionato le sue vittime in un bunker o una cantina. In nessun modo al livello della Terra o sopra di
esso.
Ah, grazie mille. Questo restringe drammaticamente la ricerca intervenne Scholle, il quale si
era alzato in piedi. La sua pancia traboccava talmente dalla vita dei pantaloni che non si riusciva a
capire se portasse o meno la cintura.
Lei pu stare qui a perdere tempo con le sue osservazioni sarcastiche. Oppure pu verificare il
passato delle famiglie in riferimento a tradimenti e scappatelle. Forse tutte quelle donne hanno avuto
una storia con il Collezionista stesso, dalla quale  nato un figlio che il serial killer odia come fece
Urano con i ciclopi.
E forse adesso io vado al cesso e mi ci gratto il culo rispose Scholle con un gesto alquanto
significativo. Ho le palle piene di questa mitologia merdosa e preferisco tornare alle solide prove
terrene. In fin dei conti abbiamo pur sempre un indiziato che conosce fin troppo bene i dettagli e che ha
perso il portafoglio sul luogo del delitto.
Hohlfort sfoder il suo sorriso televisivo e si diresse verso il guardaroba vicino alla porta.
Avete richiesto voi il parere, miei cari signori. Mi spiace se ritenete che vi abbia fatto sprecare del
tempo.
Stava per prendere il cappotto in cachemire, quando la porta si spalanc e una giovane piomb
dentro.
Scusatemi disse senza fiato, e soffi via la frangia bionda dalla fronte.
Cosa c'? chiese Stoya irritato.
Zorbach disse la ragazza, diventando rossa in volto.
Stoya si sent il cuore in gola.
L'hanno trovato, finalmente?.
No. Gli porse il cellulare.  al telefono.
54
(8 ore e 52 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Nella sua villa?.
S.
Legato?.
Con una prolunga.
Mi prendi per il culo.
La voce di Stoya tremava per la rabbia. Sentivo in sottofondo i rumori abituali di un
commissariato di polizia. Lo squillare dei telefoni, le voci mescolate, le porte che si chiudono e il
battere di infinite tastiere di computer era incredibilmente forte e rumoroso, e sembravano pi le undici
di mattina che la sera tardi. Eppure in quel momento pareva che fossero stati chiamati tutti in servizio.
Durante le partite del Collezionista, la situazione era sempre cos frenetica poco prima di mezzanotte.
Dovete dare un'occhiata al dvd che si trova nel lettore del suo soggiorno.
Non venirmi a dire quello che dobbiamo o non dobbiamo fare rugg Stoya.
Allontanai il telefono dall'orecchio e feci segno a Frank di girare a sinistra al prossimo incrocio.
Dopo che io e Alina avevamo atteso un'eternit davanti alla villa di Traunstein, il mio assistente
era arrivato giusto nel momento in cui Stoya aveva preso la mia telefonata, per cui eravamo saliti sulla
nuova auto per la fuga evitando ogni rumore o segno di saluto.
Dove sei? chiese il commissario della squadra omicidi con un tono ancora di comando.
Domanda sbagliata. Chiedimi piuttosto perch Traunstein preferisce attaccarsi alla bottiglia
piuttosto che aiutarvi nella ricerca dei suoi figli. Il dvd potrebbe darti qualche indizio.
Intanto iniziavo a nutrire dei dubbi sul fatto che fra Traunstein e il Collezionista potessero
esserci dei legami - e non solo perch le visioni di Alina si erano sgretolate. Non c'era un capanno di
legno e il Teufelsberg era troppo lontano. L'ultimatum distorto non era stato altro che un colpo di
fortuna.
Stoya prov a cambiare tattica e cerc di parlarmi in tono persuasivo. Vieni al commissariato.
Ti prometto che saremo corretti.
Sarebbe solo una perdita di tempo. Non preoccupatevi di me. Dovete interrogare il marito.
Deglutii e sentii le lacrime salire.
Charlie, maledizione...
Ascoltami, Stoya. Devi credermi, sono sempre dalla tua parte. Per questo ora ti dico qualcosa
che mi potrebbe danneggiare ulteriormente, capito? Te lo dico fidandomi del mio vecchio collega.
Aprii un poco il finestrino e lasciai che l'aria fredda mi colpisse in viso. La moglie di
Traunstein aveva altre storie. Molte.
E poi aggiunsi, con tono cos basso che i rumori del vento e dell'auto quasi inghiottirono le mie
parole: Anch'io la conoscevo bene.
Che razza di scherzo sarebbe? Avevi una storia con Lucia Traunstein? sentii dire alla voce
attonita di Stoya.
No, o almeno non nel senso che intendi tu.
Mi accorsi che il mio tentativo di non farmi udire non era riuscito. Frank, infatti, mi stava
osservando con gli occhi spalancati. Solo Alina, seduta sul sedile posteriore, sembrava non aver capito.
Te lo dico solo per evitare che vi fissiate nelle vostre idee. Forse il padre sa dove sono i
bambini. Capisci? Traunstein ha un movente, non io. Sua moglie aveva altri uomini e lui  convinto che
i figli non siano suoi.
Adesso mi dici subito dove sei!. La voce di Stoya era mutata. La rabbia era passata in
secondo piano, e il tono era molto pi freddo, se non mi sbagliavo - come se avessi fugato gli ultimi
resti dei suoi dubbi sulla mia colpevolezza.
Sono in viaggio. Ma non darti il disturbo di cercare la mia Volvo. Si trova nella Khlen Weg,
con le chiavi inserite.
Guardai Frank, che mise la freccia per entrare nella rotonda della Theodor-Heuss-Platz.
Anche se la mia macchina aveva almeno dieci anni in meno, non era cos ben tenuta come
questa. Sembrava che la Toyota fosse sempre rimasta nel garage, a parte qualche giretto domenicale
della nonna di Frank. Nessun graffio sul cruscotto, il contatore segnava solo dodicimila chilometri e i
tappetini sembrava che venissero puliti dopo ogni viaggio. Il portaoggetti era ricoperto di ogni sorta di
magneti con frasi portafortuna:
Carpe Diem
La mattina ha l'oro in bocca
Il miglior modo per predire il futuro  inventarlo
Diedi a Stoya un ultimo consiglio: Fai perquisire la mia auto, e non troverai nulla che mi
colleghi al Collezionista.
Ne ho abbastanza... sentii dire, mentre chiudevo la comunicazione.
Poi mi voltai verso Frank.
Tu avevi una storia con... stava cominciando a dire, ma lo interruppi bruscamente, facendo
un gesto in direzione di Alina.
Grazie per essere venuto subito.
Frank annu con l'aria di aver capito e rispose: Ho dovuto aspettare il momento giusto per
sparire dalla redazione senza farmi notare. Riusc a sopprimere uno sbadiglio, ma non a nascondere
l'aria stanca. La mancanza di sonno causata dal lavoro gli aveva procurato delle profonde occhiaie
scure e mi taceva pensare alla mia immagine riflessa nello specchio dopo una notte di gozzoviglie. I
pochi mesi passati alla redazione avevano trasformato il ragazzo con la faccia da fette biscottate nel
prototipo di un Internet-dipendente: i capelli sporchi, la barba lunga, i vestiti trasandati (le scarpe erano
prive di lacci e sotto il piumino non indossava altro che una sbiadita maglietta dei Depeche Mode), e
una incredibile fissazione per il suo lavoro. Dubitavo che avesse una ragazza pronta a tollerare il fatto
che tornasse a casa alle tre e mezza di notte per dormire e fare una doccia prima di completare le
ricerche che gli avevo affidato.
Posso presentarti Alina Gregoriev? dissi voltandomi verso il sedile posteriore. La testimone
di cui ti ho parlato. Al suo fianco c' TomTom, il suo ansimante navigatore.
Molto lieto. Frank lanci un'occhiata allo specchietto retrovisore. E io sono quell'idiota che
si sta facendo trascinare nella merda dal suo capo.
Benvenuto nel club rispose Alina.
Alzai le mani. Non fatevi prendere dal panico, gente. Non sono ancora stato n condannato n
arrestato. Sono solo un indiziato. In Germania nessuno  obbligato a costituirsi, per cui per ora non
siamo perseguibili.
Lasciando da parte l'intrusione e la tortura in cui mi ha coinvolta.
Hai torturato Traunstein? chiese Frank incredulo. Non gli risposi.
Lo ha toccato troppo poco, Alina.
La ragazza esit pensierosa. Poi volt la testa verso il finestrino e la scosse lentamente.
Nulla? le chiesi come gi avevo fatto prima, nella villa quando lei aveva tolto le mani dalle
spalle di Traunstein con aria rassegnata. Davvero non ha sentito nulla?.
No.
Nessuna immagine? Nessuna luce?.
Mi domandai se davvero avessi preso in considerazione la possibilit che una cieca potesse dare
risposte diverse alle mie domande.
Non l'ho riconosciuto disse.
Ehi, salve? C' qualcuno in casa?. Frank cambi corsia e mi guard brevemente. Qualcuno
potrebbe spiegarmi di cosa state parlando?.
Ma non pu nemmeno dire con certezza che non si trattasse di lui, giusto? proseguii.
Non posso indicare nessuno come colpevole disse con rabbia. E adesso vuole piantarla con
questa sfilza di domande? Prima mi telefona per farmi venire da lei nella foresta....
Non sono stato io....
...ma qualcuno che vuole mettermi nei guai. E perch? Se devo fare davvero il capro espiatorio
per i delitti del Collezionista, perch rendere tutto cos complicato e mandarmi questa pazzoide cieca?
...poi, dopo che mi sono quasi rotta l'osso del collo continu a raccontare Alina si 
dimenticato dell'appuntamento e voleva cacciarmi da quell'affare galleggiante solo per trascinarmi in
una casa dove ho dovuto afferrare per le spalle il padre dei bambini rapiti. E tutto questo nonostante lei
non mi abbia creduto, esattamente come ieri quelli della polizia.
La polizia? Ma, un momento.... Frank si volt, facendo sbandare pericolosamente la
macchina verso destra. Afferrai il volante per restare sulla strada.
Non  possibile disse rivolgendo nuovamente lo sguardo avanti. Accese la luce di cortesia e
guard ancora una volta dietro.
Cosa? domandammo Alina e io all'unisono.
Fuori c'era di nuovo il nevischio.
Io so chi  lei disse Frank e azion i tergicristalli alla velocit pi bassa. La gomma
dell'asticella strideva come un'unghia su una lavagna. Credo che noi due ci siamo gi incontrati, ieri.
53
Ah s?. Il busto di Alina si drizz. Si era levata uno dei tre pullover gettandolo accanto a s.
Sotto al collo dei maglioni restanti potei nuovamente riconoscere una parte del tatuaggio e mi chiesi
cosa potesse portare una persona cieca a farsi incidere la pelle.
Lei  quell'imbranata che mi ha sbattuto la porta in faccia al commissariato? le chiese.
Frank. Mi schiarii la gola.
Mi ha urtato e non si  neppure voltata a scusarsi.
Cambi corsia.
Frank!.
Come se fosse cieca.
Fraaaank!.
Cosa? chiese lui sgarbatamente.
Lei  cieca.
Non diciamo delle c.... Si volt come un lampo.
Davvero?.
Annuimmo insieme e Alina apr gli occhi. Due biglie opache e spente. Come se la cornea fosse
stata ricoperta da un vetro smerigliato.
Non... non me ne ero davvero accorto balbett.
Grazie rispose Alina asciutta.
Spensi la luce sul tettuccio e per un po' non si ud altro che il monotono suono del motore e
delle gomme sull'asfalto bagnato, con il regolare intermezzo del cigolio dei tergicristalli. Adesso che
ci penso, mi ricordo del bastone aggiunse ancora Frank.
Avevamo lasciato dietro di noi la Ernst-Reuter Platz e percorrevamo la Strae des 17 Juni.
Ragazzi, aveva un'aria cos decisa. L'ho scambiata per una camminatrice nordica quando mi 
schizzata davanti.
Ero furiosa.
Si notava.
Ma come fa? chiese. Ieri  corsa gi dalle scale del commissariato e oggi  salita sulla mia
auto senza aiuto.
Sono cieca, mica paraplegica.
Una striscia rossa color la guancia di Frank, come se avesse preso uno schiaffo. Sorry, non
volevo offendere.
Non lo ha fatto. Perlomeno non pi degli altri.
Nella voce di Alina vibr una leggera amarezza, che parve notare lei stessa. Nella frase
successiva era scomparsa. Non si faccia dei problemi. Mi sono esercitata per tutta la vita cercando di
ingannare gli altri. Per esempio, quando entro in un locale e incontro qualcuno per la prima volta,
scommetto sempre con le mie amiche sul tempo che ci metter ad accorgersi che sono cieca. Rise. La
curiosit di Frank si era risvegliata. Lo sa, ho fatto il servizio civile in una casa di cura e il sabato l si
ritrovava sempre un gruppo di persone cieche. Mi scusi se lo dico cos apertamente, ma, al contrario di
lei, sembravano....
Mi accorsi che stava per dire "stupide", ma prima che potessi tossicchiare di nuovo si corresse
da solo. ...sembravano strane. Alcuni dondolavano la testa, altri si stropicciavano gli occhi. E quasi
tutti avevano il viso rigido come una maschera. Cio non avevano alcuna espressione, come dopo
un'iniezione di botulino. Invece lei....
Io cosa?. Alina appoggi i gomiti sullo schienale dei nostri sedili e si pieg in avanti.
Quando mi ha salutato ha annuito leggermente, e quando le ho parlato per la prima volta ha
sollevato le sopracciglia.
Anche ora lei sta ridendo e si sistema i capelli, che hanno l'aria un po' spettinata.
Grazie disse, ed effettivamente il suo sorriso si illumin. Mi sono esercitata.
Per cosa?.
Gesti e mimica. Penso che il problema sia quando le persone non vedenti iniziano troppo
presto a stare fra i propri simili. I miei genitori si sono rifiutati con tutte le loro forze di mandarmi in
una scuola speciale dopo l'incidente. Certo, una volta all'anno andavo in un campeggio dove eravamo
tutti ciechi. Ma per il resto dell'anno ho sempre frequentato una scuola normale e giocato con i miei
amici vedenti nei posti in cui si riuniscono i bambini. Ovviamente c'erano delle differenze. Avevo un
computer su cui potevo scrivere durante le lezioni, e quando andavo in bicicletta dovevo stare in mezzo
alle mie amiche, in modo che potessi orientarmi con il loro rumore. Ma comunque andavo con la mia
bicicletta. Naturalmente cadevo molto pi spesso degli altri, ma i miei compagni di classe si erano
abituati velocemente alla vista della piccola pazza che nel cortile della scuola correva contro
un'impalcatura o un altro ostacolo e, senza farsi scoraggiare, si rialzava subito.
Si riappoggi allo schienale. Con quelle foderine marroni e il rotolo di Scottex nel portaoggetti,
la macchina poteva appartenere solamente a una pensionata. Ci avrei scommesso lo stipendio di un
anno che nel portadocumenti avrei trovato il libretto della manutenzione accuratamente timbrato, con
tutte le carte e i numeri che occorrono in caso di guasto. Io penso di non avere neppure il triangolo nel
bagagliaio.
Non so come funzioni qui in Germania, ma negli Stati Uniti ci sono diversi istituti in cui i
ciechi vengono lasciati pi o meno a loro stessi. Se un bambino vedente diventa fastidioso, si infila le
dita nel naso, fa le boccacce, comincia a lanciare sassi e cose simili, normalmente c' qualcuno che lo
sgrida. Quando i bambini ciechi sono fra di loro, nessuno nota se si comportano in modo strano. Spesso
anche i loro educatori sono ciechi. O disinteressati.
Alina accarezzava la testa di TomTom, che sonnecchiava. Come un soldato durante una
battaglia, approfittava di ogni momento per dormicchiare.
Da adulti, se ci si  abituati a strofinare gli occhi o a dondolare,  difficile smettere. E le
persone normali pensano che questi atteggiamenti siano legati al quadro clinico della cecit, e nessuno
ha il coraggio di dire qualcosa.  ancora pi difficile del dire a qualcuno che gli penzola una caccola
dal naso. Rise forte, tanto che TomTom sollev il capo. Fin dall'inizio ho avuto la fortuna di avere
vicino un buon amico, John. Mi ha sempre corretto quando mi comportavo in modo strano. Se
sembravo arrabbiata solo perch ero concentrata. O se facevo roteare involontariamente gli occhi
innervosendo chi avevo di fronte. John era una specie di specchio per me.
Involontariamente guardai nello specchietto e Frank si volt.
Mi ha insegnato la mimica e la gestualit. E tutti i trucchi delle espressioni usate quando si
parla.
Alina torn a chinarsi in avanti, fece un broncio, e poi si lecc le labbra in modo sensuale,
sbatt in modo civettuolo le palpebre e inclin la testa di lato con aria docile.
Frank, che aveva osservato l'assaggio del suo repertorio, scoppi a ridere.
Da lui ho imparato a flirtare.
E a mentire?
Pi tempo trascorrevo con questa persona straordinaria sotto quasi tutti gli aspetti, pi mi
appariva imperscrutabile. Da un lato parlava in modo cos equilibrato e mi regalava squarci affascinanti
del suo mondo privo di luce e di cui non sapevo assolutamente nulla. Dall'altro lato affermava di avere
poteri soprannaturali che avrebbero sbalordito persino Nicci. Alina poteva benissimo essere una pazza
furiosa o una fantastica attrice.
O entrambe le cose.
Se ora ripenso a quei momenti nell'auto, sapendo ci che poi accadde, sono costretto a ridere di
quei miei pensieri goffi.
Tuttavia si tratta di una risata soffocata e simile a un rantolo, come di un uomo che stia per
sputare sangue.
Rido perch allora pensavo davvero di poter controllare il mio destino; attraverso le mie ridicole
indicazioni stradali, potei definire il percorso del nostro viaggio che, come ultima fermata, non ci port
a casa di Alina, a Prenzelberg, ma direttamente verso la morte.
Ero sicuramente abbattuto e confuso, ma pensavo di avere ancora il volante saldamente fra le
mani. Invece gi da un po' lo aveva preso il Collezionista.
Ci vollero ancora solo poche ore perch, fra sofferenze infinite, me ne accorgessi.
52
(8 ore e 39 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Per il resto del viaggio Frank tartass sia me che Alina con una sfilza di domande, cosa che alla
fine fece s che gli fornissi un breve riassunto degli accadimenti delle ultime ore. A cominciare
dall'incontro sulla mia casa galleggiante (anche se non rivelai la precisa collocazione del mio
nascondiglio cos come il mio precedente appuntamento dal dottor Roth), gli raccontai dell'aggiunta dei
sette minuti all'ultimatum e della nostra inutile irruzione in casa di Traunstein.
La sua reazione alla fantastica deposizione di Alina come testimone fu molto meno scettica
della mia.
Tu le credi? chiesi incerto. Dopo che tutte le sue affermazioni - con l'unica eccezione
dell'ultimatum - si erano dissolte nell'aria, ora volevo solo rispettare la mia promessa e portare Alina il
pi in fretta possibile a casa. Il mio bisogno di fenomeni inspiegabili per ora si era esaurito e non avevo
affatto voglia di inseguire altre idee cervellotiche.
L'intervento di una medium nella soluzione di un caso deriva da una lunga tradizione disse
Frank, dandomi in questo modo una risposta. Avevamo raggiunto la Brunnenstrae e ci fermammo
nella seconda corsia, all'altezza del Volksparks a Weinberg.
Gi nel 1919 il capo della polizia criminale di Lipsia, nel commissariato di Engelbrecht, esegu
un esperimento con una persona telepatica per la soluzione di un crimine simulato spieg Frank.
Parcheggiammo in una rientranza fra due gal lerie d'arte illuminate a giorno, ma deserte. In una di
queste dall'alto penzolava una bicicletta priva di sella sotto la quale tremolava una lampadina e
nell'altra c'era un tubo catodico dipinto di rosa che mostrava un monoscopio. L'arte, se di arte si
trattava, mi lasciava ancora pi perplesso delle chiacchiere di Frank.
E a Vienna, intorno al 1921, ci fu un istituto per ricerche criminal-telepatiche, anche se dur
solo pochi mesi.
Come fa a sapere tutto questo? chiese Alina.
Non ha nessun filtro per lo spam, in testa spiegai io. Si ricorda ogni cosa che legge. Mi
risparmia il bloc-notes quando lo porto con me per le ricerche.
Mi stiracchiai sul sedile. Volevo liberarmi di Frank e Alina, in modo da mettermi in tutta fretta
sulla strada per Rudow.
Da Nicci.
Guardai l'orologio sul cruscotto.
E da Julian.
Ancora due ore a mezzanotte.
Ancora due ore prima del compleanno di mio figlio.
Anche se non gli avevo ancora preso il regalo, volevo fare almeno gli auguri a Julian prima di
gettarmi in pasto a Stoya.
Il primo caso che sollev scalpore in Germania fu nel 1921: quello della "veggente" di
Francoforte, Minna Schmidt.
Il fiume di parole di Frank era inarrestabile e sembrava aver trovato in Alina un'ascoltatrice
molto interessata. Infatti, sebbene TomTom continuasse a spingerle le mani con il muso, lei non
sembrava avesse intenzione di scendere.
Dopo il duplice assassinio di due sindaci di Heidelberg, quella donna sogn il punto esatto in
cui si trovavano i corpi.
Per caso sbadigliai.
Forse. Ma all'IGPP, l'Istituto di Igiene Mentale di Friburgo, ci sono gli atti su casi in cui i
veggenti hanno aiutato la polizia. Uno di questi dovrebbe anche esserti noto. Mi fiss, e di nuovo
notai quelle strisce di rossore sulle sue guance. Il caso del presidente degli imprenditori, Hanns-Martin
Schleyer.
E...?.
Ti ricordi il titolo nel Bunten del 1977?.
Grazie, ma per fortuna non sono ancora cos vecchio.
"Un veggente ha visto la prigione di Schleyer". Sorrise trionfante. Questo era il titolo.
Anche lo Stern ne parl e lo Spiegel fece persino un'intervista al medium olandese Grard Croiset. Dai
documenti dell'IGPP risulta senza alcun dubbio che, proprio durante la seconda settimana di ricerche,
da parte degli agenti del comando speciale fu richiesto l'aiuto di uno psicologo, cos come di un agente
federale.
Federale? chiese Alina.
S, perch la polizia federale investigativa, il BKA, possiede una sezione psicologica
speciale.
TomTom gua e Alina cerc di calmarlo accarezzandogli la nuca. Evidentemente il povero
animale non ne poteva pi.
Al BKA diede fastidio che l'intervento di Croiset fosse stato rivelato. Due anni pi tardi per
lo psicologo della polizia conferm che il veggente aveva dato loro indizi concreti sul palazzo in
Erftstadt-Liblar in cui Schleyer era stato imprigionato. Se avessero seguito le indicazioni di Croiset
avrebbero salvato Schleyer, disse lo psicologo.
Si tratta solo di una favola moderna ribattei.
Ma non  l'unica. Solo all'inizio degli anni Novanta centinaia di sensitivi hanno offerto ai
funzionari bavaresi il loro aiuto. Su tutto il territorio federale sembrano essere sempre di pi. Frank si
volt verso Alina. Lei non  un caso unico.
Non lo so pi cosa sono rispose Alina, che improvvisamente sembrava esausta. Sono solo
stanca. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse lentamente: E ho sete. Apr la bocca, come per dire
ancora qualcosa. Un attimo dopo sembrava aver cambiato idea. La sua espressione era raggelante.
Scese muta dall'auto, con l'aria quasi spaventata.
 successo qualcosa? le chiesi, e ripetei la frase afferrandola. Anche Frank era sceso e ci
guardava attentamente da sopra la capote dell'auto. Sembrava che fosse stata fulminata da un pensiero,
e ora si comportava come se volesse allontanarlo a tutti i costi. Fece segno a TomTom di stare
tranquillo, poi volt lo zaino in modo da aprire la cerniera di una tasca esterna.
Attesi che una coppietta di giovani ci sorpassasse, ridacchiando e amoreggiando sotto un
ombrello, e le chiesi: A cosa ha pensato poco fa?.
Poco dopo aver detto che aveva sete?
A ieri. Mi sono fermata per bere qualcosa.
Ieri. Dopo l'omicidio.
Sentii lo stomaco contorcersi.
Prima stavo per dirglielo, ma ha deviato da Traunstein.
Dove? Dove si  fermata?.
Davanti a un ingresso. Non sono entrata con l'auto.
Come fa a sapere che questa parte viene dopo? chiesi. Pensavo che nelle sue visioni non
avesse il senso temporale.
Mi sentivo stanca e spossata.
Perch hai infilato il bambino nel bagagliaio...
E avevo la schiena bagnata. Sudavo, come nella fase di relax quando faccio jogging. So come
ci si sente dopo aver fatto una lunga pausa. Ma ero sempre pi fradicia.
Per tutto il tempo aveva cercato qualcosa nella tasca esterna, con gesti goffi, e infine parve aver
trovato ci che voleva. Ci fu un breve tintinnio, poi estrasse un grosso mazzo di chiavi, ognuna delle
quali era provvista di anelli di varie forme; una aveva dei nodi, l'altra dei dentelli sulla superficie. Le
tasto una dopo l'altra e infine ne scelse una di media grandezza.
Mi dica, era per strada da meno di cinque minuti? provai a chiederle.
Annu. Tre, piuttosto. Come ho detto prima, avevo molta sete.
Che genere di ingresso era? Di un cortile, un edificio con degli appartamenti?.
No, no. Mi sono spiegata male. Un'entrata, forse  il termine giusto, come quelle in California.
Dove uno parcheggia l'auto direttamente davanti al garage.
Quindi era l'ingresso di una casa?.
Esatto.
Una casa a schiera?.
Scosse il capo. No, singola. Ma piccola. Mi sembrava pi un bungalow a un solo piano, ma
non ne sono sicura.
Riflettei. Cosa sa ancora? C'era qualcosa che l'ha colpita? Era nuova o vecchia? L'intonaco
aveva un colore particolare, la siepe, le finestre, il tetto?.
Fece ancora segno di diniego, ma improvvisamente si ferm, strinse le labbra e disse: Un
canestro da basket.
Cosa?.
All'entrata. Ma non sul garage, come di solito, ma piuttosto di lato, fissato a un albero sul
confine con il giardino di fianco.
Okay, Alina. Si trovava in una casa con un canestro da basket, all'ingresso, da qualche parte
nella zona dell'abitazione dei Traunstein. Feci un passo verso di lei, e adesso ero cos vicino che avrei
potuto toccarla. E l che cosa ha fatto?.
51
Alina tremava, e non ero certo che fosse solo per il freddo
Sono entrata in cucina.
Quindi la porta era aperta, oppure aveva la chiave.
Dove ha preso qualcosa da bere?.
S. Una Coca.
Alina si pass nervosamente la mano sul viso e spost dietro l'orecchio una ciocca rasta.
Si ricorda com'era la confezione?.
Scritta bianca su sfondo rosso. Anche un cieco riconosce una Coca quando ce l'ha davanti.
Rise e tir TomTom pi vicino a s. E c'erano quattro lattine nello scomparto laterale. Ne presi una
con me.
E...?.
Alz le spalle. Nessun "e". Non ricordo altro.
Guardai Frank, che sembrava essere rimasto appeso alle labbra di Alina. Approfittai dell'attimo
di silenzio per dirgli che doveva tornare subito al giornale.
Oh no, ti prego! sbott deluso. Proprio adesso che sta diventato cos eccitante.
Sorry, piccolo, ma in redazione ci sar l'inferno, e lo noteranno subito se proprio il mio adorato
praticante non si trova durante l'emergenza.
Gli battei sulla spalla in segno di saluto.
Ma non dire una parola alla Bergdorf. E tieni il telefono a portata di mano, nel caso abbia
ancora bisogno di te!.
Come un soldato Frank batt un'immaginaria visiera e, dopo aver salutato Alina, trotterell via.
Guardai l'orologio e feci due conti. Secondo le dichiarazioni della polizia alla stampa, i figli di
Traunstein erano stati rapiti la mattina presto. Il corpo di Charlie era stato trovato dal marito nel retro
del giardino poco dopo, intorno alle nove. Poco prima che il cronometro si mettesse in moto.
Esattamente alle nove e venti.
Poich sicuramente il Collezionista a quel punto non era gi pi da un pezzo sul luogo
dell'omicidio, le mie riflessioni non portavano a nessuna deduzione sull'ora in cui lo psicopatico aveva
fatto la sua prima fermata al bungalow.
Se l'aveva fatta.
Scuotendo la testa guardai Frank dirigersi verso l'angolo successivo, alla fermata dei taxi. Solo
il fatto che mettevo ancora alla prova le visioni di una cieca mi faceva dubitare del mio stato mentale.
Dopo pochi metri Frank si volt ancora una volta, scosse alcuni fiocchi di neve dai capelli e si
tir su il cappuccio del piumino.
E quello fu l'attimo decisivo.
Se non l'avesse fatto, tutta quella follia si sarebbe fermata in quel momento. Sarei tornato da
mio figlio prima di presentarmi a Stoya e la mia vita sarebbe proseguita in modo del tutto diverso. Ma
quel breve secondo in cui il mio praticante rimase davanti alla vetrina della galleria cambi ogni cosa.
I miei passi successivi. Il mio destino.
La mia vita.
Come in trance seguii Frank, il quale, senza pi voltarsi, aveva raggiunto l'altro incrocio.
...del resto lo sono ancora sentii che diceva Alina, credendomi ancora davanti all'auto,
all'ingresso, mentre mi trovavo esattamente nel punto in cui Frank aveva sollevato il suo cappuccio.
Direttamente davanti alla vetrina.
Alina attendeva pochi metri pi in l, davanti all'ingresso dell'edificio, e cercava di inserire la
chiave nella serratura
Cosa  ancora? le chiesi assente.
Feci ancora un passo verso la vetrina, ed ero cos vicino che ne toccai la superficie. Sulla
televisione a tubo catodico, che poco prima aveva mostrato il monoscopio, ora lampeggi il profilo di
un uomo con i capelli scuri e non rasato che, muovendosi a scatti, guardava una telecamera invisibile.
Stavo fissando me stesso!
Assetata rispose infine Alina. Rise a bassa voce quando mi voltai verso di lei. Dritta come
una candela e con gli occhi chiusi, sembrava una ragazzina in attesa del bacio della buonanotte da parte
dell'amato. Mi voltai fissando direttamente il mio volto.
Non mi ero sbagliato.
L'immagine nella televisione era cambiata per un attimo gi quando la coppietta era passata
davanti alla galleria. E proprio quando Frank si era voltato, l'avevo percepito per la prima volta in
modo cosciente.
Quell'istallazione artistica filmava i passanti!
Allora, che si fa, signor giornalista? Sale per un drink? chiese Alina con una certa
impazienza.
Mi presi le tempie e mi stupii un po' che la testa non mi facesse pi male, ricordandomi del
Maxalt che avevo preso. La prospettiva da cui mi vedevo faceva pensare che la videocamera si trovasse
direttamente sulla mia testa, e infatti intravidi la lucina lampeggiante in un angolo in alto a sinistra,
nello spigolo della galleria.
Poi feci un passo di lato, finch non scomparii dal campo visivo della telecamera.
Ah, va bene. Grazie per la conversazione disse Alina, ma la ignorai ancora.
Provai nuovamente il segnale che riprendeva i movimenti per confermare il mio sospetto.
Quindi tornai verso destra e il televisore reag di nuovo.
A che ora  venuto ieri il Collezionista, Alina? le chiesi senza fiato, ma ora fu lei a non
rispondere.
Quando guardai verso l'ingresso, Alina e TomTom erano scomparsi su per le scale.
50
(8 ore e 25 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alina Gregoriev
Finalmente a casa. L'odore del suo appartamento le regal il primo momento di pace dopo
molte ore.
Quella miscela olfattiva cos familiare fondeva gli odori dominanti delle singole stanze: l'aroma
del caff fatto ore prima aleggiava nell'aria insieme alla fragranza del suo profumo costoso e ai miasmi
del detergente economico a base d'aceto, arma segreta contro lo sporco. Era gioved, per cui la donna
delle pulizie, in sua assenza, aveva sostituito l'olezzo dei libri impolverati con l'odore della biancheria
lavata di fresco.
Alina inspir profondamente, e sorrise.
Una volta tanto non ha fumato.
Vieni, piccolo, tra poco si mangia.
Liber TomTom dall'imbracatura, poi si mise in ginocchio per aprire la lampo degli stivali. Nel
farlo si chiese se anche gli altri avessero l'abitudine di trattenersi un po' sulla soglia a respirare a pieni
polmoni l'aria di casa prima di appendere i vestiti.
Gli altri.
Per tutta la vita si era data da fare per non subire alcun trattamento speciale, n all'asilo n alle
elementari, e tanto meno negli anni successivi. Il suo desiderio di essere un normalissimo membro della
societ l'aveva spinta a candidarsi per il ruolo di studentessa che aiuta i pi piccoli ad attraversare la
strada. Una stranezza che a suo tempo era finita sulle pagine del giornale locale, in California.
Ovviamente alla sua domanda segu il fermo diniego del preside, ma almeno ottenne il permesso di
assistere la sua migliore amica, una ragazza vedente. Adesso, come allora, Alina era convinta di
potercela fare da sola. Poteva sentire un veicolo in avvicinamento, e capiva subito se stava accelerando
o frenando. Una cosa che gli altri non si sarebbero nemmeno potuti immaginare.
Gli altri, che senza chiedere il permesso ti prendono per il braccio e ti conducono dall'altra parte
della strada, senza sapere che durante il training di mobilit i non vedenti imparano benissimo a
camminare senza alcun aiuto esterno.
Gli altri, che pensano che i ciechi vogliano toccarti il viso per imparare a conoscerti, una roba
che si vede solo nei peggiori film hollywoodiani.
Gli altri, di cui io non far mai parte.
Alina appoggi lo zaino, si tolse la parrucca rasta e l'appoggi sul com dove conservava anche
le altre. Le sue "maschere", le chiamava.
Un reportage sui testimoni oculari dei crimini che aveva visto per caso in televisione anni prima
(nessun cieco dice di "ascoltare" la televisione) l'aveva illuminata sull'effetto che fa una pettinatura
invece di un'altra, e come riesce a caratterizzare una persona. Quando descrivevano un delitto, i
testimoni riuscivano a ricordarsi perfettamente com'erano i capelli dell'aggressore: pi vistosi erano,
meglio era, cosa che gli psicologi motivavano col fatto che noi nelle persone guardiamo prima di tutto
la testa, e nella testa la capigliatura.
A diciannove anni Alina si era rasata a zero per la prima volta e aveva sorpreso i suoi amici
indossando una lunga parrucca nera. Col passare del tempo era arrivata a collezionare circa cinquanta
"maschere", grazie alle quali, in base all'umore del momento, si tramutava in una bambolina techno
ossigenata, in una dominatrice corvina o in un'innocente ragazza di campagna con le trecce.
E oggi avevo voglia di fare la manga-punk, pens mentre si levava i pullover attraversando il
lungo corridoio. La sua maisonette si estendeva tra il quinto e il sesto piano del vecchio edificio, e la si
raggiungeva con l'ascensore. Prima, quando non si sentiva ancora sicura, lo aveva sempre usato per
scendere nello studio al piano di sotto, ma ora il pi delle volte prendeva la stretta scala a chiocciola.
Alina si sfil agilmente la maglietta dalle spalle magre e and in bagno a petto nudo. Ogni
oggetto aveva un posto designato per aiutarla a trovarlo e a orientarsi: tavoli, sedie, com, vasi... La
donna delle pulizie aveva il compito di non spostare nulla, oltre a quello di risucchiare da terra la
minima briciola. Alina adorava camminare a piedi nudi sul parquet e non voleva avere brutte sorprese.
 andato tutto a puttane, pens. Non perch nessuno le aveva creduto, e nemmeno perch
aveva dovuto cancellare tanti appuntamenti solo per imbarcarsi in quell'avventura inutile.
Perch non sono riuscita ad aiutare il bambino.
Dal lieve ticchettio della pendola cap che stava passando lungo la balaustra che dava sulla
reception dello studio.
O i bambini.
Riflett sul fatto di averne visto solo uno, il maschietto, e cerc di scacciare dalla mente il
pensiero che la bimba non fosse pi in vita.
Non era la prima volta che le sue visioni non combaciavano al cento per cento con la realt.
Non era la prima volta che metteva in dubbio il proprio dono.
Di solito i suoi flash abbracciavano un lasso di tempo di pochi secondi. Brevi sequenze in cui
vedeva incidenti, lenzuola imbevute di sangue, il braccio di suo padre soffocare un giovanotto o le
mani di sua madre mescere veleno per topi nell'omogeneizzato per poppanti.
Quelle visioni dolorose la assalivano a cadenza irregolare, non certo ogni volta che toccava
qualcuno. Per questo motivo sospettava che tutto fosse innescato da persone particolarmente cariche di
energia negativa, come quel suo compagno di corso che le era stato addosso durante una festa e che
l'aveva addirittura colpita al volto quando si era rifiutata di andarci a letto. L'aveva lasciata in pace solo
quando gli aveva urlato di smetterla, una buona volta, di violentare sua sorella. Alina aveva informato
subito la polizia del suo sospetto, ma nessuno le aveva creduto, almeno finch non avevano trovato il
cadavere del ragazzo appeso al soffitto. Si era suicidato, ma non prima di molestare la sorella un'ultima
volta.
Il corridoio si allarg e lei si arrest in un punto maggiormente illuminato. Come faceva ogni
volta, si gir verso la parete e pass le dita sulla superficie liscia che rifletteva la luce del bagno,
sempre accesa.
Giorno e notte.
Chi la veniva a trovare restava a bocca aperta davanti a quelle stanze inondate di luce e ai tanti
specchi, cos come si chiedeva che significato avesse la gigantografia di due metri per due che
campeggiava in salotto, con l'immagine di un insediamento di cercatori d'oro abbandonato, in America.
Un suo ex amante le aveva descritto in maniera cos impressionante il capolavoro di Michael von
Hassel, con quel suo tipico luccicore bronzeo, che le era sembrato di assaporare con la lingua la polvere
del saloon decadente. E adesso lei udiva quell'immagine ogni volta che un visitatore si fermava ad
ammirarla e si chiedeva con quale tecnica l'artista avesse realizzato quell'opera mozzafiato.
Quanto agli specchi, Alina adorava passarci sopra i polpastrelli, sentirne la superficie gelida, e
amava percepire il riflesso che la luce vi produceva, prova lampante della sua sensibilit alla luce e al
buio. L'ultimo scampolo che la legava ancora al mondo degli altri dopo l'esplosione. E poi le capitava
spesso di avere ospiti vedenti.
Si sfil i pantaloni insieme agli slip, si tolse anche i calzini e si mise nuda davanti allo specchio
a parete.
Un leggero soffio d'aria le pass tra le caviglie provocandole la pelle d'oca. Si prese la testa e
segu con l'indice i meandri del labirinto che il parrucchiere le aveva disegnato sul cranio dietro sua
espressa richiesta. Poi lasci scorrere la mano dal capo alla nuca e avvert il rilievo della pelle nel punto
del tatuaggio. Nel farlo si addoss allo specchio, come sempre spinta dalla sciocca speranza di
intravedere la silhouette della sua figura almeno una volta sola, anche per un millesimo di secondo, in
modo da verificare l'immagine che lei, giorno dopo giorno, ricavava di s mediante la punta delle dita.
Sapeva bene che i suoi seni erano troppo piccoli per incontrare i gusti della maggior parte degli
uomini, in compenso erano sodi e non avevano bisogno del reggiseno. Anche i capezzoli erano un
punto a favore: tutti i suoi amanti stavano ore e ore ad accarezzarli, a premerli o a succhiarli. Amanti
uomini, o amanti donne. Per fortuna erano anche la sua zona pi erogena, dopo i piedi.
La mano di Alina scivol lungo il ventre, carezz il piercing all'ombelico e vag sui fianchi.
Se fossi un'auto, saresti una Mustang del '68 aveva scherzato una volta John. Spesso girava
nuda per casa anche in sua presenza, semplicemente perch senza vestiti si sentiva pi a suo agio, e
davanti a John non doveva certo trattenersi. Angolosa e compatta, ma con un'eleganza senza tempo.
Lei non aveva idea di come fosse fatta quell'auto, ma lo prendeva come un complimento molto
dolce. Del resto anche suo padre aveva sempre guidato una Ford.
Ah, John.
Che peccato che in quel momento fosse in vacanza col suo amico, ancora una volta in giro per il
Vietnam con uno zaino in spalla, in posti dove lei non avrebbe potuto chiamarlo per piagnucolare nelle
sue orecchie. Cerc di calcolare che ore fossero a New York, dove viveva Ivan, e si domand come
avrebbe reagito a una telefonata della sorella maggiore. Dopo essersi trasferita dagli Stati Uniti in
Germania, non erano pi riusciti a mantenere i contatti. Si volevano bene, non c'erano dubbi in
proposito, e gli auguri di rito, per Natale e per il compleanno, venivano dal cuore, ma restavano gli
unici segni di vita che avevano continuato a scambiarsi.
Non siamo pi in confidenza... Come faccio a raccontargli l'orrore che mi sta circondando?
Alina si gir per andare nella stanza da bagno. Aveva installato le lampade alogene pi forti che
aveva trovato in giro. John si lamentava sempre di quei fasci di luce "da interrogatorio" quando passava
la notte l. Per lei, d'altro canto, quelle lampade altro non erano che un fioco ricordo della luce. Le
erano poi di grande aiuto per orientarsi quando si truccava davanti all'armadietto. La sua migliore
amica le aveva spiegato come fare a truccarsi senza sbavature, anche se avrebbe avuto bisogno di secoli
di allenamento per imparare a usare la matita.
Si pieg a raccogliere i vestiti che si era tolta e and in bagno. Mentre lasciava scorrere l'acqua
nella vasca, controll con un riconoscitore di colori se quella mattina si era messa addosso una
maglietta colorata o una bianca. Bianco disse la vocina elettronica. Il piccolo dispositivo, che
proiettava un fascio di luce sui vestiti e in base al riflesso ne riconosceva il colore, era a suo avviso una
delle pi grandi invenzioni della storia dell'uomo, insieme a Internet.
Un'opinione condivisa da tutti i ciechi, per i quali non era certo la stessa cosa se una blusa
bianca si tingeva di verde dopo aver di nuovo buttato in lavatrice a novanta gradi i capi bianchi insieme
ai colorati.
Quando ebbe definito anche i colori dei calzini e degli slip per metterli nell'apposita cesta
accanto al water, torn in corridoio e chiuse la porta del bagno dietro di s. Lo scrosciare dell'acqua che
precipitava nella vasca smaltata si fece pi attutito mentre andava in cucina, dove voleva riempire la
ciotola di TomTom con due manciate di crocchette per cani.
Eppure non ce la fece ad arrivare fin l. Dopo un paio di passi il suo piede sbatt contro
qualcosa di caldo.
E soffice.
Emb? disse, e sorridendo diede un colpetto al retriever con le mani. TomTom non si spost
di un centimetro, anzi i1 suo corpo si tese ancora di pi.
Che ti prende?.
Alina mosse un passo verso destra per superarlo, ma il cane segu i suoi movimenti.
Non hai fame?.
Si chin per prendergli il muso, ma al contrario di come faceva di solito non le lecc la mano.
Cos'hai oggi?.
E un fascio di nervi. Non si lascia distrarre, perch...
Le si gel il sangue nelle vene.
TomTom era stato addestrato per proteggere la sua padrona in caso di incidenti. Una parte del
suo percorso formativo da 20.000 euro prevedeva che il cane impedisse ad Alina di avvicinarsi a
ostacoli pericolosi come buche, scalini digradanti, pozzi non recintati.
Ma non vi  nulla di tutto questo tra il corridoio e la cucina.
Dai, lasciami passare disse, e tent di spingerlo di lato. Poi TomTom fece qualcosa di
completamente nuovo.
Cominci a ringhiare.
Quel suono minaccioso divenne un tutt'uno con lo scroscio monotono dell'acqua nella vasca e
gener un'atmosfera quasi ipnotica.
Che diavolo sta succedendo? Alina sent il proprio corpo tendersi come quello di TomTom,
poich all'improvviso odor ci che il cane aveva avvertito gi da un pezzo. La fragranza familiare
dell'appartamento era cambiata. C'era un che di mascolino nell'aria.
Cannella. Chiodi di garofano. Alcol.
Il pesante dopobarba di un uomo anziano.
C' qualcuno? domand in quel silenzio scrosciante. Quando ud il fiato contro il lobo
dell'orecchio, le venne da rimettere per la paura.
Smettila di giocare le sussurr una voce impostata.
Tanto per peggiorare la situazione, l'uomo che era emerso dal nulla le pos la mano sulla spalla,
quasi con fare affettuoso. Nello stesso tempo avvert sulla guancia un che di gelido e metallico.
Alina vag avanti e indietro, men colpi nell'aria e si sent inerme. Inspir a fondo come se
volesse prendere fiato per far squillare quell'urlo che le si stava accumulando in gola, ma le usc solo un
gridolino gutturale. Men altri pugni a casaccio, si volt in senso antiorario e perse l'equilibrio. Nella
caduta trascin con s un grosso vaso che stava sul com. Il vetro al piombo le precipit sul dorso del
piede da un metro d'altezza e la fece urlare per la seconda volta.
Insieme a quel dolore insopportabile i suoi occhi si riempirono di luce.
Chiarore. Accecante. Come una foto sovraesposta...
Poi cadde.
A terra.
Sprofondata in una visione.
49
Alina Gregoriev (visione)
La camera  buia e la donna non  sola. Si ode respirare nel letto accanto. A parte lei e la
donna malata c' almeno un'altra persona nella stanza.
Morte.
Su questo non c' dubbio.
Il puzzo di disinfettante non tiene testa al profumo della morte, una miscela di fiato mefitico,
pelle ricoperta di ferite e secrezioni acquose. Sono di nuovo qui sente se stessa sussurrare con voce
maschile.
Svelta, senza respiro. Roca.
La donna, che ha gli occhi di sua madre e che  tuttavia un'estranea, non reagisce. E se le
avessero calato sul viso una maschera trasparente?
C' un'ombra che Alina non riesce a distinguere, forse perch non conosce quel congegno.
Perch lei, a tre anni, non l'ha visto o adesso non riesce a ricordarlo.
Qualcosa nella stanza emette un bip, come una sveglia digitale che suona e a cui nessuno fa
caso.
Poi una porta scricchiola dietro di lei, l'ambiente s'illumina. Qualcuno batte le mani.
Che bello,  tornato a trovarci echeggia una voce femminile da un capo all'altro della
stanza.
Poi un'ombra scivola dietro di lei e raggiunge l'altro letto.
Fruscio.
Un colpo d'aria dovuto al sollevamento di una coperta. Cuscini risistemati. Qualcuno geme.
Alina afferra la mano sul letto. Pelle grigia e cedevole su lenzuola rigide e bianche.
La gabbia toracica della donna nel letto di morte si solleva e ricade lentamente. A volte pare
che il cuore sia indeciso se continuare a battere, o arrestarsi.
Si piega in avanti, scosta una ciocca di capelli dalla fronte della vecchia signora e la bacia.
Prima di andarsene le stringe il braccio per l'ultima volta.
Poi, quasi insieme all'allarme incendio che scatta in lontananza, si volta verso il comodino e
scorge un piccolo oggetto quadrato.
Una cornice.
La foto l dentro non immortala n suo padre n sua madre, per cui pu solo trattarsi di un
bimbo. Maschietto o femminuccia. L'ombra che copre la foto rende impossibile ogni identificazione.
Riesce solo a vedere gli occhi, o meglio, l'occhio. L'altro  coperto.
Oppure non c'.
Si gira, guarda la porta aperta, e la sirena d'allarme si fa pi vicina. Al contempo il mondo
attorno a lei si fa buio...
E i lampi diventano nuovamente macchie nere, dalle immagini si propaga un'oscurit che
ammanta ogni cosa...
...e Alina torna in s. Svegliata dall'allarme della galleria, sei piani sotto di lei. E dai colpi
furibondi contro la porta di casa.
48
(8 ore e 17 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Mi apr la porta appena in tempo. Ancora un attimo e quell'oggetto ingombrante mi sarebbe
scivolato dalle mani insanguinate. Avevo fatto le scale sottovalutando sia la mia condizione, sia il peso
dell'apparecchio che avevo rubato nella galleria.
Alina tremava tutta quando, senza dire una parola, mi fece entrare.
Cos' successo? mi chiese dopo che ebbi riposto il videoregistratore digitale. Una domanda
che avrei potuto benissimo rivolgere anche a lei.
Era gi abbastanza strano che mi stesse davanti completamente nuda, senza l'intenzione
apparente di volersi coprire. Inoltre non aveva pi i capelli, cosa che poteva comunque trovare una
spiegazione nella parrucca appoggiata sul com accanto alla porta. Ma trovavo ancora pi sconvolgente
la paura che trasudava da ogni centimetro del suo corpo. Aveva il fiato corto e le mani, in fondo alle
braccia penzoloni, tremavano in maniera incontrollata. Anche se la mimica non fosse stata da sempre
una delle sue fissazioni, in quel momento il suo volto pareva una maschera grottesca. Aveva pianto, e
grosse lacrime di mascara le erano scese lungo le guance, accentuando l'effetto da bambola. D'istinto
l'avrei presa tra le braccia, ma lei si allontan di un passo.
Non mi toccare mormor, e alz le mani come per difendersi.
Che hai?.
Solo molto pi tardi mi resi conto che in quel momento eravamo passati a darci del tu.
 stato qui.
Chi?.
E chi senn? mi ringhi contro, e per poco non fui contento che fosse ancora in grado di
sbottare a quel modo. L'ira accesa era sempre meglio della paura oscura. Quello stronzo aveva un
coltello. Il coltello con cui.... Non disse altro, del resto non era necessario.
Lasciai scorrere lo sguardo sul suo corpo nudo per controllare che il Collezionista non l'avesse
ferita, ma tutto ci che vidi fu il fisico, forse troppo magro ma indubbiamente femminile, di una
giovane donna che in altre circostanze avrei trovato eccitante. O meglio, che addirittura in quelle
circostanze trovai attraente. Un pensiero che dovetti subito scacciare dalla testa.
Dov'? domandai, e feci per attraversare il corridoio e controllare le stanze una per una.
Fuori, quel maledetto allarme antincendio smise finalmente di suonare.
Risparmiati la fatica disse Alina dietro di me. Se n' andato. Si mise a braccia conserte e
con una mano si copr lo strano tatuaggio sul collo, che nella penombra sembrava una voglia di vino.
Come fai a saperlo?.
Perch TomTom  tornato tranquillo. Lanciai un'occhiata lungo il corridoio fino a quello che
doveva essere il bagno, visto il rumore scrosciante dell'acqua. Il cane giaceva l davanti in posizione da
sfinge e con la zampa bussava contro il parquet in segno di saluto.
Non sente pi alcun pericolo. Inoltre la porta del terrazzo  aperta, quindi credo che il tipo
abbia tagliato la corda gi per la scala d'emergenza.
Mi avvicinai alla porta del bagno dalla quale uscivano, rasoterra, i fumi del vapore acqueo.
Scandagliai la stanza immersa in una nebbiolina calda.
Niente.
A parte una vecchia vasca smaltata quasi traboccante non vi era nulla di strano.
Chiusi il rubinetto e mi bruciai la mano nel tentativo di togliere il tappo. Uscendo da l vidi una
gamma completa di cosmetici davanti all'armadietto a specchio illuminato a giorno, ma quello non era
il momento adatto per stupirsene. Cosa voleva?.
Voleva convincerci a finirla qui. Mi riassunse brevemente ci che pochi minuti prima l'aveva
gettata in uno stato di shock. Mi ha detto "smettila di giocare" e forse si riferiva al suo nascondino
morboso. Alina s'interruppe. E tu? Perch sei tornato?. Ho bisogno del tuo televisore. Mi tese
l'orecchio destro, un gesto che denotava il massimo dell'attenzione. E perch mai?.
Le raccontai della videocamera nella galleria d'arte. Filma tutti quelli che entrano in questo
palazzo conclusi. Quindi?.
Ed  collegata a un videoregistratore digitale. Nel farlo indicai, da bravo cretino, l'oggetto che
avevo appoggiato sul com.
Un coso cos registra fino a centosettantadue ore di immagini, forse anche di pi.
Cazzo, non mi dire che sei stato tu a far scattare l'allarme?.
Con un sampietrino in mano non si fanno miracoli. Tentai d'inserire un tono scherzoso nella
voce. Dai,  solo una questione di minuti prima che la polizia faccia uno pi uno e suoni da te.
Scosse la testa, inspir a pieni polmoni e, nel farlo, parve sciogliere un altro po' di tensione.
E anche se forse lei non l'avrebbe ammesso neanche a se stessa, ebbi l'impressione che la mia
presenza la tranquillizzasse un po'.
Devo essermi rincretinita disse, e si mise in moto.
La seguii dopo aver risollevato il dispositivo dal com. Le ferite da taglio che mi ero fatto
rompendo la vetrina avevano smesso di sanguinare.
La nostra passeggiata per quell'appartamento inaspettatamente luminoso mi condusse lungo una
balaustra, accanto al bagno e fin dentro un salotto con una cucina aperta adiacente. Solo in quel
momento capii che l'appartamento era su due piani.
Con passi rapidi e sicuri Alina evit una scala a chiocciola e apr una porta che conduceva verso
l'ala interna dell'edificio, che dava sul cortile.
TomTom ci aveva seguiti trotterellando, ma a un certo punto si ferm in salotto accanto al sof.
Non ti vuoi mettere qualcosa addosso? le chiesi quando ci trovammo nella sua stanza da letto.
Anche l mi sorpresi dei tanti specchi; ce n'era addirittura uno appeso al soffitto.
Perch mai? domand, e and a passi leggeri verso il grande televisore piazzato di fronte al
letto.
Sei nuda dissi, e pensai: e in fin dei conti io sono un uomo.
Il riscaldamento funziona ribatt laconica.
Si pieg per staccare i cavi del lettore dvd e non seppi pi dove guardare. Di solito i piercing e i
tatuaggi non mi piacciono, e non rientrano nella top ten dei miei gusti nemmeno le teste rasate, anche
se decorate con motivi labirintici.
Una volta Charlie aveva insistito per spiegarmi lo stretto legame tra l'eros e il dolore fisico, ma
io non ho mai capito l'immaginario sadomaso. Ci non toglie che potesse avere ragione forse, in fin dei
conti, non solo la sofferenza, ma anche la morte  legata a doppio filo col desiderio sessuale. Altrimenti
non saprei spiegarmi come mai proprio in quel momento avessi provato il desiderio di toccare la pelle
nuda di Alina, quando invece tutti i miei sensi avrebbero dovuto essere concentrati sulla fuga di un
pericoloso serial killer.
E sulla mia fuga dalla polizia.
In ogni caso non fu il raziocinio, bens la tristezza al pensiero della morte di Charlie che mi
riport alla memoria, un attimo dopo, tutte le cose sulle quali dovevo riflettere.
Alina si alz e mi lasci il televisore. Ci vollero solo pochi secondi per collegare l'apparecchio.
Dovevi proprio fracassare la vetrina della galleria? I proprietari sono dei miei cari amici, degli
artisti.
Mi diede il telecomando e schiacciai il tasto AV.
Non avevo altra scelta. Prima ho chiamato Stoya e gli ho chiesto se aveva voglia di vedere un
video dove forse c'era il Collezionista d'occhi.
E...?.
Sospirai. Mi ha detto che non vuole perder tempo con le mie manovre di distrazione.
Guardai Alina dal basso in alto. Si era seduta sul bordo del letto. Era cos magra che sulla
pancia c'era un'unica piega di pelle, e non stava neanche particolarmente dritta.
Quindi devo controllare tutto da solo. Quando  venuto allo studio da te?.
Il Collezionista di occhi.
Poco dopo le tre.
E quando te ne sei liberata?.
Qualche minuto pi tardi.
Se n' andato cos?.
S, me ne sono sorpresa anch'io. Deve aver notato qualcosa. Cristo, ero terrorizzata quando ho
avuto quella visione. Gli ho detto che avevo un attacco di emicrania e gli ho chiesto di andarsene, cosa
che ha fatto immediatamente. Strano, no? Non ha voluto nemmeno indietro i soldi.
Fissai il timer del disco fisso alle 15.10, nella speranza di non essere saltato troppo avanti e
nemmeno di dover perdere troppo tempo a guardare registrazioni inutili.
Le 13.10? pensai. A quell'ora mi ero gi messo bello comodo sul sedile posteriore della mia
Volvo nel parcheggio sotterraneo del giornale. Avrei dovuto fare solo una piccola pennichella, ma
negli ultimi giorni avevo dormito cos poco che mi sono svegliato appena in tempo per la riunione
delle 17.
Ci vollero solo pochi minuti prima di trovare il punto decisivo. Il registratore, per fortuna,
partiva solo quando era necessario, non quando la videocamera percepiva calma piatta. Non capivo
ancora cosa c'entrasse quell'installazione con l'arte, ma pensai di saldare il conto dei danni alla galleria
non appena fossi stato nella condizione di farlo.
Se mai fossi stato nella condizione di farlo.
Fissai l'immagine con gli occhi sbarrati. Solo quando Alina mi rivolse la parola capii di essere
rimasto letteralmente imbambolato davanti allo schermo.
Emb? domand. Cosa vedi?.
Merda. Non pu essere vero.
Mi si secc la bocca mentre cercavo una risposta plausibile.
Hai visto qualcosa?.
S biascicai, anche se non volevo dirle la verit. No... voglio dire... Non lo so balbettai
senza sapere cosa aggiungere, ma era una balla. Certo che avevo visto qualcosa, ma non potevo certo
raccontarlo ad Alina in quel momento. Per la prima volta fui grato che fosse cieca, poich in questo
modo non poteva vedere che l'uomo con l'impermeabile verde e gli stivali Timberland slacciati che il
registratore aveva inciso e stava riproducendo sullo schermo tradiva una forte somiglianza con una
persona che conoscevo bene.
Che conoscevo molto bene.
Quell'uomo ero io.
47
Mi ci volle un po' per riprendermi, per non sentire pi il sangue marciarmi nelle vene e per far
s che le punte delle mie dita tornassero sensibili.
Non riesco a vedergli il volto dissi, il che era vero. Quell'uomo, che imitava il mio passo
piegato in avanti e il mio abbigliamento abituale, si era tirato il cappuccio dell'impermeabile sulla testa.
Una cosa che io non farei mai, neanche sotto la pioggia battente!
Cercai di risalire a un altro spezzone in cui potessi zoomare l'immagine, ma il punto di vista era
sempre quello. Era del tutto impossibile capire se quell'uomo fosse alto o grosso quanto me, e poi era
troppo lontano dalla vetrina.
Ma indossa la mia giacca, i miei jeans, le mie scarpe.
Sentii un pugno nello stomaco. La vista di quella figura indistinta sullo schermo aveva
innescato un inquietante dj-vu.
Non ho idea di chi sia dissi, e mi parve di spergiurare.
Almeno dimostra che  stato qui osserv Alina. O le era venuto freddo tutto d'un colpo,
oppure aveva semplicemente cambiato opinione. In ogni caso si era messa davanti all'armadio e ne
stava estraendo con gesti calmi e misurati vari vestiti.
No, dimostra solo che a quell'ora  uscito qualcuno dal palazzo.
Lasciai scorrere la registrazione ancora un po' nella speranza che l'uomo commettesse un errore
e si girasse verso l'obiettivo, ma cos non fu. Forse per evitare che il nevischio gli andasse in faccia,
non fece altro che procedere a testa bassa, lo sguardo fisso a terra. Ma poi, prima che lo sconosciuto
scomparisse dall'inquadratura, accadde.
La collisione.
Visto che non stava guardando n a sinistra n a destra, non aveva notato la custodia del
mendicante, aperta e messa di traverso sul marciapiede. Le diede inavvertitamente un calcio e sparse le
monetine sulla pavimentazione, al che un giovanotto scarno e mal ridotto entr nell'inquadratura con
gli occhi fuori dalle orbite.
Il tuo paziente deve aver litigato con un barbone spiegai ad Alina.
E che aspetto ha questo barbone?.
Media statura. Capelli neri e unti, radi. Ha una chitarra in mano.
Lo conosco.
Mi girai verso di lei. Chi ?.
Un musicista di strada. Suona dietro l'angolo ogni due giorni. Gli do sempre qualcosa, anche
se non ho mai sentito nessuno pi incapace di lui.
Hai una stampante? le chiesi, e mi pentii subito di quella domanda cretina.
Nah. Se  per questo, neanche la PlayStation fa parte della mia collezione.
A quel punto ci scapp una bella risata. Almeno Alina l'aveva presa con leggerezza. Tirai fuori
il cellulare dalla tasca della giacca e ci cacciai dentro la batteria, lasciando il telefono in modalit aerea
in modo che non potesse connettersi ad alcuna rete e comunicare la mia posizione a Stoya.
Sempre che non la conosca gi da un pezzo.
Poi scattai una fotografia allo schermo. Dopo tre tentativi, ottenni un'immagine grosso modo
utilizzabile e priva di sfarfallamenti del barbone e una del mio doppio misterioso.
Hai finito? chiese Alina dietro di me. Quando mi girai, era vestita da capo a piedi. Aveva dei
jeans con toppe di pelle e una camicia da boscaiolo a quadri rossi e bruni, legata sotto il ventre. In
ottemperanza al nuovo look, ai piedi aveva dei logori stivali da cowboy dai tacchi ormai inesistenti, che
sembravano pi grandi della sua misura di almeno un numero.
Oh no. Non ti voglio trascinare oltre in questa faccenda dissi, piuttosto spiazzato da quella
sua metamorfosi. Da giovane scazzata dell'estrema sinistra si era trasformata in un ragazzotto da Far
West.
Non dire cazzate. Credi che rimarr qui da sola?.
Balz fuori dalla camera da letto e si fiond nel corridoio con movimenti cos svelti e perentori
che non mi fu facile riacchiapparla.
Vieni TomTom, dobbiamo uscire di nuovo disse ad alta voce quando fu all'altezza
dell'appendiabiti. Senza rispondere alle mie obiezioni, apr il com e armeggi con varie parrucche,
scegliendone rapidamente una bionda col codino da cavallo.
Poi, dopo che in quattro e quattr'otto ebbe allacciato la pettorina di TomTom, afferr un
guinzaglio intriso di peli, and alla porta e l'apr. Dato che faceva tutto a occhi chiusi, poteva dare
l'impressione di essere una sonnambula.
 una follia dissi, pi a me che a lei.
Pu essere. Indoss il giaccone e lo chiuse fino al bavero. Ma tanto se restiamo qui arriva la
polizia. Con TomTom al guinzaglio corto irruppe nel corridoio del sesto piano, e la fotocellula accese
una sfilza di plafoniere accecanti. E poi se restiamo qui non posso portarti dal barbone che hai appena
visto.
46
(7 ore e 31 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Qualche esperto di pubbliche relazioni completamente rimbecillito deve avere consigliato a
Paris Hilton di farsi fotografare sempre mezza di profilo, il mento piegato verso il petto e lo sguardo
finto-civettuolo diretto alla camera, accompagnato da un sorriso sghembo. Il barista che ci fissava con
sospetto da quando eravamo entrati si era messo in una posizione simile: il braccio destro ciondoloni, il
busto parallelo al bancone dietro cui stava, il capo girato ad angolo retto. Portava degli occhialetti senza
montatura che gli erano scesi fin sulla punta del naso, il che rafforzava ancor di pi l'impressione che ci
stesse squadrando.
Ciao Paris dissi in segno di saluto, e fui il primo ad ammettere di essermi inventato delle
battute ben pi brillanti per rompere il ghiaccio.
Alina, che conosceva bene quel postaccio, afferr uno sgabello e si sedette. Io volevo a tutti i
costi allontanare l'imbarazzo in cui m'ero cacciato da solo, ma prima ancora che potessi ordinare fu il
barista ad aprire bocca: Ve lo dico io di chi  la colpa se il mondo va a rotoli.
Okay, almeno questo saluto  peggiore del mio, pensai, ma tenni la bocca chiusa. Per esperienza
sapevo che un barista non andava mai interrotto quando si volevano ottenere delle informazioni da lui,
per quanto le sue ciarle potessero essere roba da sbattere la testa contro il muro.
E della moda proclam, e nel dirlo annu in modo marcatamente allusivo. Poi fece slittare lo
sguardo vitreo sui pantaloni da cowboy di Alina.  la stramaledetta moda che ci rovina.
Ah-ha dissi per colmare doverosamente una lunga pausa, ma come temevo quel tizio non
aveva ancora finito la sua conferenza.
Cosa significa far passare le cose di moda? Nient'altro che buttar via qualcosa che funziona
ancora solo perch ha un graffietto.
A quel punto schiaff il palmo della mano sulla superficie davanti a s. Questo bancone qua ha
trent'anni. Ne ha viste di cotte e di crude. Bicchieri, bottiglie, pure un cranio una volta gli si  spaccato
sopra.
Rise svagato. Cristo, su questo bancone c'hanno bevuto, ballato, menato cazzotti, dormito e
scopato.
Vidi con la coda dell'occhio che Alina stava accennando un sorriso.
Poco ma sicuro, non  il bancone pi bello di Berlino, ma  a posto. A postissimo. E durer
altri sessant'anni. Cos come il resto dell'arredamento.
Apr le braccia in quel tipico gesto che si vede nei film quando il padre dice al figlio: "Un
giorno tutto questo sar tuo". E il "tutto", in quel caso, era un'accozzaglia di tende luride, svariati
mobili in legno color ocra con le imbottiture lise, un vecchio flipper e alcolici per il valore
complessivo, a essere generosi, di duemila euro.
Niente della roba che c' qua dentro  rotta. E allora perch mai dovrei comprarne di nuova?.
Forse perch cos facendo, a quest'ora non saresti solo come un cane? pensai, ma avevo capito
perfettamente dove voleva andare a parare.
Mobili da lounge, mi ha consigliato un cazzo di progettista d'interni tisico. Poltrone da club
per un effetto chili out. Perch sarebbe questo il trend.
Mi parve di non aver mai visto un'espressione facciale cos disgustata.
Che diavolo ci potr mai essere di bello se stai l a bere e uno ti mette i piedi in faccia?.
Cercai, con un'alzata di spalle, di guardare l'orologio senza dare troppo nell'occhio. Quel pub si
trovava a due strade dalla galleria d'arte.
Esauriamo le materie prime, ciucciamo il pianeta come parassiti, non facciamo altro che buttar
via della gran roba solo perch non  perfetta al cento per cento. Tanto per dirne una, quel cretino di
mio nipote nell'ultimo anno si  comprato tre cellulari. E di chi  la colpa?.
Della moda dissi, riconoscente della palla che mi aveva lanciato. Ora s che stavamo sulla
stessa lunghezza d'onda, che in fin dei conti condividevo. Del resto avevo dato ascolto anche a baristi
molto pi sciroccati di lui.
Okay, cosa volete? domand e ci regal un primo sorriso tinto di nicotina.
Due gin tonic dissi. E vorremmo fare due chiacchiere con questo tizio.
Il barista guard stupito il telefono cellulare che gli avevo allungato sopra il bancone. Dopo di
che si aggiust gli occhialetti.
Ce l'ho gi da anni mentii, per soffocare ogni possibile obiezione sul nascere.
E fa sempre delle foto eccezionali annu lui con partecipazione.
Stirai gli angoli della bocca. Lo riconosce?.
Linus? Certo.
Linus? Mi girai rapidamente verso Alina, ben lieto di aver seguito il suo indizio. Sa dove
posso trovarlo?.
Il vecchio barista esib un sorriso ancora pi ampio. L dentro.
Fece cenno verso una porta nell'angolo pi remoto del pub, immersa nella penombra. Una porta
sopra la quale s'incrociavano due stecche da biliardo.
Qualcosa in contrario se gli parlo?.
Faccia quel che vuole. Temo per che sia arrivato troppo tardi.
Troppo tardi?. Lo guardai con fare interrogativo. Aveva smesso di sorridere.
Su, andate l dentro, ma poi non ditemi che non vi avevo avvertito.
45
(7 ore e 26 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Tobias Traunstein (nove anni)
Una volta avevano scommesso su chi avrebbe resistito di pi sott'acqua. Subito dopo l'ora di
nuoto al Krummebad - veramente sarebbero dovuti andare a farsi la doccia -, Kevin aveva scommesso
il suo intero album di figurine Panini del Mondiale di calcio.
Tobias deglut a secco, poi inspir pi forte che pot l'aria sempre pi sottile nell'oscurit che lo
circondava. Nel farlo pens a uno di quei milkshake densi come gomma che andavano risucchiati con
la cannuccia. Ormai respirare era diventata una cosa cos.
Era pur sempre l'album Panini!
Che diamine, il suo non si era mai neanche avvicinato al concetto di "completo".
Quindi avevano fatto la scommessa.
Lui, Jens e Kevin.
Anche se...
Forse andavano detti in un altro ordine. Kevin, Jens e lui. O Jens per primo.
Ma l'asino no, pens Tobias e infil di nuovo la monetina nella scanalatura. L'asino non si cita
mai per primo.
Glielo aveva insegnato la signora Quandt, la stessa insegnante di tedesco con la quale avevano
letto il testo sul naufrago. Il tipo che si mordeva la lingua per produrre saliva.
Tobias strinse i canini ancora di pi.
Che razza di consiglio. Non funziona.
Toss, e nel farlo scivol ancora pi in basso.
Maledetta vite. Maledetto buio. E maledettissima signora Quandt.
Non riusciva a produrre saliva. L'unica cosa che gli restava era il dolore. La lingua era ormai
tutta una vescica, sembrava un pezzo di cuoio bitorzoluto. E la testa gli girava come quella volta che
era rimasto troppo tempo sott'acqua solo per vincere quel ridicolo album di figurine. E non c'era
neanche riuscito, cos come non stava riuscendo ad aprire la serratura.
Aveva gi contato quattro giri. Forse addirittura cinque. Poi gli era caduta di mano la monetina
che usava per svitare il bullone, e nel cercarla si era addormentato. Non sapeva per quanto tempo,
immerso com'era in quell'eterna oscurit. Se non fosse stato per quel mal di testa martellante, non
avrebbe neanche avuto la certezza di essersi svegliato. Infil di nuovo la moneta nella scanalatura e
riusc a compiere un altro mezzo giro.
Porca vacca, perch sudo cosi tanto... la moneta mi scivola di mano mentre ho la bocca secca
come...
Come cosa? Si sent vuoto, inerte. La testa gli girava e lui era troppo stanco per trovare il
paragone giusto.
Come cacca di dromedario, gli venne da dire, ma non aveva senso.
Tobias trasal nell'udire una risata isterica, poi si rese conto che era la sua.
Lecc il sudore che gli colava sul labbro e si rese conto dell'errore. Come il naufrago della
storia, che beve acqua marina e gli viene ancora pi sete. A scuola ci aveva pensato un po' e si era
chiesto perch il tipo sulla zattera non bevesse il proprio sangue. Ma forse quella era solo un'idea
idiota, come quel tentativo con la monetina.
Non ne sarebbe uscito vivo. Non l'avrebbero mai aperto, quel coso in cui stava.
Qualunque cosa sia!
Sarebbe rimasto soffocato, affogato nel sudore.
Ah ah!
Tobias ridacchi. Affogare nel proprio sudore. Figo, quasi come la cacca di dromedario.
Clic!
Tobias sussult.
Ciac!
Poi ci fu un cigolio e un ultimo, sommesso clic.
Tobias si tir sui gomiti e premette la testa contro quelle pareti cos cedevoli. Aveva perso di
nuovo la moneta che aveva usato come cacciavite, ma ormai era una faccenda secondaria. Ormai
doveva ridere, ridere come un pazzo.
La sua risata si fece sempre pi forte e sfoci in un grido di giubilo.
Ce l'ho fatta.
Prima l'aveva solo sentito, ora poteva toccarlo con mano: la serratura era saltata e ciondolava
contro il cardine. Le dita di Tobias tremarono, ma quando tolse il lucchetto non scivol. Poi cerc
tastoni l'asola in cui era infilato il gancio e si rese conto che ce n'erano due. Due sottili placchette di
metallo con un buco in cima, che giravano una contro l'altra come lancette.
Poi accadde tutto cos in fretta.
Tobias cap che si trattava di una cerniera lampo che scorreva lungo la parete parallelamente al
suo corpo. Visto che il nastro della cerniera era nascosto sotto un bordo, aveva scambiato quel rilievo
per una sutura qualsiasi del muro, mentre in realt era...
L'uscita?
Trattenne il fiato per immobilizzare le ultime riserve di energia in quel suo corpicino secco.
Poi tent con le dita sudate di tirare entrambe le cerniere.
Un gioco da ragazzi.
 una gran figata, pens, e continu ad aprire la cerniera. Il cursore slittava come un pattino sul
ghiaccio.
Tobias aveva ancora voglia di gridare di gioia, ma il suo entusiasmo, con la stessa rapidit con
cui era esploso, mor appena sent il foglio di plastica sulla testa.
Buone notizie, cattive notizie. Non dire gatto...
Aveva aperto la cerniera lampo, ma non l'involucro gommoso in cui era avvolto e che gli
rendeva cos difficile respirare.
Cacci l'indice nella pellicola e lo sent affondare nell'involucro senza strapparlo. Come un
chewing-gum sputato che ti vuoi togliere dalla suola della scarpa con le unghie, con l'unico risultato di
tirare dei filamenti.
Tobias cominci a piangere. Singhiozzava e urlava il nome di sua madre.
Non il babbo, quel vecchio imbecille. La mamma. Dovrebbe esserci lei qui con me, adesso.
Con la forza della disperazione afferr le due parti dell'involucro che lo sovrastava...
 una borsa! Mi hanno infilato in una sacca chiusa ermeticamente.
...e divaric le braccia.
Una, due volte. Alla terza url cos forte da superare il suono stridente dello strappo.
Porca vacca, ce la sto facendo sul serio!
Le pareti non c'erano pi. Cos, di punto in bianco. Non vedeva nulla, non percepiva nulla, ma
col naso sentiva qualcosa. Perch l'aria era...
...cambiata.
Tobias si sentiva sempre sul punto di gridare, solo che i suoni gutturali e i fischi che emetteva
erano dovuti all'aria che gli stava entrando nei polmoni.
Si sistem sui gomiti. Aveva liberato la testa, anzi poteva tirar fuori tutto il busto.
Inspir avidamente quell'aria ancora sottile, ma molto migliore di quella stagnante della sacca
in cui era rimasto chiuso fino a pochi attimi prima.
Eppure, dopo l'iniziale euforia, si sent ancora pi disperato di prima.
Dove sono?
Gatton per tutta la gabbia in cui era imprigionato.
Dalla prima prigione era evaso.
E adesso?
Cerc di alzarsi e si tir in piedi, anche se solo per pochi secondi, spossato com'era. Poi croll
di nuovo a terra.
Di quel nuovo ambiente poteva dire solo una cosa: non riusciva ancora a vedere nulla.
Nulla di nulla. Anche in quel posto regnava il buio pi totale.
Il nero, quello no che non  cambiato.
L'unica differenza, forse, era che quel nuovo cubicolo era pi alto, tante che era riuscito ad
alzarsi in piedi.
E le pareti non sono morbide, pens Tobias.
Poi sbatt il capo contro il pavimento di legno.
44
(7 ore e 24 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
 morto.
Fu quello il mio primo pensiero. Poi mi chiesi perch mai il barista che aveva accompagnato
me, Alina e TomTom in quella stanzetta laterale senza finestre sorridesse in maniera cos
accondiscendente mentre un cadavere stava marcendo sul suo tavolo da biliardo.
L'uomo di cui ci eravamo messi in cerca era steso di traverso sul panno verde. La testa
ciondolava a sinistra, tra due buche. Gli occhi erano spalancati e dalla bocca colava un rivolo rossastro.
La pozza di sangue che si estendeva sotto la sua cassa toracica non aveva l'aria di essere fresca.
Cos' che puzza cos? chiese Alina disgustata, coprendosi naso e bocca con la mano.
Be', non ne sono sicuro, ma credo che....
 cotto a puntino, eh? rise il barista soddisfatto. Io arretrai di un passo e gli calpestai un
piede. Mentre pensavo in che casino ci eravamo appena cacciati l dentro e se fosse stato possibile che
mi accusassero anche di quel delitto, accesi il cellulare.
Non toccare niente dissi chiaro e tondo ad Alina, e digitai il PIN.
Volevo chiamare subito la polizia, quand'ecco che il telefono per poco non mi salt via dalla
mano. Il display segnalava al contempo varie chiamate perse e una telefonata nuova, che stava entrando
proprio in quel momento.
Pronto? Alex?.
Oh dannazione. Nicci!
Era evidente che quello non era il momento adatto per parlare con mia moglie, ma a quanto
pareva avevo schiacciato il tasto sbagliato rispondendo alla chiamata. Finalmente! Santo cielo, sono
ore che provo a chiamarti.
Sembrava spaventata. Fui sopraffatto da un brutto presentimento e di colpo mi sentii ancora pi
squallido dell'arredamento della cantina in cui mi trovavo.
Julian. Non sta bene.
Oh Dio, no.
Per un attimo ogni altra cosa divenne secondaria. Alina, TomTom, il barista, pure quel cadavere
non contava pi, dal momento che il sangue del mio sangue era in pericolo. Nella stanzetta c'era poco
campo, per cui sentivo Nicci lontana, cos uscii subito da l senza dire una parola.
Cos'ha? domandai non appena il display segn di nuovo quattro tacche.
Tossisce. Temo che possa peggiorare.
Le budella mi si ridussero a un nodo.
Febbre alta?.
S, credo di s.
Come sarebbe a dire? Da quando in qua un termometro misura la temperatura in supposizioni
invece che in gradi Celsius?
Mi trattenni dal fare un'osservazione velenosa, del resto ero io quello che non era in famiglia
quando suo figlio stava per compiere gli anni. Non ero a casa, no. Ero in una bettola in compagnia di
una cieca, di un cadavere e di un barista completamente fuori di testa.
L'ultima volta che l'abbiamo misurata aveva 38,9.
Speriamo non aumenti dissi. Era alta, ma non ancora cos tanto da pensare al ricovero.
Chiamo il medico?. Nicci mi stup con una domanda ragionevole.
Udii Alina dire qualcosa nella stanza accanto, poi il barista rise di nuovo.
S, chiamalo la pregai, sebbene trovassi la cosa un po' esagerata. Meglio stare sicuri. Ma non
chiamare quelli dell'assicurazione privata, che ti mandano sempre un cretino che cerca di risolvere tutto
con l'agopuntura.
Lentamente, cominciai a rilassarmi. Julian era malato, ma la cosa era nei limiti del normale, e
sua madre una volta tanto non sembrava voler ricorrere a qualche santone. Cos'hai contro
l'agopuntura?.
Niente. Solo che non  la prima scelta in caso di infezioni acute.
O qualunque sia la malattia di cui Julian soffre da tempo.
Mi tremava la voce, ma Nicci non parve cogliere la collera che l'animava. Pian piano il morto
che avevamo scoperto nella stanza accanto cominci a riemergere nella mia coscienza. Ah, Zorro....
Dalla bocca di Nicci era uscito un nomignolo che non sentivo da un'eternit. Che problema c'?
sospir. Perch sei sempre cos acido quando parliamo, noi due?.
Che problema c'? Passai il telefonino da un orecchio all'altro, furioso. Vuoi sapere che
problema c'? Benissimo, adesso te lo dico.
Al momento sono un pochino contrariato, piccola, perch sto sulle tracce di un maniaco che a
quanto pare vuole far ricadere su di me la colpa dei suoi omicidi. E l'unica testimone che pu
scagionarmi  una cieca che, pensa un po', sostiene di avere le visioni e di vedere il passato. Ecco qual
 il mio problema.
Per non parlare del cadavere putrescente che si trova a pochi metri da me in una saletta da
biliardo.
Lanciai di nuovo un occhio alla porta. Il barista non si era mosso di un passo, quindi nel
frattempo non poteva essersi avvicinato ad Alina.
Una cieca?.
Chiusi gli occhi. Che cretino che ero stato a scodellare proprio quel tema: era come regalare a
Nicci un ingresso gratuito per la fiera dell'esoterismo. Ormai avevo scatenato il suo interesse, e mi
rassegnai a sorbirmi una raffica di domande.
 una medium, allora.
Dimentica quello che ti ho appena detto.
Andai verso l'entrata e tirai la catenina della porta, cos che non potessero arrivare altri pazienti
in quel manicomio.
Sta' attento, Zorro, sto per dirti una cosa molto importante, mi senti?.
Cara, non posso pi continuare a parlare!.
Nella stanza cadde a terra una stecca, poi udii Alina mormorare qualcosa mentre Nicci mi
diceva: Lo so che non ci credi alle cose che non possono essere spiegate. E non c' niente di cui
vergognarsi, ma....
Ora devo proprio....
Guardai verso la saletta. Il barista era scomparso dal mio campo visivo.
Devi stare alla larga da lei.
Cosa? E perch mai?.
A quel punto non sentii pi parlare nessuno, n Alina n il barista, in compenso udii un lungo
rantolo liquido dietro il bancone. Mi misi in moto.
Te l'ho gi detto mille volte mi rimprover Nicci in un orecchio, ma la sua voce si era ridotta
a un rumore di fondo. Come una musica nefasta che accompagna l'attore di un film verso il pericolo.
Solo che io non sono un attore.
Tu attiri il male. Fino a poco tempo fa ti sei limitato a scriverne, ma ora  l con te....
Vero.  qua con me. A un passo.
...e ti distrugger, Alex. La cieca, io non la conosco, ma sento che ti sta trascinando in
qualcosa da cui non riuscirai pi a tirarti fuori, mi capisci?.
S. In un certo senso, senza volerlo, aveva ragione, visto che mi sentivo come uno che affoga
nella palude e pi si dimena pi affonda. D'altro canto dovevo proprio interrompere quella telefonata.
Tieniti lontano da tutte le energie negative. Non evocare il male, altrimenti un giorno di questi
ti annienter. Vieni a casa piuttosto,  il compleanno di Julian.
Con quelle parole Nicci riattacc e mi lasci solo in quella follia che era diventata la mia vita.
Solo con Alina, TomTom, il barista.
E con un morto che mi fece l'occhiolino appena entrai nella saletta del biliardo.
43
Cosciavoliamofaie?.
Il morto, che fino a pochi minuti prima era steso sul panno verde col collo rotto e una pozza di
sangue in corrispondenza del petto, ora era seduto sul bordo del tavolo da biliardo, e sbavava. Non
solo: faceva tutta una serie di cose che le persone assassinate di solito non riescono a fare. Respirare e
parlare, ad esempio, anche se in una lingua incomprensibile.
Noposciomicacoieviadescio!.
Spostai lo sguardo su Alina, che aveva agguantato una sedia e si era piazzata a pochi passi dal
tavolo. TomTom le stava steso accanto e sbadigliava. Pochi secondi dopo Linus fece lo stesso.
Pensavo che fosse.... Mi interruppi e mi stropicciai gli occhi. Il mal di testa era tornato alla
grande, anzi pi forte di prima. Malgrado la lampada nell'angolo destro della stanza generasse poco pi
di un barlume da candela, quella luce mi bruci gli occhi quando commisi l'errore di fissarla
direttamente.
Pensavo che fosse morto. Quando guardai il barista, negli occhi mi ballavano tanti cerchietti
colorati.
Morto? Sciocchezze. Linus dorme sempre con gli occhi aperti. E non  la sua unica pecca,
come avr gi notato.
Annuii e passai la mano sul panno mentre facevo il giro del tavolo.
Poco a poco mi fu chiaro che in preda all'agitazione avevo male interpretato tutti i segnali. La
macchia era vecchia, forse una birra rovesciata o qualche umore corporale, non certo sangue uscito dal
petto di Linus, visto che non era ferito. E la bava rossastra era da addebitare a un serio problema
gengivale che quel musicista di strada cos trasandato non era in condizione di curare. Quanto all'odore
di marcio, sembrava essere l'olezzo abituale del suo corpo. Un misto di feci, urina, sudore e
immondizia. Il tributo a una vita vissuta per le strade di Berlino.
Domitocioppo annunci Linus con una smorfia carica di significato appena mi trovai davanti
a lui.
Fissai il suo viso sconvolto e cercai il contatto con quegli occhi che sembravano offuscati come
quelli di Alina. Nel farlo capii come mai si verificassero casi in cui un uomo veniva erroneamente dato
per morto. Appena due mesi prima avevo scritto di una donna che, nel reparto di anatomia patologica
dell'ospedale Charit, aveva rischiato di finire nella classica cella frigorifera.
Che gli  preso?.
Be', l'ho appena raccontato alla signorina disse il barista, al quale parve non dispiacere l'idea
di ripeterlo. Adorava avere un pubblico, e si vedeva. A suo tempo Linus era un pezzo grosso. Ha
suonato con varie band negli stadi, a quanto pare anche nel vecchio Wembley.
Linus annu come fanno gli anziani quando si parla dei bei tempi andati, in cui le cose erano
ancora tutte al loro posto.
Poi  successo che il suo manager l'ha spennato, e gli ha dato il benservito in droghe invece
che in denaro. Alla fine della fiera il povero sfigato non solo era al verde, ma anche completamente
andato di testa. Un buco, o una pasticca di troppo, e dopo un concerto  crollato. Da quel momento
parla una lingua che capisce solo lui.
Cosciavoliamofaie, eh? bofonchi Linus a conferma della versione del barista.
Per un certo periodo  stato in manicomio, dalle parti di
Grunewald, ma poi  uscito pi scocomerato di prima, parola mia.
Andai da Linus, che continuava a stare seduto sul bordo, per quanto oscillasse pericolosamente.
Mi senti? domandai.
Fece spallucce.
Vabbe'. Male che vada mi sputa addosso.
Decisi di provarci e gli mostrai la foto che avevo sul cellulare. Il fermo immagine del video in
cui litigava con l'uomo misterioso.
Ti ricordi di questo tizio? gli chiesi.
Cominci ad alzare le spalle in modo veemente. Sulla sua fronte apparve una ruga d'ira e
cominci a toccarsi i pochi capelli che gli erano rimasti.
Fiiocioiadunfiiopuciana! sbott, e ripet pi volte quell'esclamazione incomprensibile.
Sa cosa vuol dire? domand Alina.
Non ne ho idea. Io non parlo l'eroiniano disse il barista ridendo di gusto.
Hapeso concio chiciarra! afferm Linus, che in quella storia non ci trovava nulla da ridere. Se
la vista non mi tradiva, si era appena staccato un lungo capello dal cranio e se lo era messo in bocca.
Parla della sua chitarra, mi sembra.
Probabile. L'unica che riesce a interpretare i suoi deliri  la fidanzata. Lo sguardo del barista
si spost nuovamente verso Alina e si blocc sul cane. Ma anche lei non ci sta molto con la testa, se
capite quel che intendo. Si chiama Yasmin Schiller, e a suo tempo stava con Linus nella gabbia di
matti, ma come infermiera. Viene spesso qua e mi sfianca con le sue chiacchiere, tipo che loro due
vogliono fondare una band, roba da matti. Comunque sia, questa Yasmin m'ha detto che Linus tende a
mischiare le parole, come se al posto del cervello avesse uno shaker. Rise di nuovo.
Lo sguardo di Linus si fece vitreo e mi chiesi se fosse ancora in grado di capire che si stava
parlando di lui.
Continua a ripetere "fiiocioiadunfiiopuciana", che a me suona come "figlio di troia d'un figlio
di puttana", o gi di l.
Ne deve avere incontrati molti in vita sua azzard Alina.
Linus gir il capo verso di lei. Hapeso concio chiciarra! ripet con un tono che sembrava
attendere un'ulteriore conferma, ma l'unico che sembrava dargli l'attenzione che meritava era TomTom.
Il golden retriever fissava il barbone senza staccargli gli occhi di dosso neanche per un attimo, col
respiro affannato.
Cosa gli ha fatto vedere?. Il barista si era tolto gli occhialetti infilandoseli nell'angolo sinistro
della bocca. Mi venne cos vicino che sentii il suo alito pesante. Posso vederlo anch'io?.
Quando mi torn in mente che l'uomo del video mostrava una certa somiglianza col sottoscritto
era ormai troppo tardi. Il barista aveva gi il telefonino tra le mani. La cosa, tuttavia, parve non saltargli
agli occhi dopo una rapida occhiata al display.
L'uomo accanto a Linus  un truffatore dissi. Ieri una videocamera a circuito chiuso ha
registrato l'incontro-scontro tra i due. Cercai di imbastire in fretta e furia una storiella passabile.
Quindi ci siamo detti: forse ci pu aiutare.
E voi due chi siete?.
Il suo sguardo vigile passava senza sosta da me ad Alina, al che gli allungai il tesserino stampa
che estrassi dalla tasca posteriore dei jeans. Stiamo scrivendo un pezzo su di lui. Il barista scoppi a
ridere, poi indic Alina. Ma certo. E la cieca fa la fotografa, giusto?. Rinunciai a controbattere, e mi
sentii messo all'angolo. La cosa non dispiacque affatto al barista.
Fa lo stesso, lasciamo perdere. L'importante  che non siate amici di quel pezzo di merda che
si vede nella foto.
Direi proprio di no replicammo in coro io e Alina. Rimisi in tasca il tesserino e presi il
cellulare, ancora umido dopo essere stato in mano al barista.
Bene, allora vi racconto io qualcosa sullo stronzo che avete fotografato.
Lo conosce?.
Il Collezionista di occhi?
No. Ma ieri pomeriggio, verso le quattro,  venuta Yasmin, furiosa come una battona da
strada. Ce l'aveva con un tipo che aveva litigato con Linus e che aveva tirato un calcio alla custodia
della sua chitarra.
Hapeso concio chiciarra.
Guardai Alina, che aveva appoggiato un ginocchio a terra per accarezzare TomTom. Annuiva, e
in tal modo mi fece capire che stavamo pensando la stessa cosa.
Coincide. Tempo e luogo. L'uomo della registrazione.
Tutti i soldi raccolti in una giornata sparsi sul marciapiede, figuratevi. Un'ora dopo  arrivato
qui Linus e si  ubriacato. Fece cenno al musicista, ancora seduto in equilibrio precario sul biliardo.
E il risultato  sotto gli occhi di tutti.
Dove trovo questa Yasmin?.
Ho l'aria di una segretaria di merda? Io non fisso appuntamenti tra i miei clienti.  capace di
venire qua tutti i giorni o di scomparire per tre settimane di fila.
Ottimo.
Ero appena saltato alla conclusione che avevo gi sprecato fin troppo tempo in una bettola,
quando udimmo un forte rumore provenire dal tavolo da biliardo.
Trasalimmo tutti, eccetto Linus.
Postandicapati!. Il mendicante cal di nuovo il palmo della mano sul bordo in legno del
tavolo da biliardo.
S, lo so disse il barista e si gir. Vieni, Linus, ti faccio un caff. E forse c' ancora qualche
salsicciotto in cucina.
Era chiaro che la conversazione con noi era finita. Chiesi ad Alina di aspettare un paio di
minuti, poi seguii il vecchio e mi misi davanti a lui prima che raggiungesse il bancone.
Cos'ha detto Linus? E cosa sa lei?.
Il barista osserv il mio braccio posarsi sulla sua spalla. Poi mi guard dritto negli occhi.
Cominci a parlare solo quando lo tolsi. Linus ce l'ha ancora a morte con quel tizio, ma non perch
l'ha urtato, e nemmeno perch c'ha messo mezz'ora per recuperare tutte le monetine tra i sampietrini.
Ma...?.
Ma perch il tipo ha parcheggiato la macchina nel posto riservato agli handicappati.
Postandicapati.
Mi massaggiai la nuca e cercai di premere un punto nei pressi della spina dorsale. Un neurologo
mi aveva dato quel consiglio in caso di emicrania.
Prima per bisogna trovarlo.
Linus  un bravo ragazzo. Magari non  una cima, ma ha un cuore grande cos.
Biietomulto.
Mi girai verso quella voce biascicante. Linus se ne stava sorridente all'entrata della saletta e
brandiva il pugno chiuso verso il soffitto. Dietro di lui apparve Alina.
Biietomulto!.
Okay, s, si vede che sei contento. Quel segaiolo la pagher cara. Il barista chiuse a canna le
dita della mano destra e mim un gesto osceno.
In che senso? domandai mentre riflettevo sul servizio di interpretariato offerto da un barista
poco raccomandabile a un senzatetto privo, per giunta, di comprendonio. Poi pero capii anch'io
cos'aveva detto Linus.
Biietomulto!
Il Collezionista di occhi si era beccato un biglietto.
Una bella multa che lo rendeva identificabile.
Prima lettera del Collezionista di occhi,
spedita via email
tramite un account anonimo
A: thea@bergdorf-privat.com
Oggetto: la verit
Cieca signora Bergdorf,
questa email diretta a lei  in tutta probabilit tanto ridicola quanto i disperati sforzi delle mie
pedine infantili di liberarsi dal nascondiglio che  stato loro destinato prima della fatale, inevitabile
scadenza dell'ultimatum.
Il mio tentativo di scrollarmi di dosso le secchiate di merda suina che il suo giornale riversa
quotidianamente su di me  destinato a fallire. Ne sono certo, cos come del fatto che questa email,
nelle ore a venire, cadr in dozzine di mani. Mani tremolanti come le sue. Nervose come quelle dei
tecnici che arriveranno fino in Ruanda alla ricerca dell'account da cui  stata spedita. Tra queste mani
vi saranno anche quelle di professionisti: mani di psicologi e linguisti, che sezioneranno ogni
formulazione, ogni parola, persino ogni punto e ogni virgola di questa frase. Le chiedo la cortesia di
non mostrare questa email ad Adrian Hohlfort, al quale raccomanderei di entrare nella nazionale di
calcio piuttosto che di mettersi sulle mie tracce. Questo "super-profiler", come si legge sui fogli di carta
igienica che compongono il suo giornale, non sarebbe nemmeno in grado di notare che io, gi nella
prima frase di questa email, ho inserito un indizio, in quanto ho parlato di pi bambini ma di un unico
nascondiglio!
Una soluzione per ogni evenienza, per cos dire, un nascondiglio a cui la polizia finora si 
avvicinata pi o meno come il mio cazzo alla patatina di Madonna (e lo dico per abbassarmi al livello
intellettivo di voi giornalisti). Si risparmi la fattura da 500 euro l'ora che il signor Sedia-a-rotelle le
spedirebbe dopo aver etichettato come un indizio di megalomania la mia eventuale intenzione, rivolta
ai media, di rientrare nell'alveo di serial killer come Zodiac. lo non voglio mettere in ridicolo i miei
giocatori. E non ho bisogno di diventare celebre.
Al contrario: voglio che lei la smetta una buona volta di scrivere quella merda sul mio conto. A
cominciare dal mio soprannome. Come un cane randagio affamato, lei si  scagliata sul pezzo di carne
che io ho avuto la bont di lanciarle: gli occhi mancanti. Lei mi fa schifo, e mi fanno schifo anche gli
investigatori incapaci che hanno cercato di stanarmi senza alcun risultato. Basta un semplice trucchetto,
e vado gi bene per la galleria dei maniaci. Per me non si tratta di trofei. Io non sono un collezionista,
lo sono un giocatore. E gioco pulito. Non appena ho scelto le pedine e le ho sistemate, non appena ho
delimitato il campo e annunciato che comincia la mano, mi attengo alle regole. La madre, il bambino,
l'ultimatum, il nascondiglio... lo fisso solo i confini, la cornice del gioco in ogni sua fase, e la rispetto.
Garantisco che ogni avversario ha una buona probabilit di porre fine al nascondino. Garantisco di non
seminare indizi fuorvianti, anche quando i cacciatori mi soffiano sul collo, n mi interessa prolungare il
gioco, anche quando si fa duro. Ammetto di non essere imparziale. Ogni tanto mi immischio, ma solo
per il bene dei miei rivali.  una cosa che lei, senza il mio aiuto, non capirebbe. Ecco perch le scrivo
questa email. Quale legittimo contraddittorio a fronte di tutte le bugie che lei continua a raccontare sul
mio conto.
lo non sono un pazzo, non sono un mostro, non sono uno psicopatico. Io seguo un piano, e il
mio gioco ha un senso. Se lei avesse vissuto quello che ho dovuto vivere io, mi darebbe ragione. Forse
non approverebbe il mio modo di operare, ma potrebbe perlomeno comprenderlo.
Scommetto che sta scuotendo il capo, che sta pensando "Che delirio malato", mentre fa i conti,
zitta zitta, delle entrate pubblicitarie che incasserebbe col prossimo numero sbattendo le mie parole in
prima pagina. Come la mettiamo se le dessi un movente in grado di gettare tutt'altra luce sul mio
operato? Sta ancora scuotendo quel cranio rasato male? Mi sa di no.
Lei vuole credermi, giusto? Lei vuole credere che io non sia semplicemente lo spostato e lo
psicopatico della porta accanto, ma che dietro tutte le mie mosse vi sia un piano maestoso.
Quello s, mia cara cieca Thea Bergdorf, che sarebbe uno scoop. Lei non vede l'ora di capire
come mai io abbia tirato in ballo il gioco infantile pi vecchio del mondo. Il nascondino!
Va bene, e allora diciamolo. Consegni questa email a tutte le mani incapaci che ho citato
poc'anzi e aspetti le prossime righe che le scriver, appena trovo il tempo. Non si preoccupi, non ci
vorr molto.
Meno di sette ore. Pi la mezza giornata di cui avr bisogno per liberarmi del cadavere.
42
(6 ore e 36 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
I sintomi peggiorarono nel momento in cui, per la prima volta dopo un lungo percorso immersi
nel verde, ci fermammo davanti a un semaforo.
Per fortuna avevo avuto la prontezza d'animo di parcheggiare la vecchia Toyota con cui Frank
ci era venuto a prendere a casa di Alina dietro l'angolo, in una stradina laterale, prima di infrangere la
vetrina della galleria. Se l'avessi lasciata in doppia fila, l'avrebbero gi portata via o la scientifica
l'avrebbe sequestrata, collegando senza fatica la mia persona all'atto di vandalismo. Comunque, avevo
informato Stoya che sarei stato costretto a raccogliere le prove da solo se lui avesse continuato a
ignorare i miei suggerimenti e i miei indizi. Indizi che erano stati visti dagli occhi di una cieca.
Dovetti tuttavia ammettere che nemmeno i miei occhi erano messi benissimo. Lacrimavano, e il
rosso del semaforo mi pareva fluorescente. Avevo la fronte imperlata di sudore freddo. Pi desideravo
che quelli fossero i sintomi di un'influenza, pi temevo che la loro origine fosse di tutt'altra natura.
Quanto ci metti? chiesi a Frank all'altro capo del filo.
Per controllare una multa? Nel cuore della notte?.
Guardai l'orologio del cruscotto e imprecai a bassa voce. Le 23.50. Dieci minuti al compleanno
di mio figlio, che probabilmente avrebbe festeggiato col medico di guardia invece che col suo pap.
Che diamine, come credi che faccia a trovare quel genere di informazione? Bisogna ricorrere
ai contatti, e il mio a quest'ora dorme!.
Il mio invece no. Stoya ha appena cominciato la caccia all'uomo e non conosce sonno.
Okay, Frank, allora prover ancora una volta a persuadere Stoya.
No, meglio di no.
Come mai?.
Perch forse quello che cerchi ce l'ho gi da un pezzo.
Scatt il verde e per un attimo ebbi l'impressione di non vederci pi. Dietro di me qualcuno
suon il clacson, e quando riaprii gli occhi mi ci volle un po' per non vedere pi la strada come
attraverso un velo inzaccherato.
Come sarebbe a dire?..
Gi, come ha fatto Frank a risalire al proprietario di una macchina di cui non conosce
nemmeno la targa?
Ricerche si limit a dire, e sullo sfondo, quasi a dargli credito, udii il suono familiare dei
mille telefoni che squillano in una grande redazione.
Se c' una cosa che so fare,  recuperare le informazioni. Fidati di me.
Poi abbass la voce di colpo. La domanda vera  quanto ti fidi tu della Stevie Wonder al
femminile che ti porti appresso.
Lanciai un'occhiata allo specchietto retrovisore. Alina aveva preso posto con TomTom sul
sedile posteriore, come se fossi diventato il suo chauffeur. Ma in quel momento la distanza, almeno
acustica, mi faceva comodo.
Qual  il problema? chiesi a voce altrettanto bassa.
Stavamo procedendo lungo un ampio viale di cui mi sfuggiva il nome, diretti alla tangenziale.
Non avevo in testa una destinazione precisa, ma una voce dentro di me mi diceva che bisognava restare
in movimento, e fu forse per istinto che scelsi una strada che conduceva alla mia casetta galleggiante.
Correggimi se sbaglio, ma Alina non ha forse detto che avremmo dovuto cercare un bungalow
monofamiliare isolato con un vialetto davanti al quale il Collezionista di occhi ha parcheggiato subito
dopo il delitto?.
S. Mi ero dimenticato dell'ultima visione di Alina, quella che mi aveva raccontato in
presenza di Frank.
Bene, allora supponiamo per gioco che il nostro bravo psicopatico, dopo aver commesso
l'omicidio, si sia recato in una villetta per prendersi una limonata. Quindi ha anche senso dire che il
giorno dopo ha usato la stessa macchina con cui si  beccato la multa, giusto?.
Un paio di supposizioni di troppo per i miei gusti, ma ti seguo.
Se abbiamo la casa, abbiamo anche il proprietario. Dando per buono che vi sia una
coincidenza tra la realt e le fantasie irreali di Alina.
Okay, fino a qui tutto bene. Ho anche pensato che il criminale, per non dare nell'occhio, abbia
rispettato i limiti di velocit. Basandomi sulle dichiarazioni di Alina, ho ipotizzato una finestra
temporale di massimo quattro minuti. Se prendiamo il Teufelsberg come punto di partenza, il
Collezionista di occhi non ce l'avrebbe fatta a uscire dalla zona a traffico limitato, tante sono le scuole,
i parchi giochi, gli impianti sportivi e gli asili in quell'area.
Ottimo, quindi hai ristretto l'area da setacciare.
S, l'ho ristretta a un raggio di 5,5 chilometri quadrati, per essere precisi, la maggior parte dei
quali sono superfici boschive o calpestabili.
Nel frattempo lo sentivo battere sulla tastiera. Inoltre ci sono molti orticelli, aree per
escursioni, sentieri tra i boschi ecc. La somma totale dei chilometri stradali che ci possono interessare
non dovrebbe essere pi lunga di una maratona.
Che naturalmente ti sei fatto dal primo all'ultimo chilometro ipotizzai ridendo.
Esatto.
Frenai di colpo perch davanti a me era apparso un pedone che stava correndo per raggiungere
il bus dall'altra parte della strada. Dietro, Alina si lament del mio stile di guida, visto che aveva evitato
per un soffio che TomTom scivolasse gi dal sedile.
Mi prendi per il culo? domandai dopo un attimo di terrore.
Hai gi sentito parlare di Google Earth? rispose lui divertito.
Ovvio. Come no.
Tornai ad accelerare e aumentai il ritmo dei tergicristalli, ottenendo in cambio un vetro
completamente imbrattato. La neve cadeva in fiocchi grossi come monete, ma non era umida
abbastanza per togliere il classico sporco invernale dal cristallo. Non potevo vedere quasi nulla.
Che razza di parallelo!
Ebbi l'impressione che quel tergicristallo consumato mi stesse spazzando il cervello.
Pi cercavo di vederci chiaro, pi l'immagine che avevo davanti agli occhi diventava sfocata.
Le strane allucinazioni sensoriali per via delle quali mi ero affidato alle cure del dottor Roth facevano il
resto. Anche se lui era convinto che non avessero un'origine psicologica, non riuscivo a concentrarmi
n a sfruttare appieno gli strumenti di ricerca, anche i pi banali, che avevo a disposizione.
Come Google Earth, ad esempio.
Anche la versione gratuita  una gran trovata disse Frank, entusiasta. Con la mappa
satellitare puoi ritrovare una chiave smarrita sul prato di casa tua, se zoomi nell'erba.
Rise della sua esagerazione. Ma c' anche di meglio. Noi in redazione abbiamo....
...Street view. Ovvio.
Da qualche tempo, delle auto attrezzate con videocamere speciali targate Google giravano per le
strade di alcune citt del mondo per offrire al navigatore, a portata di clic, una visione tridimensionale
di ogni dettaglio. La cosa era appena agli inizi, ma interi stuoli di giuristi si dannavano per via delle
questioni relative alla protezione dei dati personali sollevate dal progetto. D'altro canto era gi uscita
l'applicazione per iPhone, e il mio giornale disponeva di un account sperimentale con pi funzioni,
quello che Frank stava usando per trovare un edificio che collimasse con la descrizione di Alina.
Ogni singola strada di Berlino, ogni stramaledetto angolo disse in preda all'euforia mentre
continuavo a udire il concerto della tastiera. Me li posso guardare come se ci stessi passando in
macchina.
Ci vorranno comunque delle ore.
Non se si  fortunati come noi. L'area in questione consiste principalmente di case
multifamiliari o casette a schiera da cartolina. La villa di Traunstein  una delle poche eccezioni!.
Quante altre? chiesi eccitato. Quante altre case monofamiliari hai contato?.
Guardai il tachimetro e vidi che l'agitazione mi aveva fatto superare la velocit consentita di pi
di trenta chilometri orari.
Ventisette, ma solo nove sono a un piano e dispongono di un vialetto come quello descritto
dalla tua nuova fidanzatina....
L'inflessione della sua voce rest alta come se volesse aggiungere un'ultima cosa alla sua storia.
...e solo due di queste case hanno un canestro!.
41
Malgrado il bungalow sembrasse l'edificio pi basso di tutto il complesso residenziale, lo si
poteva riconoscere gi da lontano.
La stradina in cui ci trovavamo era un vicolo cieco di ciottoli, talmente fuori dal mondo che
c'era ancora un manifesto elettorale attaccato a un lampione. Qualche volontario si era dimenticato di
togliere dal palo quel tipo incravattato dal sorriso idiota e dalle credenziali altisonanti, per cui chi
imboccava quel sentiero era costretto a sciropparsi lo slogan nonsense "Il nostro futuro  la forza".
Mi chiesi se ci fosse una legge che costringeva anche i politici pi brutti e anonimi a schiaffare
la faccia su un pezzo di cartone colorato. E se sul nostro pianeta ci fosse ancora un singolo essere
umano che si lasciasse motivare da un manifestino prima di entrare in cabina. Pensai di avviare una
ricerca col mio giornale una volta che tutta quella storia fosse finita.
Sempre che fossi in condizione di farlo.
Avevamo lasciato la macchina in un angolo per non parcheggiare direttamente davanti al
numero civico che mi aveva dato Frank. A ogni passo cresceva in me la certezza che stessimo perdendo
tempo.
Non credo che tu abbia descritto questa casa dissi ad Alina. La ragazza stava aspettando che
TomTom finisse di marcare il tronco di un albero a un lato della strada. Perch?.
 troppo vistosa!. Strinsi gli occhi e osservai la nuvoletta del mio fiato.
Anche se poi le cose vistose sono spesso il miglior travestimento. Poco tempo prima, a
Lichtenrade, in pieno giorno, era stata ripulita una villetta bifamiliare. I ladri si erano tranquillamente
presentati con un furgoncino da trasloco. Nessuno pensa a un furto quando vede un manovale con un
televisore al plasma sotto braccio.
E nessuno pensa a un occhio strappato quando si trova davanti a Babbo Natale.
Alina ordin a TomTom di mettersi seduto accanto a lei, mentre spostava il peso da una gamba
all'altra in preda al freddo.
Descrivimi quello che vedi.
Descrivere? Mi guardai attorno.
Come si faceva a descrivere una cosa del genere a una cieca? In ogni caso dovetti correggere il
pregiudizio che nella zona pi a ovest di Berlino il Natale si festeggiasse in maniera discreta.
L'edificio a un piano sembrava appartenere a un ereditiere di dieci anni che avesse dilapidato il
capitale di famiglia in decorazioni natalizie e affini. Una catena di luci alogene blu seguiva il bordo del
tetto come una ghirlanda floreale e avvolgeva anche le grondaie, a cui era aggrappato un Babbo Natale
a misura d'uomo con un sacco in spalla che sembrava in procinto di arrampicarsi verso il comignolo.
Santa Claus indossava un completo bianco, quello originale per intenderci, antecedente all'idea di quel
geniaccio del marketing assoldato dalla Coca-Cola.
E quella era la parte sobria. Il giardinetto era pieno di renne e pupazzi di neve illuminati, per
non parlare dei tre Re Magi. Mancavano solo Ges e la mangiatoia, anche se poteva darsi che fosse
finita sotto la pila di legna da ardere accanto al doppio garage. Le porte del garage erano spruzzate di
neve finta, come anche le persiane e la porticina in legno del giardino. E poi c'era...
...il canestro da basket!
Si trovava addirittura nel posto esatto descritto da Alina: a lato del garage, non davanti.
Provo a spiegartelo iniziai. Chiunque abiti qua, dev'essere il cliente numero uno della
societ che fornisce l'energia elettrica.
Alina sembrava aver memorizzato i suoi pochi ricordi visivi molto meglio dei bambini vedenti.
Forse perch a partire dal terzo anno di et non aveva pi registrato nulla di nuovo in grado di
sovrascrivere le impressioni pregresse. In ogni caso si ricordava ancora benissimo del Natale in
California, per cui non mi riusc difficile darle un'immagine dello spettacolo di luci che mi si parava
davanti agli occhi e che alla lunga stava per farmi venire il mal di testa. Non a caso tutti i vicini
avevano chiuso le serrande delle finestre al piano di sotto, cos come aveva fatto il proprietario del
bungalow.
Hai menzionato il canestro e la Coca-Cola, ma non hai fatto cenno a renne e pupazzi di
neve!.
Alina fece spallucce. E infatti non riesco a ricordarmene!.
Mossi un passo verso il canestro, il cui cerchio metallico verde rifletteva le luminarie di quello
spettacolo prenatalizio. Sembrava stranamente inutilizzato, come se l'avessero montato il giorno prima.
E adesso? chiese Alina dietro di me. Finissimi fiocchi di neve le cadevano sulla parrucca per
poi restare immobili e scintillare.
Le dissi di aspettare all'entrata e tentai di aprire il cancelletto. Quest'ultimo dava sullo stretto
sentiero che conduceva alla porta principale passando per il giardino.
Come da copione, la porticina in legno era chiusa. In circostanze normali avrei suonato, ma l
fuori non c'erano n la targhetta con il nome n il campanello, per cui sporsi le braccia tra le assicelle
bianche e girai il pomello dall'altro lato, spalancando la porta. Mi girai verso Alina per dirle che sarei
tornato presto, poi mi diressi verso la casa.
La porta principale era molto grossa, un vero e proprio portone massiccio ricoperto da un
pesante strato di legno, e aveva tutta l'aria di essere serrata dall'interno con una sbarra d'acciaio. Come
dappertutto in quella zona, una videocamera di sorveglianza spuntava sbilenca da un muro, puntata
verso il basso come un rapace in procinto di gettarsi sulla preda non appena avesse osato mettere piede
sullo zerbino. Pi o meno a un metro e mezzo d'altezza c'era un tabellone elettronico piuttosto lungo.
Sembrava identico a quelli delle ricevitorie del lotto o dei casin da due soldi, solo che le lettere rosse
che scorrevano da destra a sinistra non segnalavano il jackpot. Piuttosto, sembravano riportare il testo
di una ben nota canzone di Natale davanti ai miei occhi stanchi.
Oh, jingle bells, jingle bells
jingle ali the way...
Mi avvicinai alla porta illuminata dal LED e cercai invano un campanello. Anche sul retro del
bungalow c'erano le serrande abbassate.
...oh, whatfun it is to ride
in a one borse open sleigh...
Mi ero avvicinato troppo e avevo commesso l'errore di fissare le parole che scorrevano sul
pannello. Quelle lettere luminose parevano stampigliate su un pezzo di metallo rovente pronto a
marchiarmi a fuoco le pupille.
...dashing through the snow
in a one horse open sleigh
o'er the graves we go
laughing ali the way...
Mi scostai alla svelta dal pannello illuminato e mi aggrappai a un massiccio battente in bronzo,
che lasciai cadere contro il legno. Si ud un colpetto lieve, attutito, tant' che dubitai che l'avessero
sentito da dentro, quindi bussai altre due volte col pugno e attesi.
Niente.
Non un fruscio, non uno scalpiccio, nessun indizio che qualcuno avesse preso la decisione di
venirmi ad aprire.
Forse i proprietari dormono, pensai convinto di trovarmi nella casa sbagliata, sempre che ce ne
fosse una giusta.
Presi a canticchiare tra me e me.
Jingle bells, jingle bells, jingle ali the way...
Incredibile come quell'innocua melodia mi si fosse subito infiltrata nella testa grazie a un testo
tanto accattivante.
...dashing through the snow, in a one borse open sleigh, o'er the...
Mi immobilizzai. Lo scampanellio nel mio cervello tacque di colpo. Che diavolo stavo
canticchiando?
Over the graves we go? 'Voliamo sulle tombe?'.
Mi domandai come mi fosse venuto in mente un testo cos morboso, e guardai di nuovo il testo
scorrevole finch non riapparve la strofa interessata:
...dashing through the snow
in a one borse open sleigh
o'er the fields we go...
Tutto a posto. Mmh.
Per un brevissimo momento avrei potuto giurare di aver letto quel testo adulterato sul pannello,
ma ormai non ve n'era pi traccia.
I miei occhi stanchi e lacrimosi dovevano avermi giocato un brutto scherzo. Niente di cui
sorprendersi se si considerava che negli ultimi giorni non avevo quasi dormito e le mie ore di veglia
erano dedite alla caccia di un folle, mentre io, a mia volta, ero in fuga.
...laughing ali the way
bells on bob tails ring...
Mi venne da ricominciare con la cantilena e mi chiesi se non fosse il caso di bussare una
seconda volta, quand'ecco che il testo si modific davanti ai miei occhi. Non vi erano pi dubbi.
...la chiave  nel trogolo
se la usi, sei morto...
Urlai, barcollai all'indietro e gridai ancora pi forte quando urtai la figura alle mie spalle che mi
aveva aspettato al buio.
40
L'hai visto? gridai in preda allo spavento ad Alina che, al contrario, si stava divertendo della
mia codardia.
A dire il vero continuo a chiedermi chi  fra noi due quello con gli occhi aperti ribatt
ridendo.
Scusami, ma.... Esitai perch non sapevo come fare a spiegarle quello che mi era appena
accaduto. Anche perch ora sulla scritta luminosa scorreva nuovamente il testo normale e innocuo della
canzoncina e non avrei saputo come provare a una veggente le mie stesse misteriose supposizioni.
Perch non sei rimasta l davanti? le sussurrai e guardai TomTom, che Alina aveva liberato
dal guinzaglio, ma che tuttavia restava vicinissimo alla sua padrona e si stava leccando via un po' di
neve dalle zampe.
Non avevo nessuna voglia di aspettare il signore al freddo per un'altra mezz'ora per essere poi
coinvolta in un interrogatorio.
Da Traunstein non  stato un....
In quel momento il mio sguardo fu catturato da un vaso per fiori rosso di ruggine che si trovava
capovolto sul prato, a pochi passi da Alina.
...la chiave  nel trogolo...
Mi inginocchiai e sollevai il vaso. Si stacc dal terreno gelato con uno schiocco rumoroso. Un
nugolo di piccoli scarafaggi, ai quali evidentemente avevo turbato la pace notturna, sguscio fuori
nell'oscurit. Poi trovai il piccolo astuccio nero di pelle finta. Era leggero, e dentro sentii solo una
chiave.
...la chiave  nel trogolo
se la usi...
Cosa c'?.
Lentamente, come sotto l'influsso di un sonnifero, mi diressi verso la porta, superando Alina.
Si aggrapp al mio braccio e mi preg di spiegarle cosa avevo trovato, quindi feci in modo di
esporle la cosa. Non so se abbia avuto dubbi sulle mie intuizioni, ma comunque non me lo fece capire.
Anzi, quando le raccontai della scritta sul nastro luminoso, parve eccitata dalla curiosit.
Vengo con te disse quando cap che avevo infilato la chiave nella serratura.
Solo per vedere se funziona. Certo, Zorbach, e ora ? Cosa fai ora che l'hai girata nella
serratura ?
No, tu rimani qui e chiami aiuto se fra cinque minuti non sono tornato le dissi, ben sapendo
che Alina non era certo il tipo di donna che si faceva dire da un uomo come e cosa fare. Una che pur
essendo cieca aveva imparato ad andare in bicicletta non aveva certo paura delle case buie.
Si ud un clic e la porta si apr quasi da sola.
...se la usi...
Ehi, c' qualcuno? urlai nell'oscurit che mi trovai davanti.
Nulla. Solo un pesante, impenetrabile, oscuro silenzio.
...sei morto...
E va bene pensai, e riaccesi il cellulare per usarlo in caso di emergenza. Poi entrai nell'atrio
seguito passo passo da Alina e TomTom.
Si tratta solo di un innocuo bungalow che una cieca ha visto nelle sue visioni. Cosa potr mai
succedermi di cos tremendo qui dentro?
39
(6 ore e 20 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Tobias Traunstein
Tobias non sapeva quanto a lungo avesse dormito. Non era neppure certo di averlo fatto, perch
quando si svegli nell'oscurit si sent stanco come mai prima in tutta la sua vita.
Aria, fu il suo primo pensiero, perch aveva la sensazione di soffocare. Poi colp qualcosa di
duro con il gomito.
Non  pi morbido, fu il secondo pensiero. Le pareti della sua prigione non erano pi cedevoli,
e ora era certo di trovarsi in una cassa.
Le mani toccarono il suolo duro e poco dopo sent il materiale che lo aveva avvolto fino a poco
prima. Somigliava al tessuto della sua giacca impermeabile per la pioggia o a dei jeans sui quali fosse
caduta della cera, come quella volta che gli era scivolata di mano la candela per la festa dell'Avvento. E
ai fianchi c'era un tessuto sottile ed elastico con una cerniera.
Ma un momento, forse era...
...una valigia? Ma s, ovvio. Lo avevano nascosto in uno di quei cosi con le ruote. Pap ne
usava uno simile quando viaggiava per lavoro. Solo che questo era pi grande e ci poteva stare il corpo
di un bambino.
Ma dove sono adesso? Prima ero nella maledetta valigia...
Okay.  solo un gioco. Jens e Kevin mi hanno nascosto da qualche parte, ma mi hanno anche
dato qualcosa per liberarmi.
La moneta.
Sebbene non riuscisse davvero a credere che uno dei suoi amici gli avesse infilato qualcosa in
bocca, non voleva pensare ad altre ipotesi. Meglio essere stato rapito dai suoi amici che da un estraneo.
Okay. La moneta  per la cerniera. Cosa c' ancora qui?
Forse un lucchetto, un accendino. O un telefono.
Gi, un telefono sarebbe fantastico.
Avrebbe potuto chiamare la polizia o la mamma o, al limite, anche il pap, ma era meglio di no
perch aveva troppo da fare e...
Un momento. Pap si era arrabbiato perch il suo cellulare era sparito. Aveva sgridato me e
Lea dicendo che lo avevamo rubato. Finch la mamma non glielo aveva riportato, perch lo aveva
trovato nella sua tasca.
Nella tasca esterna della sua valigia!
Ovvio. Le valigie hanno una tasca. Forse... ?
Tobias tir il trolley verso di s, tast le cerniere all'esterno e le apr una dopo l'altra. In una
piccola tasca laterale trov finalmente qualcosa.
Un cacciavite?
Incredulo prese il lungo attrezzo, tastando l'impugnatura di legno e il metallo fino alla punta
smussata. Solo allora cominci a piangere.
Come faccio a chiamare la mamma con un cacciavite rotto?
Questa volta erano lacrime di rabbia quelle che gli rigavano le guance. Fece l'errore di picchiare
con i pugni chiusi contro la parete di legno, che rimbomb a vuoto. Il dolore lo fece piangere ancora
pi forte.
Accidenti, Kevin, Jens... dove cavolo mi avete nascosto?
Tobias si soffi sulle nocche ferite, come faceva sempre sua madre quando lui tornava a casa
con qualche ammaccatura che si era procurato giocando. Si ricord il suo settimo compleanno. Dal
nonno aveva ricevuto il gioco pi idiota del mondo. Dopo aver scartato quell'odiosa bambola di legno
obesa, che all'altezza della pancia si poteva dividere in due parti, aveva chiesto al nonno se per caso
non fosse per Lea.
Ah, Lea. Perch non sei qui con me? E cosa diavolo devo farci con questo cacciavite senza
punta?
Devi aprire la bambola! risent la voce debole del nonno, e si ricord come aveva chiamato
quello stupido regalo. Una volta il nonno aveva raccontato qualcosa sulla Russia e su quelle matrioske,
che da qualche parte nell'Est avevano avuto successo, perch ognuno doveva svitare la propria bambola
e tirarne fuori sempre delle nuove.
Oddio, e adesso mi trovo anch'io dentro una bambolona di legno dipinto.
Ogni nascondiglio dal quale avrebbe potuto liberarsi sarebbe stato racchiuso in un altro
nascondiglio. Prima una valigia, ora un contenitore di legno.
E poi cos'altro?
Probabilmente una cassa ancora pi grande e buia e senz'aria.
Tobias toss e, quando si sollev, ebbe la sensazione di perdere l'equilibrio. Con questa cassa
pi ampia aveva solo guadagnato un po' di tempo.
E di aria. Ma stava diventando scarsa anche questa.
Gi la valigia era stata avvolta in una pellicola di plastica, che a malapena lui era riuscito a
strappare. E ora, dopo pochi respiri, sentiva di nuovo quel peso sul petto. E di nuovo vide le stelle,
sebbene, esattamente come prima, nessun accenno di luce trovasse strada in quell'oscurit.
Tobias si chiese per un attimo se davvero dovesse tentare il tutto per tutto e far entrare il prima
possibile dell'aria l dentro. E decise che non aveva scelta.
Con la sola forza della disperazione, cominci a colpire con il cacciavite spuntato la parete di
legno sempre nello stesso punto.
38
(6 ore e 18 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Quando avevo nove anni ed ero abbastanza grande per viaggiare nelle vie di Berlino con i
mezzi pubblici, mi tocc il compito di portare ogni domenica il pranzo a mia nonna. Lei non veniva
volentieri da noi perch mio padre, che a dire il vero le assomigliava molto, non le piaceva. Sopportava
anche me a malapena, e solo perch le portavo il suo cibo preferito: le polpette alla Knigsberg.
Credo che l'unica cosa che le piacesse veramente della nostra famiglia fosse il grande televisore
nel soggiorno dove ogni anno per Natale voleva riguardare II piccolo Lord, e dove ogni volta si
addormentava senza vedere mai una parte nuova.
Quando penso a lei, la ricordo con la bocca aperta e un filo di bava che le scivola sul mento
duro, mentre scorrono i titoli di coda. Non ne sono certo, ma penso che se ne sia andata senza aver mai
visto la fine del film, e sicuramente dall'aldil sta ancora imprecando contro il vecchio conte di
Dorincourt, di cui naturalmente si  persa la miracolosa redenzione. Le mie visite domenicali durarono
solo sei mesi, ovvero fino al giorno in cui scivol in cucina e fu costretta ad andare m un ospizio. Ma
quelle poche visite furono sufficienti per radicare in me la consapevolezza che la morte non  un essere
vivente; non  un uomo con la falce, come spesso la si dipinge nelle storie del terrore: la morte  un
odore.
Un odore complesso e penetrante che invade ogni cosa, mescolato al profumo di un detersivo
economico per pulire il bagno che a malapena copre il puzzo degli escrementi. Quando mia nonna mi
apriva la porta, venivo investito da questo "profumo mortale", come lo chiamavo allora. Sudore, urina,
liquore Vov e cibo riscaldato, il tutto mescolato al tanfo agrodolce dei capelli sporchi e unti e di
scoregge secche. Me lo immaginavo dentro un flacone con il simbolo del teschio fra le ossa incrociate.
Se quel concentrato fosse davvero esistito, pensavo mentre i miei occhi si abituavano lentamente
all'oscurit, allora qualcuno ne aveva rovesciata un'enorme quantit in quel bungalow.
Oh oh sbuff Alina. Sarebbe il caso di arieggiare un po', qui dentro.
Ehi, c' qualcuno? chiesi almeno per la quarta volta, senza ricevere risposta.
Il fatto che la forte luce esterna non penetrasse a causa delle fitte imposte mi provocava un
senso di oppressione. Riuscivo a orientarmi solo grazie ai raggi di luce che penetravano dalla porta
aperta alle mie spalle. Cercai sulla parete un interruttore, ma quando lo premetti non accadde nulla.
Cosa succede? chiese Alina, che si era avvicinata a me e con le mani tastava un tavolo da
cucina al centro della stanza. Non avrebbe dovuto accorgersi dell'oscurit dell'ambiente, quindi pensai
che fosse sorpresa dal freddo.
Non c' corrente qui dentro. Sicuramente non va neppure il riscaldamento.
Non mi riferivo a questo.
E a cosa?.
A questo sibilo. Non lo senti?.
Trattenni il fiato e girai la testa di lato, senza ben sapere da quale direzione Alina sentisse
provenire qualcosa, ma non udii nulla.
Sembra quasi il soffio di una bomboletta spray sussurr.
Anche TomTom aveva drizzato le orecchie, che di solito penzolavano rilassate, e camminava
attaccato al fianco di Alina verso il fondo della stanza, come a rincorrere l'oscurit.
Ero di nuovo sbalordito dalla sicurezza di Alina, dal modo in cui riusciva a muoversi in un
luogo sconosciuto.
Forse, quando i pericoli che il mondo dissemina davanti a noi non si vedono, si diventa pi
coraggiosi? mi chiesi. Probabilmente questo era l'unico vantaggio della sua menomazione. Ci che non
conosciamo non ci spaventa. E ci che non vediamo non esiste?
Il pavimento del soggiorno era ricoperto di legno o di un laminato posato male che faceva
scricchiolare leggermente gli stivali di Alina. Ora la seguivo pi con l'udito che con la vista. Inciampai
in qualcosa di troppo basso per essere un tavolo e troppo pesante per essere un vaso di fiori. Poteva
trattarsi di una statua, forse: una piccola scultura o quelle odiose immagini di cani di porcellana con la
bocca aperta che prendono polvere nelle case dei ricchi. Poi vidi la fioca lucina notturna che alla mia
destra indicava la strada verso un corridoio attiguo al soggiorno.
Santo cielo, il mio senso dell'orientamento non era sicuramente al meglio, riuscivo a perdermi
in un parcheggio vuoto, e ora questo!
Il bagliore giallognolo proveniva dall'altro capo del corridoio, come potei stabilire quando
lasciai alle mie spalle quel buco nero. Le mie pupille dovevano essere grandi come monete, e quindi la
debole e tremolante lucina notturna che proveniva dal battiscopa mi appariva come un faro alogeno.
Mi venne in mente Charlie, e mi si strinse lo stomaco.
Charlie. La pazza, affamata di sesso, schietta, selvatica, assassinata Charlie. Massacrata dal
pazzo che mi aveva scelto come attore involontario di quel gioco perverso, alla ricerca dei figli della
sua vittima. Anche nel luogo in cui ci eravamo conosciuti, il club Triebhaus, c'era una dark room, un
ambiente Privo di ogni fonte di luce con materassi in lattice in cui persone assolutamente sconosciute
potevano lasciarsi andare. Sesso anonimo con partner invisibili. Una variante del piacere che non mi
aveva mai coinvolto, a differenza di Charlie, che era cos disperata da voler provare ogni cosa nella
vita.
Una volta l'avevo seguita, ma ero uscito subito quando avevo sentito sul mio corpo mani
estranee alle quali non sapevo attribuire neppure il sesso. Questo accadeva nonostante nella dark room
non regnasse sempre l'oscurit, perch quando qualcuno spostava di lato la pesante tenda all'entrata,
una manciata di deboli fotoni si rovesciava sopra quell'intreccio di corpi, producendo una sorta di
chiarore diurno - lo stesso effetto generato in quell'istante dalla lucina diretta verso i piedi di Alina.
Era gi alla fine del corridoio, di fronte a una pesante porta tagliafuoco socchiusa. TomTom si
era posizionato direttamente davanti a lei, il corpo ritto che premeva contro le sue gambe e le impediva
di proseguire.
Aspetta le dissi e le passai davanti. Vidi subito che il retriever aveva un ottimo motivo per
non far proseguire la sua padroncina, visto che dietro la porta scendeva una ripida scala verso la cantina
del bungalow.
Lo senti? mi chiese sottovoce Alina, e per la prima volta potei notare una traccia di paura
anche nella sua voce. S!.
Solo che non lo udivo soltanto. Ne sentivo anche l'odore. Il sibilo costante della bombola spray
era diventato pi forte, mentre l'odore del profumo mortale si era fatto molto pi intenso.
TomTom avverte un pericolo disse Alina, inutilmente. Non c'era bisogno del fiuto di un
animale per capire che qui qualcosa non andava affatto.
No, ti sbagli. Qui non pu esserci niente. Stiamo solo inseguendo le allucinazioni di una cieca
esoterica.
Spinsi la porta.
Ovviamente conoscevo la storia degli idioti che a piedi scalzi erano scesi nella cantina della
morte, invece di scappare come gli gridava il pubblico al cinema. E perci per me era completamente
esclusa l'ipotesi di mettere un solo piede sul gradino di quella scala. Anche se ero invaso dalla pura
curiosit professionale. Anche se era possibile che solo pochi metri sotto di noi si trovasse il
nascondiglio del Collezionista di occhi, in cui Lea e Tobias ci aspettavano disperati.
L'istinto di TomTom era ragionevole. Non dovevamo metterci in pericolo. Mi era del tutto
chiaro. Almeno per i primi secondi. Ma poi udii quello spaventoso, disumanamente distorto rantolo,
che poteva provenire solo da qualcuno che aveva bisogno del mio aiuto ora, subito, e non fra mezz'ora.
Cazzo, che cos'era? chiese Alina con una nota in pi di paura nella voce.
L sotto qualcuno sta morendo, pensai e presi il telefono. Mandai un SMS a Stoya con le
indicazioni per raggiungere il luogo in cui mi trovavo.
Ma poi accadde qualcosa subito dopo che lo ebbi inviato ed ebbi raggiunto circa la met della
scala. Un rilevatore automatico fece accendere una luce. Proprio l in cantina, direttamente sotto il
soggiorno, divenne luminoso come in pieno giorno.
Sfortunatamente.
Quando le lucine tremolanti sparirono dai miei occhi, guardai gi verso la piccola stanza con le
pareti grezze, che a causa delle volte appariva come una cantina da vino. Dopo di che iniziai a tremare.
Come avrei rivoluto quel buio da cui ero appena uscito.
Cosa avrei dato perch quella scena mi fosse risparmiata.
37
Quando la luce penetra la nostra cornea, attraversa la pupilla e infine raggiunge i fotorecettori
sensibili della retina, si forma l un'immagine, almeno su una minuscola parte di quella pelle, la macula
lutea. Per essere precisi non viene prodotta un'unica immagine, perch alcuni muscoli fanno s che il
nostro occhio nell'osservare non sia mai fermo, ma in frazioni di secondo tasti l'oggetto, finch in
innumerevoli frammenti possa costruire un quadro d'insieme. Cos dai nervi parte un flusso di stimoli
che il nostro cervello rielabora confrontando i dati con quello che gi conosce. Pi esattamente, l'occhio
non  altro che lo strumento a distanza dei nostri sensi visivi del cervello, che non ci lascia mai
osservare la verit nuda, ma solo un'interpretazione di essa.
Tuttavia non esisteva alcun paragone per lo spettacolo che qui nella cantina mi martellava nella
testa con enorme violenza. Il mio cervello non aveva alcun ricordo a cui quella immagine spaventosa
potesse essere paragonata. Un orrore cos grande non l'avevo mai visto prima.
La donna sembrava un corpo esposto sul tavolo anatomico, con l'unica differenza che quel
corpo completamente sezionato era vivo. Inizialmente pensai che il sibilante respiratore artificiale
accanto al tavolo fosse il motivo per cui il busto squarciato si sollevava e abbassava. Ma purtroppo
(Dio mi perdoni per aver tanto desiderato che fosse morta), apri la bocca sotto la mascherina
dell'intubazione e rantol. Con temporaneamente rovesci gli occhi quando mi portai la mano alla
bocca.
Non pu essere vero. Non  reale. Si tratta di un 'illusione ottica. Stiamo solo inseguendo le
allucinazioni di una cieca...
Strinsi gli occhi ma non riuscii a cancellare quell'immagine orrenda. N il tavolo, n il
respiratore artificiale, n...
...il telefono? Cosa ci fa un telefono sul comodino da ospedale accanto a una donna morente?
Il sesso della vittima era riconoscibile soltanto dai capelli lunghi e dal seno, i cui capezzoli
erano scomparsi. Non era la bambina di nove anni rapita, date le dimensioni del corpo. Per il resto la
sua et non era definibile, anche perch le mancavano del tutto i denti e alcune dita delle mani e dei
piedi.
Cosa succede quaggi?. Alina interruppe i miei pensieri. Evidentemente aveva disobbedito a
TomTom e ora si trovava nel punto in cui avevo attivato il sensore, a met della scala. TomTom
l'aspettava un gradino davanti a lei, ansimando e tremando per la tensione.
Non ce la faccio gemetti soffocato, sforzandomi ancora di non contaminare il luogo con
movimenti sbagliati.
Non so cosa fare. Dio santissimo, non riesco a sopportare tutto questo.
L'immagine di quella donna, che altro non era che un'enorme ferita che respirava, non
scomparve neppure quando chiusi gli occhi per qualche secondo.
Era immobilizzata in un modo che non avevo mai visto: l'intero corpo era avvolto da una
pellicola trasparente, come se fosse stata un grosso pezzo di carne nel congelatore. Il pazzo
responsabile di quella perversione doveva aver risucchiato tutta l'aria sotto la pellicola, che aderiva
direttamente ai muscoli scoperti tra la pelle lacerata.
Quando compresi il motivo della pellicola, quasi mi strozzai. Era per i vicini. In modo che
puzzasse di meno mentre marciva viva.
Era assolutamente immobilizzata, come un alimento avvolto nella plastica trasparente.
Hai bisogno di aiuto? chiese Alina.
No, io....
Aiuto. S. Ovvio che avevo bisogno di aiuto.
Guardai il cellulare e sbuffai.
Logico. Siamo in cantina. Nessun segnale.
Anzi, peggio! Il segnale doveva essere stato perso gi all'ingresso, perch il telefono mostrava
ancora un messaggio in uscita. L'invio non era riuscito. Stoya non sapeva dove mi trovavo.
Bruscamente voltai le spalle a quell'orrore e tornai verso le scale.
Dobbiamo uscire da qui, chiamare subito i vigili....
Sbaaam!
Alina?.
Quasi gridai il suo nome, tanto mi aveva spaventato l'inaspettato suono alle sue spalle. Anche
lei tremava, non meno di TomTom.
Cosa  stato?.
No, ti prego. Fa' che non sia quello che penso...
Gi quando ero in cima alla scala avevo notato la corrente di aria fredda.
Maledizione!
Avevamo lasciato aperte tutte le porte, dall'ingresso fino al corridoio e alla porta della cantina.
Fuori il vento si era alzato. Ancora leggero, non di tempesta, ma abbastanza forte per produrre una
corrente che, soffiando attraverso la stanza...
Merda!.
Mi avventai sulla scala, passando davanti ad Alina e TomTom, e pieno di rabbia e disperazione
picchiai contro la porta che si era appena chiusa.
Prima tirai la maniglia, poi mi appoggiai con le spalle e spinsi, ma le mie ossa erano cedevoli
rispetto a quella superficie metallica che ci sbarrava l'uscita. Il cellulare che avevo in mano mostrava
che anche l, in cima alla scala, non c'era segnale, quindi tornai gi in cantina con Alina e TomTom.
Ma cosa fai? Vuoi spiegarmi che succede?.
Ignorai la sua domanda impaziente e corsi verso il telefono sul comodino per verificare che
fosse attivo.
Funzionava. Quel vecchio pezzo di antiquariato era collegato.
Aveva ancora il disco con i numeri, cosa che non vedevo almeno dagli anni Ottanta.
Come dalla nonna. Tutto  come dalla nonna. Non solo il profumo di morte.
C'era persino un lucchetto. Un relitto dei vecchi tempi in cui le telefonate costavano ancora
molto e gli apparecchi si potevano bloccare per evitare che venissero effettuate chiamate indesiderate.
Come si usava allora, anche in questo caso il piccolo lucchetto era fissato in modo che il disco potesse
comporre solo due cifre, l'uno e il due.
Ma mi bastava. Non avevo bisogno di altri numeri per chiamare aiuto.
Infilai l'indice nell'apertura del disco.
1... 1... 2.
L'antiquato strepitio del disco produsse un'inquietante eco con il respiratore artificiale accanto a
me. Trattenni il respiro e raccolsi tutte le mie forze per non guardare alla mia destra. Verso quel
cadavere vivente.
Squillava.
Una volta. Due volte.
Al terzo squillo piombammo all'improvviso nel buio.
36
(6 ore e 11 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Frank Lahmann (praticante)
Dove si trova?.
Thea Bergdorf era scivolata dietro a Frank. Il ragazzo si chiese da quanto tempo lo stesse
osservando.
So che lei ha avuto dei contatti con Zorbach, quindi non mi prenda per il culo!.
La postura con cui la caporedattrice stava davanti a lui faceva pensare a un portiere fermamente
deciso a proteggere la sua postazione anche sotto la minaccia di una violenza fisica. Thea Bergdorf
indossava quasi sempre stretti tailleur con pantaloni color crema che le stavano pi o meno come un
abito a maglia infeltrito su un buttafuori. Sembrava volesse sottolineare la scarsa importanza che dava
al suo aspetto esteriore.
Io ho fatto carriera non nonostante, ma grazie al mio culo grasso aveva spiegato una volta
agli imbarazzati dirigenti di una societ alla festa di Capodanno del suo giornale. Se fossi giovane,
carina e magra, sprecherei gran parte del mio tempo a fottere gli uomini sbagliati. Dunque era anche
dotata di un certo senso dello humour. Ma in quel momento Frank non riusciva a trovarne il minimo
segno, n nella sua espressione n nel suo tono dispotico.
Per l'ultima volta: dove si trova Zorbach in questo momento?.
Frank sbuff sfinito e si pass la mano tra i capelli. Mi ha pregato di non dirlo a nessuno.
Io sono un suo superiore, se per caso le  sfuggito.
Lo so, ma lui  il mio tutor.
Ah, e lei crede che questo la getti in un conflitto d'interessi o che cosa?. Atteggi le labbra a
un sorriso ironico. Eh gi, adesso la sciolgo io dai suoi conflitti. Lei  licenziato!. Si volt.
Cosa?. Frank balz dalla sedia di Zorbach e la rincorse. E perch?.
Lei non si volt neppure. Perch io non ammetto che i sottoposti trattengano notizie
importanti. L'avevo pregata di informarmi subito, se Zorbach l'avesse contattata. Lei lo ha ignorato. Ha
voluto giocare con le sue regole alla Rambo? Le  andata male.
Ma questo non ha senso grid Frank furioso. Se non lavoro pi per lei, non sapr pi nulla
da me.
Oh, non  pi a me che deve dire qualcosa. Finalmente si ferm, solo per indicare l'ingresso
del grande ufficio, le cui porte automatiche si erano appena aperte.
Due uomini entrarono nella redazione.
Thea rise in modo diabolico. Gli agenti hanno sicuramente metodi pi efficaci per farle dire la
verit.
35
(6 ore e 10 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
S, pronto?.
La voce allegra all'altro capo del telefono era veramente irritante, e il rumore in sottofondo dava
ancora meno l'impressione di un numero d'emergenza. Il mix di risate da ubriachi e canzoni stonate
dava pi l'idea di provenire da un bar con karaoke.
Abbassa il volume grid l'uomo a conferma dell'allegra festicciola intorno a lui, e di fatto
parve che qualcuno gli avesse dato retta, perch d'un tratto i bassi della musica furono attutiti.
Cazzo, ma parlo con il pronto intervento?.
Come? Ah s, certo. Il pronto intervento. Logico!. Da come storceva le vocali, stava ridendo
sguaiatamente. L'uomo era chiaramente ubriaco. Di sicuro non era quello che si sperava di trovare
chiamando un numero di emergenza.
Non aspettavo la chiamata cos presto, mi spiace.
Cos presto?
Mi sta prendendo in giro? urlai. Sono vicino a una donna che ha bisogno urgente di aiuto
e....
Mi bloccai. Qualcosa aveva cominciato a vibrare, e non era il respiratore artificiale.
Ah s, certo. Il gioco dell'assassino. Capisco. Aspetti un attimo.
Sentii che sfogliava delle pagine, poi sembr che stesse leggendo un testo preparato: Ti ho
avvisato. Non avresti dovuto sfidarmi, ma hai voluto giocare a ogni costo. Quindi bene. Andiamo
avanti. Queste sono le regole.
Le regole?.
La vibrazione era aumentata, e adesso era accompagnata da un suono che da lontano mi faceva
pensare a un aspirapolvere.
Cosa sta succedendo qui? Cosa diavolo ci sta capitando?
Ci sono sempre delle maledette regole in questo gioco, vecchio mio!.
Il tipo al telefono rutt piano e si scus.
Ma lei chi ? ruggii.
Ah, merda, l'ho sbagliato. Ragazzi, per cos, all'ultimo minuto... Normalmente ricevo le
istruzioni una settimana prima. E proprio oggi stiamo festeggiando una cosa e ho gi bevuto un paio di
bicchieri di troppo...  per questo che non ho afferrato subito, capisce?.
No, proprio no. Non capisco perch devo parlare con un idiota ubriaco dopo aver composto il
numero del pronto intervento per salvare una donna che sta marcendo, me e la mia accompagnatrice
cieca dalla cantina in cui siamo rinchiusi.
Ma di cosa sta parlando?.
Okay, mi arrendo, ma deve promettermi di non dirlo a nessuno, va bene? Prima lo facevo
spesso, per questo il mio numero  ancora su Internet. Ma in qualche modo questi giochi di ruolo hanno
cominciato ad annoiarmi sempre di pi. Ho accettato questa merda qui solo perch il tipo al telefono mi
ha promesso cento euro.
Gioco di ruolo?
Oddio, il Collezionista ha creato una linea con uno studente che  convinto di guadagnare un po'
di soldi con una caccia virtuale interattiva dando gli indizi ai giocatori che lo chiamano...
Ma qui non si tratta di un gioco. Se non per il Collezionista stesso.
E cosa le ha detto di fare l'uomo che le ha dato i soldi per rispondere al telefono?.
Devo solo leggere questa email.
Tossii, ed ebbi l'impressione che l'aria che stavo respirando fosse diventata pi asciutta.
Tu hai ancora quindici minuti d'aria lesse l'uomo. Il monotono rumore dell'aspirapolvere si
era trasformato in un costante rimbombo.  il tempo che impiegher la pompa ad aspirare l'aria dalla
cantina. Se non sei venuto da solo per risolvere il mistero, ti resta ancora meno. Ma di certo tu lo sai, un
gioco  un gioco. E non esiste gioco senza chance. Puoi fermare la pompa e vincere.
Fece una pausa, durante la quale si ud qualcuno in sottofondo gridare una frase oscena.
E poi?.
Non c' altro rise confuso.
Che significa che non c' altro?.
Come potevo fermare al buio quella maledetta pompa che avrebbe svuotato la nostra prigione,
se non sapevo neppure dove si trovava?
Ehi, amico, non gli dica che ho fatto una cazzata, okay? Ora devo chiudere.
La festicciola era di nuovo rumorosa. Evidentemente l'uomo aveva cambiato stanza e ora si
trovava in mezzo a una pista da ballo.
No, non chiuda. Adesso urlavo sia contro il frastuono di fondo che contro quello del motore
della pompa. Deve esserci ancora qualcosa.
No, vecchio mio. Davvero, qui non... un momento.
Si ferm, e io premetti il ricevitore pi forte sull'orecchio.
Che cagata. L'oggetto dell'email. Non l'avevo quasi considerato.
Cosa? chiesi nel modo pi tranquillo che potei in quel momento.
Rimani calmo. Respirai lentamente e a fondo.
Hai tutto il tempo, cercai di convincermi.
Sebbene anche Alina e TomTom abbiano bisogno dell'ossigeno e la cantina sia di pochi metri
cubici, dieci minuti sono un sacco di tempo per elaborare un piano.
Maledizione! Cosa c' scritto nell'oggetto?.
Sentii un ultimo stridio all'altro capo del telefono, poi l'uomo disse qualcosa che mi fece perdere
la ragione: Solo quattro parole, vecchio mio. C' scritto: "Pensa a tua madre".
34
Mia madre mor la mattina del 20 maggio nella nostra cucina, poco dopo che, mentre cucinava,
le era finita un po' di farina nel naso. La sua pi cara amica, Babsi, che per caso era passata a trovarla,
url alla guardia medica che doveva vedere il suo naso.
Si  tappata il naso!.
Babsi lo ripet almeno dodici volte. Quando sollevarono la mamma sulla barella, quando tra lo
stupore dei vicini la infilarono nell'ambulanza, e persino ai dottori del reparto intensivo a Virchow
aveva gridato: Ma perch si  tappata il naso?.
Per Babsi era chiaro che questo aveva creato una pressione al cervello da cui era partito
l'aneurisma. Solo molto pi tardi mi fu spiegato da un medico con lo sguardo stanco e i denti sporgenti
che se anche la mamma fosse riuscita a liberarsi il naso, non avrebbe evitato l'infarto.
L'emorragia al cervello  stata la probabile causa di quello starnuto. O  stato solamente un
puro caso che a sua madre si fosse infilato qualcosa nel naso proprio nel momento dell'aneurisma. In
ogni caso non  stata quella la causa dell'ictus.
Molto confortante. Mia madre quindi non dipende da una macchina perch ha stupidamente
starnutito troppo. Meno male. Era semplicemente il destino.
Oggi, a cinque anni e mezzo dalla disgrazia, giace nel reparto clinico di una casa di riposo
privata. La sua camera singola sembra uno show-room di apparecchi di medicina intensiva di alta
tecnologia. La terminologia medica precisa per definire il suo stato  sindrome apallica. Stato
vegetativo. Quando andavo a trovarla, avrei voluto strappare la cartellina ai piedi del suo letto,
cancellare la diagnosi e scrivere "deceduta". Perch quello era per me: morta.
Poteva anche essere vero che mia madre ogni tanto fosse in grado di avere fasi di veglia e sonno
e che gli organi, grazie alla somministrazione di medicine, fleboclisi, tubi e apparecchi, facessero
ancora il loro dovere. Per i medici e le infermiere questa poteva anche essere definita vita. Ma per me
mia madre era morta il 20 maggio di pi di cinque anni prima nella nostra cucina.
E sapevo che lei avrebbe pensato la stessa cosa, se il suo cervello fosse stato ancora in grado di
formulare un solo pensiero lucido.
Prometti che non lascerai che io duri tanto!.
Mi aveva quasi aggredito quella volta in cui tornavamo dalla casa di cura. Eravamo andati a
trovare la nonna e quel giorno era stato ancora pi spaventoso del solito. Nel refettorio la nonna si era
sporcata di escrementi (guarda cosa ho fatto) e poi aveva cercato di mangiare i propri capelli.
Quando ci fecero andare da lei, volava gi nel settimo cielo farmacologico e sbavava come un tempo,
quando si addormentava davanti al televisore.
Mio Dio, non voglio fare quella fine aveva piagnucolato la mamma in auto e si era fermata a
destra. Poi mi aveva costretto a farle la promessa, troppo grande per me, di non abbandonarla mai in
una situazione in cui non fosse pi in grado di intendere e volere.
Preferisco che stacchino le apparecchiature. Aveva preso la mia mano, mi aveva fissato negli
occhi e aveva ripetuto: Giuramelo, Alex: se mai dovessi avere un incidente che mi riduca a uno stato
vegetativo, come la nonna, voglio che tentiate di tutto perch non faccia la sua fine, hai capito?.
Preferisco che stacchino le apparecchiature.
Se almeno avesse scritto un testamento biologico. O se fosse stato ancora vivo mio padre, per
prendere la decisione al mio posto. Se avessi anche solo trovato il coraggio di soddisfare le sue ultime
volont.
Solo una volta ci avevo provato, quando ero andato alla casa di cura con la ferma intenzione di
staccare la corrente al respiratore artificiale, ma avevo fallito miseramente. Dopo la tragedia sul ponte
non avevo pi la forza di togliere la vita a un altro essere vivente. E cos era colpa mia se mia madre,
quella donna un tempo piena di forza, di voglia di vivere e cos emancipata che non si lasciava neppure
levare il cappotto da un cameriere, oggi era alla merc dell'umore di un team sottopagato di personale
ospedaliero, senza il cui aiuto non poteva neppure gestire le sue necessit primarie.
Non l'avrebbe mai voluto. Avrebbe preferito la morte, me lo aveva detto chiaramente, ma quel
giorno non ero riuscito a ucciderla.
E pareva che il Collezionista lo sapesse.
Pensa a tua madre.
Doveva conoscermi bene. Sembrava sapere che avevo fissato per alcuni secondi l'interruttore
del suo apparecchio per la respirazione artificiale, consapevole del fatto che un mio gesto avrebbe posto
fine a tutte le sofferenze di mia madre e mi sarebbe costato un processo per eutanasia illegale.
Sapeva che ero troppo debole. Che con quello sparo ad Angelique avevo usato tutto il coraggio
che possedevo, e ora non ne avevo pi per uccidere un'altra persona, nemmeno sapendo che la morte
avrebbe posto fine alle sue pene e che quelle erano le sue volont.
Per questo il Collezionista mi aveva spedito qui sotto vanti a un compito per me impossibile.
Un gioco  un gioco. E non esiste gioco senza chance.
Non mi aveva esortato a cercare la pompa che aspirava l'aria. Se volevo salvare la mia vita e
quella di Alina, dovevo staccare un'altra macchina: quella che a un solo passo da me teneva in vita la
donna torturata.
Puoi fermare la pompa e vincere!
Ma certo, il respiratore artificiale vicino al letto di quella sconosciuta!
Urlai il mio indirizzo allo studente al telefono e lo pregai di cercare aiuto. Le parole mi si
accavallarono in bocca quando tentai di spiegargli che non si trattava di un gioco, ma che la nostra vita
era in pericolo. Ma lui rise e disse solo: S, s. Il tipo mi aveva gi avvisato che lei avrebbe sparato una
stronzata del genere. Poi chiuse la comunicazione.
Premetti la forcella, rifeci il 112, chiusi nuovamente e aspettai un segnale. Inutilmente.
Non mi era concessa una seconda telefonata.
Il vecchio telefono non era pi collegato.
33
(6 ore e 4 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Frank Lahmann (praticante)
Sono tutte stronzate! disse l'agente seduto vicino a lui. Vuoi dirmi che con l'aiuto di una
testimone cieca sta cercando un tipo che ha parcheggiato in divieto di sosta? E dovrei credere a questa
cazzata?.
Il grosso sedere del commissario seppelliva sotto di s l'angolo del robusto tavolo di vetro, alla
cui estremit l'avevano fatto sedere. Frank immaginava che Thea lo aspettasse fuori, davanti alla sala
riunioni della redazione, o forse stava persino origliando alla porta. Sarebbe andata volentieri con loro,
ma l'altro poliziotto si era dimostrato contrario. Non era soltanto magro, ma anche vestito in modo
ragionevole, eppure non sembrava meno meschino del suo grossolano collega. Occhiaie scure, pelle
squamosa, occhi arrossati: Frank conosceva bene quei segni di enorme stanchezza. Una cosa del genere
capitava quando il tempo ti era contro e dormire diventava un lusso che non potevi permetterti. Nei loro
volti Frank riconobbe persino i segni delle sostanze che prendevano contro lo stress. Il tipo che
chiamavano Scholle affogava il bisogno di sonno tra caff e Red Bull. Il suo magro superiore
benvestito usava sostanze pi forti. Le sue pupille enormi parlavano chiaro sul fatto che tirava - come
Kowalla, il cocainomane della redazione sportiva.
Verifichi quelle informazioni lo preg Frank. Forse Zorbach ha ragione e il tipo con la
multa  quello che state cercando.
Frank diede loro ancora una volta l'indirizzo nella Brunnenstrae, quello in cui l'uomo che
secondo Zorbach era il Collezionista aveva parcheggiato nel posto riservato agli invalidi.
Lo verifichi. Cosa avete da perdere?.
Tempo rispose il tipo che si era presentato come Philipp Stoya. L'ultimatum corre e io non
ho intenzione di ritrovarmi fra le braccia un altro bambino morto solo perch ho perso tempo a
verificare le infrazioni stradali!.
Le labbra di Stoya tremarono quando cerc di sopprimere uno sbadiglio. Poi afferr rabbioso un
fazzoletto dai pantaloni, appena in tempo prima di starnutire pi volte. Dalla narice destra scendeva un
sottile rivolo di sangue. Il commissario sembrava essersene accorto, perch si scus e usc velocemente
dalla stanza.
Fantastico. Lasciami pure qua da solo con Rambo, pens Frank e si sent nervoso.
Scholle gli sorrideva. Nient'altro. Se ne stava semplicemente seduto sull'angolo del tavolo,
dondolava il piede destro come al ritmo di un ballo e sorrideva. Apertamente. Cordialmente. Senza
cattiveria. Lo guardava come un vecchio amico. E non diceva nulla.
Frank abbass lo sguardo e riflett.
Dovrei dargli l'indirizzo?
Zorbach lo aveva pregato di non farlo prima che gli avesse dato il suo okay telefonico. Ma
erano gi pi di dieci minuti che non si faceva vivo. E quando aveva cercato di chiamarlo, prima che
gli agenti lo prelevassero, era risultato irraggiungibile.
Il numero da lei selezionato non  al momento raggiungibile.
Non  stato Zorbach disse almeno per la terza volta durante il breve interrogatorio.
Perderete ancora pi tempo dando la caccia al mio capo che verificando quella multa.
Nessuna reazione. Scholle continuava a sorridere.
Merda.
Frank intuiva il significato di quella mimica. Conosceva certi tipi. Anche se l al giornale, a
causa del suo aspetto giovanile e della sua scarsa esperienza, veniva trattato come un pivello, era in
grado di soppesare l'atteggiamento delle persone abituate a ottenere sempre quello che volevano. Le
conosceva perch somigliavano molto a suo padre. Scholle doveva essere un ottimo padre di famiglia
in privato, di quelli che durante la festa in giardino ti danno la bistecca pi grande dal barbecue, mentre
girano con il loro bambino in braccio. Certo, quando poi al lavoro il gioco si faceva duro, impegnava
tutta la sua forza per risolvere la questione. Per questo, forse, suonava il secondo violino.
Probabilmente gli mancavano la pazienza e la sensibilit, e non conosceva affatto una strategia
interrogatoria "sottile", al contrario del suo partner cocainomane.
Fino a quando Zorbach non gli aveva dato una possibilit alla redazione, Frank era sempre stato
un outsider. Qualcuno che non era mai stato al centro dell'azione, ma solo ai margini. La miglior
posizione se si vuole osservare l'umanit. Fin dall'infanzia aveva elaborato una grande capacit di
empatia. Perci sapeva che il sorriso di Scholle era tutt'altro che messaggero di pace. Era piuttosto il
preavviso di qualcosa di molto, molto spiacevole.
E non si sbagliava.
Con un movimento agile che non avrebbe mai attribuito all'agente sovrappeso, Scholle era
balzato alle sue spalle. Frank sent una scossa al collo, come se un nervo si fosse attorcigliato. Poi il
dolore lancinante si spost alla colonna vertebrale sino ai lombi.
Fine dei giochi!. Scholle gli premeva il gomito direttamente sotto il mento e stringeva sempre
di pi. Il tuo amico ha perso il portafoglio nel luogo del delitto.  persino tornato l per aggredire
Traunstein.
Le vertebre cervicali di Frank scricchiolarono. Arrancava con le braccia e cerc di puntare i
piedi, ma il suo busto era come imprigionato nel cemento.
Conosce i fatti e sta fuggendo.
 un pazzo.
Quindi non venirmi a raccontare che cerchiamo l'uomo sbagliato.
Questo stronzo  matto e vuole ammazzarmi.
Pu darsi che io finisca in un procedimento disciplinare. Pu anche darsi che la tortura sia
vietata in Germania. Ma sai una cosa?. Scholle tir verso l'alto la testa di Frank in modo che il suo
sguardo cadesse per forza di cose sul grande orologio appeso all'altra parete della stanza.
Non me ne frega un cazzo, quando si tratta di bambini. Il tempo ci sta sfuggendo e preferisco
spedirti al Pronto Soccorso che lasciare morire un altro ragazzino per colpa tua, schifoso segaiolo!.
Sollevato, Frank si rese conto che poteva ancora respirare nonostante la pressione sulla sua
gola, quindi cerc nuovamente di liberarsi dalla presa. Ma poi si blocc. Divenne assolutamente calmo.
Non si mosse pi di un millimetro. Sapeva, anche senza provarlo, quale dolore si sarebbe scatenato non
appena avesse mosso la testa di lato, anche solo di pochi gradi.
Sai come prendo gli appunti nei casi difficili?.
Frank non aveva neppure il coraggio di annuire. Il suo polso era accelerato e ora sudava in tutto
il corpo.
Avrebbe voluto dire "lei  un pervertito", ma prefer non rischiare di far arrabbiare Scholle
ulteriormente. Non voleva che infilasse ancora pi a fondo quella cosa appuntita che sentiva all'interno
dell'orecchio.
Con una matita disse l'agente, ridendo. Porto sempre con me una lunga matita appuntita.
Il respiro caldo e umido di Scholle scendeva sulla nuca sudata di Frank, facendogli accapponare
la pelle.
Okay, okay. Dico tutto sbott Frank.
Ah s?. La presa non si allent affatto. La matita spingeva fastidiosa come un cotton fioc
infilato troppo in profondit.
Io penso che tu voglia solo farmi smettere. Sai qual  la differenza fra me e il mio socio?.
Di nuovo Frank non pot annuire senza correre il rischio di lasciarci la pelle.
Anche Stoya  sfinito. Ma al contrario di me non  sicuro del fatto che il tuo capo sia davvero
lo stronzo che cerchiamo. Forse Zorbach si lascerebbe arrestare convinto da una piccola minaccia...
Ma sarebbe rilasciato poco dopo, quando verr fuori l'intimidazione.
Frank cominci a non respirare dalla paura.
Al contrario, io voglio essere sicuro che tu sappia cosa succede se ora mi racconti delle
stronzate disse Scholle, e strinse la mano sulla matita per spingerla con pi forza.
32
(6 ore e 2 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alina Gregoriev
Non posso farlo!.
Cosa non puoi fare? Per favore, vuoi spiegarmi cosa sta succedendo?.
Appena entrata nella cantina, Alina aveva notato quell'eco sorda e breve. Le sue parole
risuonavano leggermente quando si riflettevano sulle pareti. Da questo capiva che la stanza in cui erano
rinchiusi non poteva essere grande. Inoltre aveva picchiato la testa scendendo le scale. Quindi si
trovava in una cantina bassa e rocciosa, in cui poco prima era sparita la luce. Il velo sottile che fino a
poco prima aveva percepito grazi ai resti della sua sensibilit visiva adesso era scomparso, cos come
l'ossigeno che le occorreva per respirare.
Da quando Zorbach aveva telefonato, sembrava che l'aria l sotto fosse divenuta sempre meno, e
un peso crescente le opprimeva i polmoni.
Qui c' una donna ammalata lo sent gemere. Parlava senza fiato, la voce era disperata. E io
devo ucciderla, se vogliamo uscire da qui.
Da quando era entrata, respirava solo attraverso la bocca per non sentire quel puzzo nauseante.
In quel momento per quell'odore rancido e dolciastro di cibo avariato era l'ultimo dei suoi problemi.
Era rinchiusa in una stanza che non conosceva, udiva rumori spaventosi, non poteva respirare e
sembrava che Zorbach avesse perso la ragione.
Fermati, no, non avvicinarti! le intim l'uomo quando si spost verso di lui. Normalmente
anche su un terreno sconosciuto riusciva ad avere un minimo senso dell'orientamento. Non era molto
sviluppato e non sempre funzionava, ma di quando in quando sentiva se qualcosa era sulla sua strada,
per esempio poco prima che urtasse un grande oggetto cambiava la resistenza dell'aria. Ma l sotto, in
quell'ambiente freddo e ruggente, non era possibile.
Troppi stimoli. I miei sensi sono sotto stress.
Udiva quel sibilo inquietante, il rumore del risucchio della pompa, sentiva la puzza e percepiva
il panico nella voce di Zorbach. Non c'era da meravigliarsi se si era avvicinata a lui e con un
movimento goffo aveva picchiato contro... contro...
Gi, contro cosa?
La pellicola di plastica sotto le sue mani era piena, come se stesse tastando un pezzo di carne
avvolto nel cellophane.
Che cos' questo? chiese, ma prima di posare entrambe le mani per tastare quell'involucro
caldo, Zorbach la strapp via.
No. Non toccarla.
Toccarla?
Ma di chi parli?.
Zorbach si arrabbi. Ti ho appena detto che qui c' una donna. Una delle sue vittime. Credimi,
non vorresti sapere di pi.
No, credo che tu abbia ragione. Probabilmente non voglio saperlo davvero...
Ma tuttavia lo scopr. Non da Zorbach, che continuava a tenerle entrambe le braccia per
proteggerla dall'immagine che lui invece aveva dovuto sopportare per tutto quel tempo.
Alina scopr la verit quando si spost e Zorbach non riusc pi a trattenerle le mani. Le sue dita
poterono percepire l'immagine della sofferenza molto meglio di quanto avrebbero potuto descriverla le
parole. Davanti a lei, sotto quella pellicola sottile, giaceva una ferita aperta e calda. Palpava i muscoli
scoperti, la carne, i tendini e, in alcuni punti, perfino le ossa nude.
Fascite necrotizzante, fu il tremendo verdetto che espresse il suo cervello.
Conosceva quella malattia di natura batterica che faceva letteralmente imputridire un corpo
vivo. Chiunque fosse l'essere che giaceva davanti a lei, stava sopportando delle sofferenze infinite,
confrontabili solo con quelle di un paziente in terapia intensiva completamente ricoperto di piaghe da
decubito non curate. Una volta aveva curato un uomo d'affari che aveva superato quella malattia
terribile e che attraverso la fisioterapia doveva riabituarsi a compiere i normali movimenti di
deambulazione. Sono letteralmente scoppiato le aveva raccontato il paziente, che era stato infettato
in un ospedale. Subito tutto si  gonfiato, diventando bollente, poi la pelle ha cominciato a strapparsi e
a marcire, mentre io ero scosso dai crampi della febbre!. Parecchie operazioni e un'infinit di
antibiotici gli avevano salvato la vita. Provvedimenti che per quella donna morente sarebbero stati
sicuramente tardivi, anche se la malattia non fosse stata quella.
Forse non  stata neanche infettata. Probabilmente sta marcendo solo perch  avvolta nella
pellicola e non pu muoversi.
Chi ? chiese Alina e le venne da tossire. L'aria l sotto era gi satura di biossido di carbonio.
Non ne ho idea. So solo che quel pezzo di merda deve aver collegato in qualche modo il
generatore al respiratore artificiale. Se lo stacco, la luce torner e la porta si sbloccher, credo.
Anche Zorbach ansimava, come se volesse imitare TomTom.
Ma non posso farlo. Neppure con mia madre ci sono riuscito!.
Alina annu. Non capiva cosa volesse dire, ma non era il momento di fare domande sulla storia
della sua famiglia.
Quanto tempo abbiamo ancora? chiese e tocc con cautela il braccio della donna.
Non ne ho idea. Cinque minuti. Forse meno.
Le dita di Alina sfiorarono una cartilagine, una parte di pelle putrida. Poi vagarono caute verso
l'alto.
Credo che in questo modo la libereremmo dalle sue sofferenze. Forse ci pregherebbe di farlo,
se potesse ancora parlare!.
Alina cap che Zorbach stava piangendo, e anche lei sentiva le lacrime salire.
Probabilmente. Forse. Di certo, se quello che provava fosse stato doloroso anche solo la met di
ci che con il suo senso tattile poteva presupporre...
Ma "forse" e "probabilmente" e "se" non bastavano a sacrificare un'innocente per salvare se
stessi. Non poteva giudicare Zorbach. Ma sapeva che lei stessa non avrebbe mai trovato la forza di
staccare le macchine a un essere vivente.
Perlomeno non finch restava ancora un po' d'aria.
Un po' d'aria.
Cinque minuti. Forse meno.
31
Squadra speciale d'azione
Quattordici minuti e quarantatr secondi dopo la resa del praticante di Zorbach, la squadra
d'azione di sette unit aveva lasciato la centrale per raggiungere l'indirizzo che il testimone Frank
Lahmann aveva dato agli agenti.
Il briefing dur altri cinque minuti e fu tenuto dal comandante della squadra durante il viaggio
in camionetta.
Quando, undici minuti e tredici secondi dopo, quegli uomini completamente equipaggiati di
busto antiproiettile, casco in titanio e armi da fuoco ebbero preso posizione davanti al bungalow, tre
mezzi d'intervento della polizia e due ambulanze si trovavano gi sul posto.
Mentre i due medici discutevano sul motivo per cui fossero stati chiamati entrambi, il vicino fu
avvisato di sgombrare la propria casa.
In quello stesso momento i due investigatori che seguivano il caso del Collezionista di occhi,
Philipp Stoya e Mike Scholokowsky, giunsero sul luogo.
Lasciarono nel bagagliaio la fotocamera a infrarossi il cui scanner avrebbe dovuto individuare
la presenza di persone all'interno della casa: l'illuminazione natalizia, infatti, rendeva le immagini
inutilizzabili. Il comandante impieg quindici secondi per decidere se accendere i fari, ma poi decise di
non farlo, per evitare che il o gli assassini all'interno della casa si accorgessero dell'attacco che stava
per iniziare.
Poich il rischio risiedeva in un intervento tardivo, il piano prevedeva di sfondare la porta senza
preavviso e assicurarsi di avere il controllo delle stanze dell'edificio a un piano. Ma l'intrusione con la
violenza non fu necessaria, in quanto la porta era aperta.
Dopo meno di quattordici secondi fu stabilito che al piano terra non c'era nessuno. Quindi fu
necessario sfondare la porta sbarrata della cantina.
All'1.07, la squadra d'attacco distrusse la serratura della pesante porta tagliafuoco, e due uomini
piombarono gi per la scala riparati da scudi protettivi.
A quel punto erano gi passati trentadue minuti da quando Frank Lahmann aveva rivelato il
luogo in cui si trovava il sospettato.
Tutte queste informazioni di carattere temporale erano dettagliatamente esplicitate sul verbale
d'inchiesta che il comandante compil prima di mettersi in malattia per una settimana. Nel verbale non
erano stati trascritti i terribili secondi in cui gli agenti erano rimasti paralizzati davanti all'orrenda
immagine che gli si present in cantina. I secondi in cui alcuni fra gli uomini pi duri di Berlino
rimasero traumatizzati, perch uno "schifo raccapricciante" come quello (prima risposta che diedero
alla ricetrasmittente alla domanda "cosa c' l sotto?") non l'avevano mai visto in vita loro.
Alla fine i medici delle ambulanze furono grati di non essersi trovati da soli. Nessuno dei due si
vergogn delle proprie lacrime quando cap che l sotto ogni tipo di soccorso medico era arrivato
troppo tardi.
Pi cieco del cieco  il pauroso,
trema di speranza, lui non  il cattivo,
 un cos gentile ospite
 disarmato, ah, la pigrizia della paura,
la speranza per il meglio...
Fino a che non  troppo tardi.
MAX FRISCH, Omobono e gli incendiari
30
La nebbia si spingeva dal lago verso la campagna creando un favoloso mondo incantato. I
canneti, le conifere e gli alberi decidui, come anche i pali con i sedili per la caccia, sembravano avvolti
nella seta, dal sottobosco fino alla cima. Una seta grigia e sporca, che odorava di muschio e corteccia
umida e lasciava uno strato sottile sulla pelle. A causa del freddo delle ultime ore, era difficile fare caso
a questo spettacolo della natura alle porte della citt. Chi vagava all'una e mezza di notte attraverso il
Grunewald? Nella zona abitata circostante, la nebbia che si alzava dal suolo si era volatilizzata e ora era
rimasta solo una specie di odore di fumo. Ma vicino all'acqua, l dove tutto ha origine, la coltre di
nuvole sembrava essere atterrata al suolo. Solo in alcune ore, dopo l'alba, i vapori sarebbero stati
chiaramente visibili. Fino ad allora la parete che si nutre di minuscole goccioline sarebbe stata soltanto
un presentimento; un'ombra scura davanti alle finestre sporche della vecchia casa galleggiante, dietro la
quale mi trovavo con il cellulare in mano.
Scusami, lo so che  molto tardi, ma vorrei tanto potergli parlare!.
Ah, Zorro sbuff Nicci. La tosse si  calmata solo mezz'ora fa e sono cos felice che
finalmente Julian si sia addormentato.
Certo, lo so mormorai triste. Era un miracolo che fosse rimasta cos calma, sebbene l'avessi
svegliata nel cuore della notte. Ma sono sicuro che nella mia situazione avrebbe fatto la stessa cosa.
Quando uno  sfuggito per un pelo a una morte certa, ha bisogno di sentire la vicinanza della propria
famiglia, indipendentemente dal periodo di disfacimento in cui potrebbe trovarsi.
Provai a convincerla a salire di sopra per verificare se Julian si fosse svegliato con il suono del
telefono, ma si rivel inutile.
Ah, accidenti.
Nicci aveva allontanato il ricevitore dalla bocca, tuttavia potevo sentire che stava brontolando a
nostro figlio perch era sceso dalle scale a piedi nudi.
Vuoi proprio morire!.
A causa della sua paura dell'inquinamento elettronico, Nicci non tollerava nessun apparecchio
telefonico wireless in casa. Pregai Dio che non rispedisse Julian di sopra.
Sentii un fruscio nella linea, poi parlai con l'essere che amavo di pi al mondo.
Ehi, piccolo, happy birthday.
Grazie, papi. La voce di Julian era addormentata ma felice. Un miscuglio che in quel
momento era difficile mandar gi.
Mi dispiace di averti svegliato. Volevo solo....
Julian sfrutt la mia pausa per interrompermi gioioso.
La mamma oggi ha appeso ancora qualcosa alla corda.
Strinsi ancora di pi il cellulare e lottai contro le lacrime.
La corda. Prima era uno dei miei compiti, fissarla al corrimano delle scale che conducevano al
primo piano. Durante l'anno io e Nicci accumulavamo delle piccole cose che sarebbero piaciute a
Julian. Figurine per un album, un audiolibro, un nuovo astuccio, ma anche regali grandi come l'iPod o,
lo scorso anno, la PlayStation. Tutte queste sorprese ora erano impacchettate singolarmente e appese a
quella corda per il compleanno, mescolate a dolci e frutta, e Julian doveva aprirne una ogni mattina, dal
primo giorno dell'Avvento. La pi grande era per il giorno del compleanno. L'ultima era per Natale.
Anch'io oggi verr a casa e appender ancora qualcosa promisi.
Davvero? Me lo hai comprato?. Era cos felice che mi si spezz il cuore.
Quell'anno sulla sua lista dei desideri c'era un orologio digitale infrangibile con la radio
incorporata. Ma ovviamente non avevo avuto tempo per cercarlo.
Quando me lo dai?.
Non appena avrai fatto la nanna, piccolo!.
Chiusi gli occhi, prima che una lacrima potesse sgattaiolare fra le ciglia.
Pi diventiamo vecchi, pi la nostra vita poggia su promesse non mantenute. Certo, c' sempre
una buona ragione per cui uno non pu accompagnare il piccolo il primo giorno di scuola o manca la
sera della festa genitori-figli, oppure per cui durante le vacanze spedisce la famiglia in spiaggia e
rimane ad attendere una email in albergo. Dio ha sicuramente riflettuto, quando ha dato all'uomo la
consapevolezza della mortalit, creando poi il paradiso sulla terra. Un mondo pieno di gente che sa
della caducit della propria vita e dunque user in modo sensato il breve tempo che gli  concesso.
Tutt'altro. La maggior parte degli uomini che conosco sanno molto bene che nella vita gli si
presenteranno ogni giorno nuove occasioni per sprecare il loro tempo guadagnando denaro. Ma che
hanno un'unica possibilit di festeggiare l'undicesimo compleanno del loro bambino. Una possibilit
che stavo appunto perdendo.
Alle sette? mi chiese. Era l'ultimo orario possibile per la colazione, se non voleva fare tardi
alla prima ora, anche se dubitavo che Nicci lo avrebbe mandato a scuola in quello stato.
Ci sar gli promisi e sentii che dicevo sul serio. Alle sette. Parola d'onore. E perdonami se
stasera non ero l con te mentre stavi cos male, okay?.
Non preoccuparti rise. La mamma mi ha detto che stai dando la caccia all'uomo che rapisce
i bambini.
Ah s? Te lo ha detto?
Va bene cos. Quello  pi importante, adesso.
Ero completamente perplesso e cercavo le parole. Prima che potessi chiedergli cos'altro gli
aveva raccontato su di me la mamma, Julian riprese a tossire all'improvviso. Dopo un secondo Nicci
era al telefono.  meglio se lo riporto a letto.
Grazie.
Di che? Sono sua madre.
Intendevo per quello che gli hai raccontato. So che non capisci il mio lavoro, cosa che ha
certamente influito sul fatto che ora fra noi si  aperta una crepa simile. Ma ti sono davvero
riconoscente per non averlo messo anche fra me e Julian.
Silenzio. Per un po' sentivo solo il fruscio del fogliame davanti alla barca e lo schioccare della
legna di betulla nel camino, poi Nicci tir su col naso. Dio mio, Zorro, mi dispiace cos tanto.
Anche a me le assicurai. Poi aggiunsi un'altra promessa sulla montagna dei miei propositi
mancati. Ho detto a Julian che passer alle sette. Che ne dici se facciamo colazione insieme?.
Okay.
Facciamo una vera colazione di buon compleanno, come un tempo. Ti ricordi quando portai
Julian di sotto ancora addormentato e si svegli davanti alle candeline della sua torta?.
Tir ancora su con il naso e capii che quel momento di riavvicinamento fra noi non doveva
essere rovinato da altre chiacchiere, quindi la salutai.
A domani disse e poi, poco prima di chiudere, colp: Non dimentichi gioved, vero?.
Quattro parole. Quattro coltellate nella bolla della mia speranza.
Gioved.
Il colloquio preliminare per la separazione.
No risposi, e mi sentii come quel povero idiota che in effetti ero. Ci sar. Con il mio
avvocato.
29
(6 ore e 36 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Per prima cosa sentii la sua mano sulla spalla. Poi il respiro con cui le sue parole colpirono il
mio collo.
Posso fare una domanda?.
Alina si trovava dietro di me. Cos vicina che non avrei potuto voltarmi senza toccarla. Ma in
quel momento non volevo che accadesse. Volevo solo restare a guardare fuori dalla finestra e fissare
l'oscurit del bosco, che si adattava cos bene al mio stato d'animo di quel momento.
Forse risposi, e verificai di aver chiuso bene la chiamata con Nicci. Nel mio telefono c'era
una SIM anonima prepagata, normale dotazione di un reporter di cronaca, tuttavia temevo che Stoya
potesse localizzarmi ugualmente. Decisi che a quel punto mi era indifferente. In quel momento
comunque non sapevo molto altro e l'opzione di trascorrere la notte in custodia preventiva non
sembrava pi cos terribile, dopo tutto quello che ci era capitato.
Quello che abbiamo vissuto... disse Alina sottovoce.
Nella cantina.
Cosa... cosa  stato?.
Non risposi. Sebbene capissi cosa intendeva.
Alina era letteralmente venuta a contatto con il male. Il Collezionista aveva avvolto
ermeticamente la sua vittima con la pellicola avviando il processo di putrefazione sul corpo vivo. Poi
per prolungare le sofferenze della sconosciuta, aveva intenzionalmente impedito la sua morte; le aveva
messo un catetere e altri tubi con i quali le sostanze medicinali per la sopravvivenza erano garantite, e
in pi le aveva fornito la respirazione artificiale.
Mi voltai verso Alina e la guardai. Il fatto che dopo la nostra fuga avesse sempre tenuto le
palpebre chiuse mi parve un segnale chiaro. Voleva isolarsi. Voleva coprire definitivamente la visuale
su un mondo in cui c'erano psicopatici perversi che esigevano dei sacrifici umani.
Ci saresti riuscito? mi chiese dopo un po'.
Riuscito a fare cosa? A staccare l'interruttore? A fermare il respiratore artificiale, in modo che
tornasse la luce e la porta si aprisse? A uccidere quella donna per poter vivere noi due?
Non lo so le risposi con sincerit.
Naturalmente nulla poteva pi aiutare quella povera donna. Lo sapevo. Come per mia madre, le
cure intensive non avevano prolungato la sua vita, ma solo la sua morte. Eppure mi era mancato il
coraggio, per la seconda volta, di uccidere una persona solo per il sospetto.
Il sospetto.
Infatti non ero sicuro di aver risolto in modo corretto l'indovinello del Collezionista.
Puoi fermare la pompa e vincere...
Per fortuna alla fine non abbiamo dovuto prendere quella decisione le dissi. Levai la mano di
Alina dalla mia spalla e mi sedetti sul divano sul quale l'avevo vista il pomeriggio precedente per la
prima volta.
Si sedette accanto a me e tast con attenzione la superficie del tavolino con le lunghe dita.
Spinsi verso di lei una tazza di caff nero che le avevo preparato durante la telefonata. Alz le
sopracciglia, ma non disse nulla. Poi bevve un grosso sorso. Quando riappoggi la tazza, le sue labbra
luccicavano nella luce della candela che avevo acceso insieme al fuoco nella stufa appena eravamo
arrivati. Alla fine disse: Gi, per fortuna abbiamo superato anche questa.
Nonostante le mie raccomandazioni, Alina non mi aveva dato ascolto nella cantina del
bungalow. Aveva tastato le braccia, le mani e anche le dita della donna moribonda ed era incappata
nella cassettina in cui era infilato l'indice della vittima: un misuratore fotoelettrico del polso, come
quello che mettono ai pazienti sotto i ferri per controllare il battito cardiaco durante l'intervento. La
riflessione di Alina era stata tanto semplice quanto logica. Limitarsi a staccare il respiratore artificiale
non avrebbe garantito la morte di quella povera miserabile. Solo la mancanza del battito cardiaco
avrebbe dato al Collezionista la certezza che il sacrificio era stato compiuto. Cosa che portava alla
conclusione che non era necessario staccare il respiratore per far scattare la reazione desiderata, con la
quale mi aspettavo che si aprisse la strada verso la libert.
Solo dopo alcuni secondi trafelati ero riuscito a distruggere il film incredibilmente robusto che
avvolgeva quel corpo marcescente e a liberare il misuratore del polso dall'indice della donna. Quando
infine ci riuscii, non accadde nulla.
Assolutamente nulla.
Rimase buio. E anche il rombo della pompa continu. Ma poi, quando stavo per cadere in
iperventilazione, udii TomTom guaire. E poi silenzio. Silenzio di tomba.
Poco dopo, con un leggero clic, la serratura della porta scatt e il respiratore continu a
pompare aria nei polmoni della donna moribonda. Lei stessa pareva non aver compreso molto di pi
riguardo alla confusione che regnava attorno al suo corpo. Non avrei pi potuto dire se, quando ero
entrato nella cantina, la sua prima reazione fosse stata volontaria o se invece si fosse trattato solo di un
riflesso.
Mentre volavo su per le scale tenendo Alina per mano e passavo dal soggiorno del bungalow
all'esterno della casa per inalare nei polmoni l'aria fredda e libera da ogni odore di morte, composi il
numero dei vigili del fuoco.
Presto. Qualcuno sta morendo!.
Poi eravamo scappati attraverso il giardino non recintato che finiva in una piccola via
commerciale, ignorando gli escrementi di cane coperti dalle foglie su cui eravamo scivolati. Avevamo
seguito TomTom, che ci aveva condotto dove avevamo parcheggiato l'auto.
Per un breve momento ero stato tentato di rinunciare. Di aspettare Stoya e spiegargli tutto.
Ma che cosa? Che le visioni di una cieca mi avevano portato nella camera delle torture del
Collezionista?
Alla fine era stata Alina a incitarmi. Mi aveva urlato che non dovevo perdere altro tempo,
dovevamo andarcene subito via da quel luogo dell'orrore, quel concentrato di tutti i peggiori incubi.
La sentivo accanto a me sul divano, con le gambe accavallate, e aprii gli occhi sorpreso. Ero
talmente sfinito che mi stavo addormentando sui ricordi di quegli incubi.
In giornate come queste maledico il mio destino disse a voce bassa. Ma non mi riferisco al
fatto che sono cieca.
Bevve un altro sorso. Il labbro inferiore le trem, e non smise neppure quando Alina lo morse
con gli incisivi.
Parlo del dono. Una lacrima le scese dall'occhio destro.
Allungai la mano verso di lei. Prima, in cantina mormorai quando hai toccato quella donna
morente...  accaduto di nuovo, vero?.
No. Apr le palpebre. Peggio.
In che senso?.
Cosa pu essere peggio di quello che abbiamo vissuto fino a questo momento?
Laggi in cantina ho scoperto qualcosa.
Sul Collezionista? chiesi.
No. Su me stessa.
Si lev bruscamente la parrucca, si picchiett la fronte e scosse rabbiosa la nuca rasata.
In quella cantina ho scoperto qualcosa di molto spaventoso su me stessa!.
28
(3 ore e 59 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
Di chi si tratta?.
Mi dispiace, ma stavolta non ne ho la pi pallida idea.
Frank si strofin l'orecchio destro, sollevato per il fatto che Scholle non fosse al commissariato
per quel secondo interrogatorio. Stoya si stava ancora chiedendo cosa sarebbe accaduto, se fosse
tornato anche solo un secondo pi tardi nella stanza per gli interrogatori. Aveva notato come Scholle
aveva lasciato improvvisamente la presa e sfilato dall'orecchio di Frank un oggetto dalla forma
allungata.
Era per scherzare, gli ho fatto appena il solletico lo aveva rassicurato. Ma l'odio negli occhi
del suo collega e l'aggressivit malcelata nella sua voce facevano pensare a tutt'altro.
Gli avrebbe fatto del male!
Philipp sapeva in cosa era tanto abile Scholle, quando non riusciva pi a procedere su un caso.
Ma non era stato sempre cos rude. Di sicuro la separazione lo aveva cambiato molto, trasformando il
poliziotto bonario in un agente imprevedibile. Il suo matrimonio con la ballerina russa che aveva
conosciuto durante una retata in un locale notturno non era nato sotto una buona stella. Scholle aveva
confuso l'amore con la compassione, un effetto collaterale della sua spiccata sindrome da salvatore. La
riscatt pagando il bordello, le rifece il guardaroba, le mostr quella parte del mondo che ci si pu
permettere solo grazie a un proprio reddito e sper di allontanarla dalla droga sposandola e
trasferendosi dal Brandeburgo insieme a lei. I suoi tentativi terapeutici terminarono il giorno in cui
scopr Natascha nel loro letto con un cliente dei vecchi tempi.
Se allora il giudice non avesse concesso alla madre il diritto di viaggiare una volta all'anno sola
con il loro bambino, oggi forse Scholle sarebbe ancora quel buon amico per cui la serata settimanale a
giocare a birilli era importante come un caso ben chiuso.
Scholle era arrivato un minuto in ritardo. Si era seduto al commissariato per riflettere se avrebbe
davvero dovuto lasciare che Natascha e suo figlio Marcus partissero insieme verso Mosca per le
vacanze. L'accordo per l'affido era chiaro, certo, e se la sarebbe dovuta vedere con la legge se fosse
corso all'aeroporto impedendo a Natascha di lasciare il paese con Marcus.
Alla fine aveva vinto il suo istinto. Era sfrecciato verso Schnefeld, aveva parcheggiato l'auto di
servizio in una zona vietata e si era lanciato verso il terminal delle partenze. Troppo tardi. L'aereo era
ancora sulla pista, ma gli sportelli si erano appena chiusi. Da un minuto.
Aveva preso sei mesi di permesso per andare a cercare suo figlio a Jaroslaw e dintorni. Ma
senza successo. Natascha e Marcus sembravano essere stati inghiottiti dal suolo russo, e non
ricomparvero mai pi.
Quando Scholle era ritornato, con le mani vuote e il cuore a pezzi, aveva giurato a se stesso di
non permettere mai pi a nessuno di arrivare a quel punto. Non avrebbe mai pi esitato o riflettuto
sull'osservanza di una prescrizione neppure per un solo minuto, se il suo istinto gli avesse suggerito il
contrario.
Per l'ultima volta, dove si nasconde Alexander Zorbach?.
Neppure se ora il suo collega tira fuori la matita... Frank alz le spalle. Non saprei davvero
dirlo.
Davvero no? chiese Stoya. E questo?. Apr una cartella marrone e ne estrasse vari
ingrandimenti che sparse sul tavolo davanti a Frank. Anche di questo non sa dirci proprio nulla?.
Il giovane chiuse gli occhi.
Katharina Vanghal, infermiera, cinquantasette anni, vedova lo inform Stoya. Quelle foto
sembravano provenire direttamente dal macello dell'inferno. I vicini la descrivono come una donna
molto chiusa. Nessun amico, nessun uomo e neppure animali. A parte la sua ben nota mania per il
Natale, per cui trasformava la casa in una specie di faro gigante, fino a oggi aveva vissuto un'esistenza
del tutto normale e noiosa. Fece una breve pausa. Fino a quando il Collezionista di occhi non ha
deciso di trasformare la sua cantina in una grande bara e di torturare la donna fino alla fine dei suoi
giorni.
Orribile. Frank distolse lo sguardo.
S, veramente. Orribile. Il pazzo ha avvolto tutto il corpo in una pellicola di plastica. A causa
della pressione della fasciatura e della sua forzata immobilit, questa donna  letteralmente marcita
viva l sotto. Per evitare che morisse troppo presto, il Collezionista l'ha sedata, messa su un materasso
refrigerato e, attraverso l'aiuto di un respiratore artificiale, l'ha mantenuta permanentemente sospesa fra
la vita e la morte. Evidentemente il Collezionista non  preparato in medicina solo a un livello teorico,
ma anche tecnico: infatti abbiamo trovato in giardino un generatore di corrente installato appositamente
per la cantina.
Stoya sollev due dita formando, senza volerlo, il segno della vittoria. Un generatore per due
pompe, con le quali poteva risucchiare l'aria dalla cantina!.
Sa bene che Zorbach  imbranato in questo genere di cose ribatt Frank. Sembrava stanco e
aveva le labbra screpolate. Stoya decise di tenerlo ancora sotto pressione per un po' prima di offrirgli
un bicchiere d'acqua.
Ma avrebbe un movente.
Come?.
Stoya annu con aria distratta, come se stessero parlando del tempo. Fino a due anni fa
Katharina Vanghal lavorava come infermiera al Park Sanatorium, cio dove oggi si trova ricoverata la
madre di Zorbach. Era rimasta l fino a quando non fu improvvisamente licenziata. Nella sua cartella
c' scritto che molti dei pazienti curati da lei avevano sofferto di decubito al quarto stadio. Una serie di
lesioni che possono raggiungere anche le ossa, causate dal fatto che non cambiava abbastanza spesso la
posizione dei ricoverati costretti a letto.
Non ci crede nemmeno lei rispose Frank rauco. Il mio capo che si vendica sulla ex
infermiera di sua madre?.
No. A dire il vero non voglio crederci. Ma perch abbiamo trovato le sue impronte dappertutto
in quella cantina? Se non ha nulla a che fare con questa faccenda?.
Il praticante butt indietro la testa e fiss il soffitto. Cielo, quante volte devo ancora ripeterlo?
E stata la cieca a portarlo l.
Cazzate.
Stoya batt la mano aperta sul tavolo. Ne ho le palle piene di queste cagate esoteriche. Voglio
sapere cosa....
Mi scusi?.
Il commissario si volt. Aveva sbraitato cos forte che non aveva sentito il bussare della
poliziotta in uniforme.
Cosa c'?.
La donna gli porse un documento.
Cos'?.
La multa che dovevamo verificare.
E...?.
Il labbro superiore della timida biondina trem nervosamente, ma la sua voce suon chiara.
Appartiene a una Passat verde del 1997. Poi pronunci il nome del proprietario.
Stoya sent un rimbombo nelle orecchie. Aveva la bocca asciutta, e ora era lui che doveva bere
qualcosa. Lo ripeta.
 intestata a una certa Katharina Vanghal.
Non pu essere.
Stoya guard Frank, che al momento sembrava stordito quanto lui.
 impossibile.
La macchina dell'infermiera torturata era davvero stata parcheggiata ieri pomeriggio nel posto
per gli handicappati, cos come Zorbach aveva sostenuto per tutto quel tempo.
Ha visto? disse Frank trionfante, quando la poliziotta ebbe chiuso la porta dietro di s. Il
Collezionista ieri  stato dalla fisioterapista cieca, come vi avevo detto.  stato ripreso dal video
quando ha lasciato la casa. Un'informazione che avete completamente ignorato. Non so perch la cieca
sappia tutto ci, ma penso che ora dovreste cominciare ad ascoltarla.
Ah s, dovrei starla a sentire?. Stoya gett furioso la cartella con la multa sul tavolo, davanti a
s. Pensa veramente che dovrei dare la caccia alle informazioni di un fantasma?.
Fantasma?.
Stoya rise secco quando not la sorpresa nello sguardo di Frank.
L'ho verificato. Nessuno ha preso la deposizione di una tale Alina Gregoriev. Nessuno dei
miei l'ha vista qui dentro. Non  stata al commissariato. Ora le  tutto pi chiaro?.
Frank lo ascoltava con la bocca aperta.
Bene, e non  tutto. Anche il computer non ha mai sentito parlare di lei. Un'Alina Gregoriev
non esiste a Berlino. In tutta la Germania non c' nessuna fisioterapista con quel nome. Quindi la
smetta di raccontarmi delle cazzate su una medium cieca che pu vedere nel passato. Da dove ha avuto
Zorbach tutte quelle informazioni, se non  lui il colpevole?.
Si appoggi con entrambe le braccia sul tavolo e punt 1o sguardo contro Frank.
E non mi parli pi di Alina Gregoriev. Quella donna non esiste!.
27
(3 ore e 31 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Lo sentivo. Alina si era chiusa nuovamente in se stessa. Me lo diceva il suo corpo: le braccia
intrecciate sul petto, le gambe unite strettamente e la piega ricurva delle labbra. Nonostante
l'abbigliamento mascolino, con gli stivali da cowboy e i jeans rattoppati, sembrava una ragazzina
testarda che, con aria indifferente, se ne fregava di bere il caff finch era caldo, come le avevo
consigliato.
Cosa ti succede? Cosa hai scoperto di cos spaventoso su te stessa?
Alina si era chiaramente richiusa, ma contemporaneamente, ne ero certo, aveva bisogno di
parlare, le serviva una valvola di sfogo. La domanda era quale fra queste cose avrebbe avuto il
sopravvento: se il desiderio di liberare l'anima dal peso o la paura di aprirsi. Tutte le mie esperienze, sia
quella di negoziatore che quella di giornalista, mi avevano insegnato, davanti a una persona
imprigionata in un simile stato di conflitto emozionale, a non farle pressione, ma nemmeno a lasciarle
troppo tempo per riflettere. Era come un terreno minato.
I migliori risultati li avevo ottenuti spostando la conversazione su un terreno apparentemente
pi sicuro, ponendo alla persona una domanda alla quale avrebbe potuto rispondere con facilit. Una
domanda che gli era stata di sicuro rivolta gi centinaia di volte.
Ma con Alina me ne veniva in mente solo una: Cosa  accaduto?.
Osservai attentamente le sue mani, le sue labbra e i suoi occhi per capire se reagiva.
Raccontami di come hai perso la vista. Solo se vuoi, ma mi interesserebbe davvero.
Respir pesantemente. Inspir l'aria e la mand fuori con un lungo soffio. Poi sospir piano.
 stato un incidente.
Apr le palpebre e indic le sue pupille spente, che nella luce pallida della candela sembravano
due pietre vetrificate, lisce e opache. Poi apr la cerniera della sua giacca di velluto, ne estrasse un
pacchetto di sigarette e con la candela ne accese una.
 accaduto ventidue anni fa. Avevo tre anni e volevo costruire con la mia nuova amica del
vicinato un castello di sabbia. Non eravamo da molto tempo in California... Gli anni precedenti
avevamo girato il globo con mio padre, da un cantiere all'altro, ma l pap era stato assunto come
ingegnere per l'imponente progetto di una diga che sarebbe durato diversi anni. Per cui per la prima
volta avevamo comprato una casa in una zona verde. Una di quelle tipiche case in legno americane, con
la staccionata bianca e un garage all'ingresso. Si ferm.
Il garage disse quasi a se stessa.
Cosa aveva?.
Fece un lungo tiro e soffi il fumo verso la candela tremolante. Il proprietario precedente
l'aveva utilizzato come officina, con un tavolo da tappezziere, il banco con la sega, attrezzi vari
attaccati alle pareti e barattoli di vernice dappertutto. Mio padre si era riproposto di liberarlo il prima
possibile. Ma io fui pi svelta.
Deglut.
Ora diventa sincera. Ora entriamo nella zona rossa dei ricordi. Nel punto in cui sono sepolti
quelli pi dolorosi.
Poich ci serviva una formina per costruire il castello, presi un vecchio barattolo di vetro a
chiusura ermetica dal garage. Ero una bambina ordinata. Probabilmente pi di quanto non lo sia oggi.
Rise con aria triste. In ogni caso volevo lavarlo, e questo fu l'errore.
Perch?.
Perch quel barattolo conteneva carburo di calcio - sa il cielo a cosa doveva essere servito al
proprietario precedente. Per fortuna ci fu una forte esplosione, se no mia madre non si sarebbe accorta
subito dell'incidente.
Alina strinse gli occhi come se dietro le palpebre, ora di nuovo chiuse, scorresse un film che
solo lei poteva vedere.
Il carburo di calcio unito all'acqua produce un gas velenoso, l'acetilene. Se l'elicottero dei
soccorsi non fosse arrivato cos velocemente, l'esplosione mi avrebbe uccisa. Cos ho perso solamente
la vista. Mentre diceva "solamente", disegn delle virgolette immaginarie nell'aria. La mia cornea 
distrutta. Irreparabilmente.
Mi dispiace.
Cos  la vita disse laconicamente e spense la sigaretta.
 spaventoso commentai a bassa voce.
All'et di tre anni. Molto prima di poter vedere le meraviglie di questo mondo.  pi che
normale che oggi sia una persona amareggiata.
Per questo ti sei fatta fare quel tatuaggio pieno d'odio?.
Odio? Perch di odio? chiese stupita. Poi le sue labbra sorrisero lievemente. Aspetta.
Si alz, si tolse la giacca e slacci i primi tre bottoni della camicia.
Vuoi dire questo?.
Si sedette nuovamente accanto a me mostrandomi il collo nudo. Le lettere a forma di runa
componevano sulla sua pelle la parola inglese Fate, non Hate.
"Destino", tradussi sottovoce. Il tatuaggio brillava come pittura fresca alla luce calda della
candela.
Alina rise. Dipende da come lo si guarda.
Da come lo si guarda. Arrivederci. In un battito di ciglia...
La nostra lingua  piena di modi di dire che evocano il senso della vista, e mi chiesi se per tutti i
ciechi il loro significato risulti chiaro come per Alina. Ma mi stup ancora di pi quando mi volt la
schiena dicendo Riguardalo in questo modo.
Subito non capii il significato delle sue parole, ma poi, quando lo osservai da sopra le spalle, mi
colp la sua forma.
 un ambigramma... dissi perplesso, sebbene non fossi certo che quella fosse la definizione
corretta. Gli ambi-grammi che ho visto nel film Illuminati, ad esempio, erano forme grafiche
simmetriche che capovolte o specchiate formavano la stessa parola. Un esempio molto semplice  la
combinazione WM. Ma il tatuaggio di Alina era diverso. Non avevo mai visto una cosa simile. Se
quella grafia ondeggiante si capovolgeva, formava una parola completamente nuova con un altro
significato.
Luck sussurrai. "Fortuna".
Annu. O "caso". Io consiglierei questa traduzione.
Destino o caso, pensai. Come nella vita. Dipende solo da come lo si guarda.
Si tratta di un ambigramma asimmetrico, per essere precisi. Lo si guarda ma non si coglie al
primo colpo il significato. Capisci? Per questo me lo sono fatto incidere. I nostri occhi non sono
importanti. E io ne porto impressa sul mio corpo la dimostrazione, per sempre.
I suoi occhi grandi e vuoti erano davanti alla mia bocca. Sono dell'opinione che non conti
quello che vediamo, ma quello che riconosciamo. Cerco di convincermene di continuo. Ma la sai una
cosa?.
Chiuse gli occhi, ma non pot pi trattenersi. Il vaso era rotto. Le lacrime esplosero improvvise
e copiose sul suo volto. Non funziona affatto.
Alina....
Le presi la mano, che ritir subito. Le accarezzai le spalle, ma lei volt la schiena
completamente.
Posso ripetermi finch voglio che non ho bisogno dei miei occhi... disse con voce soffocata.
Raccolse le gambe, poggi gli stivali sul divano e premette la testa sulle ginocchia, come un passeggero
in aeroplano che si prepara allo schianto.
Lo schianto della sua anima.
...che non ho bisogno di vedere il mondo in cui vivo....
Cercai nuovamente di accarezzarle la schiena. Si arricci ancora pi lontano, spostando le
spalle, come se le mie carezze fossero state colpi a cui voleva offrire la minor superficie possibile.
Posso vestirmi alla moda, truccarmi, tatuarmi e convincermi che questo renda la mia cecit
meno cieca, capisci?. Il suo corpo trem. Ma non funziona cos ripet.
Lascia che ti aiuti!.
Aiutarmi? mi grid. E come? Non hai la pi vaga idea del mondo in cui vivo. Chiudi gli
occhi, diventa tutto buio e pensi "ah, ecco,  cos quando uno  cieco". Ma non  cos.
Questo lo so....
Col cazzo che lo sai! O ti  mai capitato che qualcuno ti prendesse per le spalle e contro il tuo
volere ti conducesse per strada solamente perch convinto che sia giusto aiutare gli handicappati? O
forse ti  successo di imprecare contro i disabili in sedia a rotelle perch, a forza di smussare i bordi per
loro, non riesci pi a distinguere dove finisce il maledetto marciapiede e inizia la strada? E magari
anche in tua presenza le persone parlano solo con il tuo accompagnatore, come se tu fossi invisibile...
vero? Tesoro, la risposta  no... o sbaglio?.
Deglut. Sembri molto comprensivo, ma in realt sei solo ignorante, Alex. Merda, scommetto
che non hai mai pensato una sola volta al tasto con il numero cinque sul tuo telefono. Lo usi ogni
giorno, perch  comunque il cinque. Telefoni, calcolatrici, bancomat e computer... Quello  il nostro
punto di riferimento, in modo che noi ciechi possiamo telefonare e digitare i numeri. Giorno dopo
giorno tu tocchi il mio mondo, e tuttavia non gli dedichi neppure un pensiero. Quindi non venirmi a
raccontare che capisci qualcosa di me e della mia vita. Tu non la immagini neppure lontanamente.
Tir su col naso, si asciug le lacrime dal viso con l'avambraccio e inspir profondamente. Una buona
dose della sua tensione si era sciolta in quella tempesta di parole. Quando riprese a parlare abbass un
po' il tono. Ma non aveva di certo finito. Sentivo che la cosa pi importante che aveva da dirmi
incombeva ancora nell'aria.
A volte, di notte, quando dormo, sogno di cadere in un pozzo. Cado e cado, e la mia discesa
nell'oscurit  interminabile. Nel frattempo il buio intorno a me  sempre pi nero. Allungo le mani per
toccare le pareti del pozzo, ma non ci sono: si disintegrano come i miei ultimi ricordi del mondo prima
dell'incidente.
Un ciocco di legno nella stufa ruppe il silenzio che segu.
Scompaiono, capisci? Tutto sparito. Il ricordo della luce, dei colori, delle forme, dei volti,
delle figure. Pi cado in profondit, pi sbiadiscono. E sai qual  la cosa pi spaventosa di tutto
questo?.
Che non termina appena mi sveglio.
Le mie urla mi svegliano e la caduta termina disse con aria infinitamente stanca. Ma 
l'unica cosa che termina. Il resto rimane. Io sono ancora imprigionata in quella condizione. In quel buco
nero, in quel nulla. E allora mi siedo nel letto, tremo, e maledico il giorno in cui volli giocare con la
sabbia, ma soprattutto mi chiedo se esisto ancora.
Volt la testa verso di me, come se volesse osservarmi.
Ma c' davvero il mondo l fuori?.
Non sapevo cosa rispondere alla sua domanda. E neppure a quella sconvolgente che mi rivolse
subito dopo.
Ci sono io?.
Afferr l'orlo della camicia e lo arrotol come un pezzo di carta. Sono qui, Alex?.
Esitai, poi le afferrai le mani e sciolsi delicatamente le sue dita intrecciate.
S, ci sei.
Dimostramelo. Ti prego, dimostramelo, in modo che possa crederci.
Tocc il mio volto. Accarezz dolcemente il mio mento, percorse le labbra ed esit per un
attimo con le dita sugli occhi chiusi.
Vissi uno di quei rari momenti della vita in cui i ricordi tacciono. Non pensai pi al neonato sul
ponte e al mio matrimonio fallito, e persino il viso di Charlie, i cui bambini volevo salvare dalle mani
del Collezionista, spar dagli occhi della mia mente. Al posto di tutto questo si diffuse in me una
sensazione che avevo quasi dimenticato.
L'avevo provata quando avevo visto Nicci per la prima volta. Non con gli occhi e neppure con il
cervello, e qui Alina si sbagliava se credeva che le cose veramente importanti si riconoscono cos.
Quando si desidera che una persona sia a tal punto vicina, quasi si volesse scambiare con essa il proprio
corpo, la ragione si ferma. E l'anima diviene l'unico organo sensoriale ancora in funzione.
Dimostramelo! ripet in un tono di sfida. Dimostrami che ci sono ancora.
Poi premette le sue labbra sulle mie e fui sorpreso nell'accorgermi di quanto lo avessi
desiderato.
26
(2 ore e 47 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Frank Lahmann (praticante)
Co-allucinazioni disse una voce ringhiosa. Proveniva dal vivavoce di un apparecchio
telefonico che si trovava davanti a loro, sul tavolo laminato di marrone della stanza per gli
interrogatori. Il professor Hohlfort era collegato dalla sua villa a Dahlem. Io opterei per un disturbo di
allucinazione indotta.
Alina esiste protest Frank. Guard Stoya. Io stesso ho visto la cieca!.
Subito gracchi, poi ci fu un forte suono nella linea prima che il criminologo potesse
nuovamente comunicare con loro. Presumo che lei stia lavorando da mesi in modo intensivo con il
ricercato, non  vero signor Lahmann?.
S.
 sotto stress e dorme meno di quattro ore a notte, e tutto questo da settimane?.
Questa volta Frank si limit ad annuire.
Ora, sotto una simile pressione  stato ripetutamente osservato il fenomeno per cui un uomo
sano di mente pu assorbire le allucinazioni del suo partner. Pi che altro accade da persone che si
trovano coinvolte in un profondo rapporto come dominante e sottomesso, per esempio in coppie
sposate in cui una parte  pi forte.  anche possibile che accada nel caso di una forte dipendenza
lavorativa, come fra un praticante e il suo mentore.
Mi sta per caso dicendo che sarei suonato?.
No, Frank, lei  soltanto una persona plagiata che ha assorbito le allucinazioni del suo
superiore.  singolare ma possibile, se consideriamo le particolari circostanze che nelle ultime
settimane ha dovuto sopportare tutte insieme. In fin dei conti  stato quasi ininterrottamente a contatto
con il pi sadico assassino dell'ultimo decennio.
Frank fissava con la bocca aperta l'apparecchio telefonico. Quel vecchio salame diceva sul
serio?
Io non sono pazzo. E neppure il mio capo.
Eppure nella cartella clinica di Zorbach c' scritto qualcosa di diverso, no?.
Stoya conferm le parole di Hohlfort con un'alzata di spalle. Io e Zorbach eravamo colleghi e,
quando si lavora a stretto contatto per anni, restano pochi segreti. Lo sanno tutti che Zorbach  in cura
psichiatrica; ha cominciato dopo la faccenda del bambino con la sindrome di Ondina. Non  il primo e
non sar di certo l'ultimo ex poliziotto il cui nome si trova nell'agenda del dottor Roth.
Frank scosse la testa. No, non ci credo.
La linea fischi ancora. Gliela mostri disse Hohlfort.
Frank guard Stoya con aria interrogativa. Il commissario apri il computer. In venti secondi
comparve un'immagine che Stoya gir verso Frank.
L'abbiamo trovata sul pc di Zorbach, in redazione.
Frank sollev le sopracciglia e fiss lo schermo.
Un'email? chiese.
A: a.zorbach@gmx.net
Oggetto: movente del Collezionista di occhi
Il suo sguardo vagava dall'intestazione al contenuto dell'email.
Se l' scritta da solo disse Stoya. Sembrava pi una domanda che un'affermazione.
Lo fa spesso conferm Frank.  il suo metodo per avere una copia di sicurezza. Altri
salvano i dati importanti su chiavette USB. Alex li invia a se stesso. In questo modo pu aprire il
materiale da ogni computer del mondo.
Interessante. Ma potrebbe spiegare anche il contenuto? chiese Hohlfort.
A: a.zorbach@gmx.net
Oggetto: movente del Collezionista di occhi
Perch tutti pensano sempre agli occhi? Non sono altro che una distrazione. Come un mago che
fa esplodere qualcosa a destra per non far vedere il coniglio che estrae dal cappello a sinistra. La
famiglia  molto pi importante. Lui esegue solo una prova d'amore!
Lei ha idea di che cosa voglia dire, signor Lahmann? Quando parla della prova d'amore?.
Stoya si era posto alle sue spalle e gettava un'ombra sul monitor.
No. Non ne ho idea. Non me ne ha mai parlato. Allora, io penso che sarebbe ora di parlare
con lui... brontol Hohlfort dal vivavoce.
Stoya chiuse il computer. Lei stesso sa che il suo capo dispone di inspiegabili informazioni sul
caso. Non conosce solamente l'infermiera torturata, ma anche l'ultima vittima, Lucia Traunstein, che ha
chiamato al telefono anche alcune ore dopo il suo assassinio. Questa potrebbe essere una
giustificazione per la sua innocenza, ma anche una prova della sua distorsione della realt. E ora
sembra anche conoscere il movente del Collezionista. Non ho idea di cosa intenda dire con quella
maledetta prova d'amore. E non so neppure quanto profondamente Zorbach sia coinvolto in questa
faccenda. Ma so di certo che devo trovarlo il prima possibile. A qualsiasi prezzo.
Stoya si appoggi con entrambe le mani al tavolo e guard Frank dall'alto con aria minacciosa.
Il suo viso era cos vicino che il ragazzo poteva vedere i minuscoli filamenti di sangue che si erano
raggrumati sulla peluria delle narici di Stoya.
Lo trover. E lei mi aiuter, Frank. Che lo voglia o no.
25
(2 ore e 29 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Proprio quando sentii che stava per perdere il controllo, si ferm. Cos. Rimase seduta su di me,
incroci le braccia dietro la testa e non si mosse pi.
Cosa c'? chiesi perplesso e sfilai le mani da sotto la sua camicia.
Fino a un attimo prima avevo avuto la sensazione di poter leggere nei suoi pensieri, tanto mi
sentivo fuso con lei, e all'improvviso si era allontanata chilometri da me, anche se ero ancora dentro di
lei.
Non sento niente ansim senza fiato.
La guardai attonito. Aveva gridato forte e mi aveva morso il collo quando il suo corpo era stato
sommerso da un'ondata di piacere.
Ah s?. Cercai di diminuire la distanza fra noi scherzando. La tenni per i fianchi e spinsi di
pi il bacino. Lei gemette e si mise la mano sulla bocca.
Allora, non senti proprio niente?.
Cretino. Non intendevo quello.
Con un movimento veloce si liber dal mio abbraccio e si alz da me.
E cosa?.
I suoi piedi cercavano i jeans davanti al divano.
Non  successo nulla quando ti ho stretto. Mentre al Collezionista avevo solo sfiorato
brevemente le spalle. Invece con te vengo a letto e... niente. Scosse la testa. Sai, ho avuto molti
uomini. Naturalmente so che non basta un semplice contatto. Solo che mi sono spesso chiesta perch
mi succede solo con i coglioni che mi fanno male. E non con qualcuno come te, con cui  soltanto
bello.
Con cui  soltanto bello.
A volte non occorrono troppe parole per comporre una poesia.
Non riesco a vedere nel tuo passato disse chiaramente.
Credimi, possiamo rallegrarcene entrambi.
Non rise. E neppure sorrise. Alina rimase semplicemente seduta accanto a me, con una gamba
infilata nei jeans e l'altra appoggiata al divano, e sospir.
Forse non ho energia negativa in me suggerii. Solo poche ore prima le avrei consigliato un
supporto psichiatrico per i suoi disturbi riguardo la percezione della realt. Ma dopo che le sue visioni
ci avevano fatto sprofondare nell'inferno del Collezionista di occhi, la mia opinione scettica del mondo
aveva cominciato a vacillare.
No, non  questo.
Si abbotton i jeans e sollev le gambe sul divano.
Fino a oggi avevo creduto anch'io che avesse a che fare con l'energia negativa delle persone
che toccavo. Ma la povera donna in cantina ne era piena, e tuttavia non ho sentito nulla di diverso da
ci che hanno sentito anche le tue dita. E allora ho capito. All'improvviso ho capito perch solo a volte
ho questa sensibilit.
E perch? chiesi a bassa voce.
Cos'hai scoperto su te stessa in quella cantina?
Non  il semplice toccare che mi lascia vedere il passato di certe persone.
E invece cosa?.
Il dolore!.
Volevo ritirare la mano, ma lei l'afferr forte.
Posso ricordare solo se sto soffrendo.
Le parole ora uscivano a fiotti dalla sua bocca. La mia prima visione l'ho avuta a sette anni,
pochi istanti dopo che un'auto mi aveva investita. Ancora oggi sento il fiato puzzolente dell'autista,
quando ci penso. Sapeva di avanzi di cibo e vino scadente, quando cerc di aiutarmi. Cercai di
appoggiarmi sulla gamba destra quando fui come attraversata da un lampo. E in quell'aura di dolore
rividi una seconda volta l'incidente.
Hai visto il momento in cui ti investiva?.
Annu.
Dalla prospettiva dell'autista, con i suoi occhi. Vidi come richiudeva la bottiglia dalla quale
aveva bevuto solo un semaforo prima. Dopo di che vidi una bambina sulla strada. Lo sentii
bestemmiare, e poi ci fu un vuoto. Subito dopo si stava chinando sulla bambina che urlava dal dolore
distesa sull'asfalto. Su di me.
Ma allora nella cantina....
...l ero nervosa, spaventata, avevo paura di morire, ma non  stato n come allora, quando
l'uomo mi aveva investita, n come poco prima del massaggio, quando mi sono fatta male al piede.
Significa qualcosa...?.
S annu. Devi farmi male.
Mi alzai cos di scatto che TomTom, che aveva sonnecchiato accanto a noi, sussult.
So che suona incredibile, Alex. Ma quando mi  caduto il vaso sul piede, a casa mia, 
successo ancora. Ho potuto ricordare altri dettagli.
Non dirai sul serio. Cominciai anch'io a cercare i miei jeans.
Certo! rispose, e diresse verso di me l'orecchio, come sempre quando prestava a qualcuno la
massima attenzione.
Il dolore non procura solo nuove visioni. Se  molto forte mi riporta anche le vecchie.
Alla fine trovai i miei pantaloni sul parquet e cercai il telefono nelle tasche.
Cosa vuoi fare? chiese Alina.
Chiamo la polizia. Ci consegniamo.
Cosa? No!.
S!.
Si chiude. Basta.  finita.
Tutta questa pazzia finisce qui, e subito.
Il telefono vibr dopo che lo ebbi riattivato.
Sette chiamate senza risposta. Un SMS.
ESISTE DAVVERO UNA MULTA!
Lessi l'anteprima e aprii velocemente il resto del messaggio di Frank.
LA POLIZIA HA RITROVATO L'AUTO DEL COLLEZIONISTA.
Quando lessi l'indirizzo mi venne un capogiro.
Ma non ha senso. Perch avrebbe dovuto farlo?
Il Collezionista di occhi aveva parcheggiato la sua macchina davanti alla clinica in cui si
trovava mia madre.
24
Frank Lahmann (praticante)
Ha fatto la cosa giusta.
Stoya pos la mano sulla spalla di Frank e riprese il telefono con il quale aveva appena spedito
l'SMS. Il giovane sussult a quel contatto.
Ah, certo rispose. E allora perch mi sento come un merdoso traditore?.
23
(62 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
C' qualcosa che non va qui dentro.
Lo capii nel momento stesso in cui entrai nella camera d'ospedale.
Alina era rimasta in macchina con TomTom, in una via laterale dietro al Park Sanatorium. Gi
per una normalissima persona vedente era difficile sgattaiolare davanti alla guardiola senza essere visti.
Un terzetto con cane e bastone sarebbe stato bloccato ancora prima di entrare.
Ciao mamma sussurrai, e presi la sua mano. L'opprimente sensazione che qualcosa non
funzionasse aument. Sono di nuovo qui.
Qualcosa  cambiato.
Per tutto il viaggio mi ero preparato al peggio. Mi ero aspettato di trovare un'infermiera che
rifaceva il letto di mia madre. Si sarebbe voltata e avrebbe sollevato gli occhi nervosamente, perch
non ero ancora stato messo al corrente e ora l'ingrato compito sarebbe toccato a lei...
...siamo spiacenti di comunicarle che sua madre questa notte... purtroppo non si trattava di un
evento inatteso... forse un giorno riuscir a considerarla una liberazione...
Ma non fu cos. Nessun letto vuoto, nessuna infermiera, e gli apparecchi che impedivano a mia
madre di morire non erano stati spenti.
Non ancora.
Ronzavano, vibravano e sibilavano il loro canto elettronico di lode alla medicina intensiva. Una
sinfonia morbida, eseguita per un pubblico apatico che da lungo tempo non fa caso ai suoni che lo
circondano.
Tutto come al solito.
Quasi.
Ero tentato di toglierle il respiratore che alterava la fisionomia del suo viso, ma mi bast
guardare i suoi occhi grigi e acquosi che fissavano i faretti leggermente offuscati per riconoscere che
era davvero mia madre, quella che giaceva l in coma vigile. Ogni tanto sussultava. Anche questo era
normale. Riflessi involontari. Quel bagliore finale sullo schermo di un vecchio televisore quando  gi
spento da un po'.
Tutto come al solito. Anche il suo respiro e l'odore della lozione per il corpo con la quale viene
pulita ogni giorno. Tutto normale.
Eppure. Qui c' qualcosa che non va.
In quell'attimo il mio cellulare vibr, informandomi che gi da ore c'era un messaggio in
segreteria. Ora deviavo l tutte le chiamate. Lo ascoltai.
 il cerotto. Il dottor Roth, in quel momento ben lontano dai miei pensieri, parlava come se
avesse vinto al lotto.
Spostai il cellulare all'altro orecchio nella vaga speranza di capire meglio quello che voleva
dire.
La sostanza che, attraverso il cerotto, lei assume per combattere la dipendenza dalla nicotina
contiene vareniclina.  una sostanza molto simile al maggiociondolo, i cui semi sono velenosi. Negli
Stati Uniti  stata vietata ai piloti per la sicurezza dei voli, in quanto questo medicinale, cos come i
semi del maggiociondolo, pu causare allucinazioni.
Allungai la mano sulla T-shirt e toccai il cerotto sul braccio.
I cosiddetti sogni alla vareniclina. Abbiamo trovato nel suo sangue pesanti tracce di questa
sostanza, signor Zorbach. Probabilmente il suo nervosismo  causato da questo, e non mi stupirei se
fosse diventato ipersensibile a colori, odori e luci. Il dottor Roth rise. Le sue visioni non sono da
schizofrenico. Si tolga semplicemente quell'affare e tutto torner normale.
Tutto normale? Presi il cerotto fra le dita e lo gettai.
Niente era normale. Non potevo chiamare Frank, la polizia mi cercava per omicidio e il mio
psichiatra mi rassicurava dicendo che non dovevo preoccuparmi della mia schizofrenia.
Guardai verso la finestra buia, dietro la quale il sole ancora non voleva sorgere; lasciai scorrere
lo sguardo sul pavimento di linoleum grigio punteggiato e sulle batterie di apparecchi medici di cui non
sapevo i nomi, ma che certamente avevano un libretto d'istruzioni spesso come un elenco telefonico.
Poi il mio sguardo si arrest sul comodino, che conteneva il diario di mia madre. Lo aprivo e le leggevo
sempre qualcosa quando venivo a trovarla. Lei non l'avrebbe mai pi preso tra le mani per sfogliarlo e
perdersi in ricordi nostalgici, come quel giorno in cui nella foresta di Nikolskoer trov il sentiero del
mio futuro rifugio. Stavo per controllare se il piccolo libricino rivestito in pelle con l'incisione in oro si
trovava ancora nel cassetto, quando capii cosa mi aveva inquietato per tutto quel tempo.
La foto.
Cosa diavolo...?
Quando sono stato qui l'ultima volta non c'era. La cornice s. Gliel'avevo regalata io per Natale
alcuni anni prima, con una delle poche fotografie in cui mi piacevo persino io. L'aveva fatta mio padre
in un momento in cui non ne ero consapevole, davanti alla porta di casa, e riprendeva me a sette anni e
che con aria seria mi allacciavo le scarpe. Mi aveva sempre messo una certa nostalgia quando la
guardavo, ricordandomi i tempi in cui le mie pi grandi preoccupazioni erano quelle di essere deriso
nel cortile della scuola per le mie scarpe economiche.
La foto con me sulle scale era ancora l, ma non come la conoscevo. Il campo era pi vasto.
Com' possibile?
Ero rimpicciolito, quasi la met del formato originale. In compenso l'inquadratura era pi ampia
e io non ero pi...
...da solo?
Le mie mani cominciarono a tremare quando notai il viso di un secondo bambino che
improvvisamente, alla mia destra, sedeva sulle scale e mi osservava mentre mi allacciavo le scarpe.
Chi sei? mormorai col pensiero. Chi diavolo sei tu?
I lineamenti mi apparivano familiari: quel bambino era pi piccolo di me, ma non vi
riconoscevo nessuno dei miei amici di allora.
Che ci fai tu nella mia foto?
Voltai la cornice, aprii i fermagli con i quali la foto era bloccata dietro il cartone e la estrassi.
E come ci sei finito sul comodino di mia madre?
Il bambino aveva i capelli lunghi e biondi e portava un cerotto colorato sull'occhio sinistro,
come quelli messi ai ragazzini che da piccoli sono strabici.
...sull'occhio sinistro...
Il mio turbamento aument ancora quando trovai la nota scritta a matita sul retro.
Grnau, 21.7.(77)
Non ebbi il tempo di rimettere la foto al suo posto. Mentre ancora stavo riflettendo sul
significato della data e sul fatto che nella mia infanzia non ero mai stato a Grnau, fui arrestato.
Seconda lettera del Collezionista di occhi,
spedita via email
tramite un account anonimo
A: thea@bergdorf-privat.com
Oggetto: ...null'altro che la verit
Cieca signora Bergdorf,
purtroppo dovr chiamarla per sempre cos. Perch lei  cieca come le pedine del mio
nascondino. Aprir gli occhi solo ora con questa seconda email che io le invio - spero ne prender atto
con riconoscenza - ancora prima della fine della partita. Per quanto io debba presupporre che lei
consulti molto meno il suo indirizzo di posta privata di quello lavorativo, diversamente il mio primo
scritto l'avrebbe scoperto e consegnato alle autorit gi da molto, o perlomeno lo avrebbe pubblicato
sulla sua home page.
Ora, come potr ben immaginare, anche io non ho pi tutto chiaro, perch in questa fase
bollente sono perfino un po' eccitato; pertanto vengo subito al dunque: al mio movente, di cui la metto
a conoscenza solo perch lei e la sua maledetta fabbrica di menzogne, che definisce redazione, possiate
ridimensionare la campagna diffamatoria nei miei confronti. (Certo questa era una frase sicuramente
troppo lunga per una persona il cui giornale da dementi pubblica solo pezzi senza virgole).
Tutto ci che faccio, lo faccio in nome dell'unico vero sistema di valori per cui in questo mondo
valga la pena di lottare: la famiglia.
Il suo giornale, che (mi perdoni) vale meno della merda che riporta e con il quale fate credere al
lettore ci che volete, mi dipinge come qualcuno che distrugge le famiglie, lo! Invece  il contrario!
Non c' nulla che mi stia pi a cuore della ricostituzione delle relazioni giuste e benedette. Relazioni
che n io n mio fratello abbiamo mai vissuto, lo credo che mio fratello minore abbia sofferto
soprattutto della carenza affettiva di mio padre.
Forse perch, rispetto a me,  diventato molto pi sensibile a causa della sua grave malattia. La
perdita dell'occhio sinistro all'et di cinque anni modific molto altro oltre alla vista. Sembr quasi che
il cancro avesse divorato la sua anima, dopo avergli rovinato l'occhio.
Psicologicamente io ero pi stabile di mio fratello. Per me fu pi facile abituarmi alla costante
mancanza di mio padre, della quale a dire il vero mi accorgevo solo dopo, quando eccezionalmente non
era via per lavoro o con gli amici.
Poi, a un certo punto, anche mamma ci abbandon, nel vero senso del termine. Un giorno
riemp la piccola borsa sportiva che di solito usava per la palestra, prese i gioielli, i documenti e del
denaro e non torn mai pi.
Il pap si infuri. E con voi due mocciosi che ci faccio adesso? grid. Sembrava pi adirato
per il fatto che mamma non ci avesse preso con s, che perch lo aveva lasciato.
Il mio fratellino non volle accettare la cosa, e per ore intere cerc nostra madre in tutta la casa.
In cantina, in soffitta, nel capanno degli attrezzi, ed entr persino nell'armadio, seppellendosi
piangendo tra i suoi vestiti e annusando il suo profumo. L dentro scopr che nostra madre aveva
portato con s la sua camicetta preferita.
Quel capo di seta color salmone per lei era stato pi importante. Noi, i suoi figli, non le
andavamo pi bene.
Quando mio fratello una sera parl nuovamente della prova d'amore, fui per la prima volta
d'accordo. In precedenza era sempre stata un'idea cervellotica. Una fantasia da bambini soli e depressi,
che non si sarebbe mai realizzata. Mio fratello aveva immaginato quella prova in cui dovevamo testare
se i nostri genitori ci volevano ancora bene. In sostanza era molto semplice: uno di noi due doveva
morire.
Fino a quel giorno avevamo sempre parlato di estrarre un bastoncino. Quello che vinceva,
doveva controllare durante il funerale se mamma e pap piangevano veramente.
Ma il giorno in cui mia madre ci abbandon, suggerii a mio fratello un altro metodo per testare
l'amore di nostro padre.
Dobbiamo nasconderci!
E non nella nostra casetta sull'albero o nella baracca sul lago, ma in un posto dove non eravamo
mai stati prima.
Se il pap ci vuole ancora bene, ci cercher. E prima ci trova, pi grande sar il suo amore.
Era un piano infantile, che solo un bambino di sette anni con il fratellino disperato poteva
escogitare, ma nella sua semplicit era di una logica seducente, che ancora oggi, dopo molti anni, mi
affascina.
Trovammo il nascondiglio adatto la sera dopo. Chiunque avesse gettato quel vecchio
congelatore nel bosco, si era perlomeno preso il disturbo di lavarlo con acqua calda. Non c'erano resti
di cibo, confezioni o odori che indicassero cosa aveva conservato, prima che noi vi entrassimo dentro.
Eravamo contenti che quel nascondiglio ben pulito fosse abbastanza vicino alla nostra casa: si
trovava al confine con una radura, accanto al viottolo da jogging che nostro padre percorreva ogni sera.
Era impossibile non vederlo, perci non ci preoccupammo quando non riuscimmo pi ad aprire lo
sportello del congelatore, dopo averlo chiuso sulle nostre teste.
Subito scherzammo perfino sul cacciavite senza punta e con il manico di legno che il
proprietario aveva dimenticato nel cassone e che premeva sul mio sedere. Pi tardi, quando l'aria
cominci a mancare, quell'affare ci aiut meno della monetina che trovai nelle mie tasche.
Il coperchio era solido. E poich quel congelatore era molto vecchio, non era ancora dotato di
misure di sicurezza, ma si chiudeva con un catenaccio che poteva essere aperto solo dall'esterno.
La nostra prova d'amore si era trasformata in una sfida tra la vita e la morte.
Pap verr presto dicevo.
Lo ripetevo continuamente. All'inizio ad alta voce e con impeto, poi, quando lentamente
cominciai a sentirmi debole, sempre pi piano. Lo dissi poco prima di addormentarmi, e poi nel
dormiveglia.
Pap verr presto.
Il mio fratellino mi ascolt quando si fece la pip addosso, quando cominci a piangere e ad
avere sete. Alla fine lo ripet anche lui, mentre si addormentava per non risvegliarsi mai pi.
Pap verr presto. Ci vuole bene, quindi verr a cercarci e ci trover.
Ma era una bugia. Nostro padre non venne.
Non venne dopo ventiquattr'ore. Non dopo trentasei, non dopo quaranta.
Alla fine ci trov un boscaiolo.
Dopo quarantacinque ore e sette minuti.
In quel momento mio fratello era gi morto. Pi tardi mi dissero che mio padre aveva creduto
che la mamma avesse cambiato idea e fosse tornata a prenderci. Perci se n'era andato in giro con gli
amici, invece di cercarci.
Ancora oggi non posso togliermi dalla testa l'immagine di lui che si gustava una birra fresca nel
momento esatto in cui mio fratello, pazzo per la sete, si era strappato la benda dal suo occhio morto per
masticarla. E non passa una notte in cui non vedo quell'orbita vuota sul viso del mio povero fratellino,
che  morto solo perch suo padre ha fallito nella prova d'amore.
I miei nonni, a cui fui affidato dal tribunale quando fui rimesso in salute, una volta ammisero
quanto erano stati preoccupati che la mancanza di ossigeno in quel congelatore potesse aver lasciato
anche in me danni permanenti. Il nonno, un veterinario di campagna attivo fino a tarda et, era convinto
che un ambiente in cui c'erano esseri vivi bisognosi di cure mi avrebbe fatto bene. Mi portava nel suo
studio, dove potevo assisterlo, e mi insegn giorno dopo giorno i segreti della veterinaria, che ancora
oggi mi sono utili. Come si calcola la ketamina durante un'operazione in base a et, peso e stato della
creatura per un'anestesia completa. Come mettere la maschera dell'ossigeno a un San Bernardo prima di
incidergli il ventre. O come si rimuove un occhio malato di tumore a un gatto.
II nonno mi lodava per la mia predisposizione e per la sete di sapere.
E poich i miei nonni non trovarono mai i resti dei gatti randagi del paese - neppure quelli che
seppellivo vivi, o che infilavo in un sacco prima di cospargerli di benzina -, svan anche la loro
preoccupazione riguardo alle lenzuola bagnate in cui mi svegliavo regolarmente.
Non  certo strano, se si pensa a quello che ha passato il bambino si ripetevano
continuamente.
Erano ottimi genitori adottivi.
Amorevoli.
Anziani.
Ignari.
22
(59 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Avevano atteso che entrassi nella camera per arrestarmi. Dalla porta del bagno socchiusa mi
avevano tenuto d'occhio per un po', probabilmente per accertarsi che fossi solo e disarmato. Infine,
mentre osservavo assorto la foto con entrambe le mani impegnate a reggere la cornice, erano balzati
fuori. Due uomini in uniforme, uno abbastanza giovane con i baffi, l'altro pi vecchio, sicuramente
meno forte, ma con l'elemento sorpresa dalla sua parte. Irruppero nella stanza afferrandomi alle spalle.
Non sarebbe stato necessario n buttarmi a terra n mettermi le manette. Avevo comunque
deciso di costituirmi.
Ah, ma certo sghignazz Scholle cinico, quando i due mi portarono verso l'ascensore dove
aspettava con un gran sorriso. Sono sicuro che volevi consegnarti.
Mi chiesi per quale motivo il corridoio dell'ospedale non fosse stato sgomberato prima del mio
arresto. A quell'ora mattutina venivano svolte poche attivit, e solo un'infermiera terrorizzata guizz
davanti a noi diretta verso l'uscita. Ma se fossi stato veramente il Collezionista di occhi, cosa sarebbe
potuto accadere? Se avessi reagito con la forza prendendo un ostaggio? Ancora di pi mi sorprese il
fatto che in quella circostanza i due poliziotti non appartenessero a nessun corpo speciale per la cattura
di criminali pericolosi.
Scholle verific le mie manette di plastica, dopo di che salimmo tutti sul montacarichi.
Meno uno? chiesi, con lo sguardo fisso sulla tastiera dell'ascensore. Mi portate fuori
passando per la cantina?.
Il giovane con i baffi guardava indifferente le pareti di cemento che scorrevano davanti a noi. Il
pi vecchio ruminava con aria rilassata una gomma da masticare. Solo Scholle reag alla mia domanda.
Perch, cosa faresti tu?.
Guard il suo orologio.
Ci restano ancora cinquantasette minuti allo scadere dell'ultimatum, quindi dimmi, per cosa
opteresti tu se fossi al mio posto?.
Aveva la fronte madida di sudore. Si asciug con la mano e mi fiss come se volesse
ipnotizzarmi. Cosa faresti, se si trattasse di tuo figlio?. Oltrepassammo il primo piano.
Sprecheresti tempo portando il sospettato in centrale, per poi aspettare l il suo avvocato
disadattato mentre Julian muore in qualche maledetto nascondiglio?.
Julian? Sapeva il nome di mio figlio dai documenti o avevamo parlato dei nostri figli, una
volta?
Cercai di ricordare cosa sapevo di Scholle. Ai miei tempi non era da molto nella squadra
Omicidi. A parte quei pochi incontri alla taverna per la festa estiva della polizia, non avevo mai parlato
personalmente con lui. Ma ovviamente sapevo della sua vicenda. Tutti la conoscevano al
commissariato. Per lo pi sui giornali si leggevano storie di padri stranieri che sottraevano il figlio alla
moglie tedesca per rapirli, per esempio per trasferirli in un paese dal regime fondamentalista. Il caso di
Scholle aveva dimostrato chiaramente che questi comportamenti non erano da ascrivere per forza solo a
un sesso o a una particolare religione.
Cielo, hai sparato in testa a una donna per salvare un bambino. Quindi cosa faresti se ti
trovassi davanti al Collezionista?.
Mi resi conto, sbalordito, che stavo davvero riflettendo sulle domande retoriche di Scholle.
Lo guardai in quegli occhi piccoli e acquosi. Vi lessi dentro una convinzione che scaturiva dalla
rabbia e annuii.
Tanto pi ero diverso da quell'uomo, tanto pi capivo cosa voleva dirmi.
Scholle era un impulsivo. Un uomo a cui era gi capitato di aver perso qualcuno perch aveva
esitato troppo a lungo. Non avrebbe commesso quell'errore una seconda volta.
Non con me.
Sobbalzammo in un paio di occasioni, poi l'elevatore fin la sua corsa.
Meno uno.
Di l ordin ai poliziotti, e mi spinse verso sinistra nel corridoio dello scantinato, la cui
illuminazione era affidata solamente ad alcune fredde luci a risparmio energetico.
Un tempo avrei fatto esattamente come te gli dissi. Al Collezionista avrei spremuto fuori
tutta la merda che ha dentro, per fargli confessare il nascondiglio. Ma da quando ho ucciso quella
donna sul ponte, tutto  cambiato.
La nostra camminata termin dopo venti metri, alla fine del corridoio, davanti a una grande
porta di sicurezza in acciaio pesante e satinato.
Ah s? rispose, e diede ordine ai poliziotti di rimanere davanti alla porta.
E come mai?.
Perch oggi so cosa significa non essere sicuri di aver preso la persona giusta.
Scoppi in una risata.
Stai facendo un errore. Io non sono il Collezionista.
Scholle si asciug di nuovo il sudore dalla fronte e socchiuse gli occhi. Questo lo vedremo
concluse, facendomi l'occhiolino.
Poi apr la porta scaraventandomi nel buio.
21
(55 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Tobias Traunstein
Una matrioska. Era davvero intrappolato dentro una di quelle bambole. Tobias non sapeva
proprio con che cosa avesse scambiato la cassa di legno, ma almeno ora poteva respirare. Per la prima
volta da molte, molte ore non aveva pi la sensazione di dover sollevare con la gabbia toracica una
cassetta di limonata. Non vedeva neppure pi quelle lucine davanti agli occhi e riusc a mantenere
l'equilibrio persino quando si alz. Perch ora, nel suo nuovo ambiente rivestito di acciaio, poteva farlo.
Certo, era ancora buio, e il suo mal di testa pulsava peggio di prima, nella valigia. Era normale,
dopo che aveva dovuto puntellare cos a lungo il cacciavite contro la parete di legno, fino a quando si
erano staccati prima singoli trucioli, poi intere schegge. Subito aveva scavato solo un piccolo buco,
appena sufficiente per l'indice. Poi, quando era riuscito a far passare tutta la mano e infine
l'avambraccio, si era reso conto che avrebbe dovuto ricominciare ancora dall'inizio, un po' pi a destra.
Un po' pi in alto. Era sfortuna, ma avrebbe potuto anche andargli peggio. Se avesse cominciato appena
pochi centimetri pi in basso, non avrebbe mai potuto tastare il catenaccio che teneva chiuso il
coperchio sulle pareti della cassa. Le sue dita lo avevano toccato, ma era troppo lontano per riuscire a
muoverlo.
E ora dove sono?
Tobias sent una nuova ondata di paura attraversargli il corpo. Non ricordava di essere mai stato
prima in una stanza le cui pareti fossero cos fredde e lisce.
Un cassonetto dell'immondizia, pens in preda al panico. Almeno credo che l'interno potrebbe
essere cos.
Per fortuna non puzzava tanto. In effetti sembrava pi che altro odore di officina. O di nave.
S, accidenti, quella era la stessa puzza che aveva sentito sul motoscafo che pap stava per
comprare una volta.
Sapeva di olio lubrificante e acqua salmastra. E poi ondeggiava leggermente.
Tobias aveva ispezionato tutto il pavimento e ogni parete ed era persino rientrato nella cassa di
legno, ma questa volta non aveva trovato alcun attrezzo con cui colpire il metallo che lo circondava.
Tastando una delle pareti aveva trovato una sottile fessura, quasi al centro, ma nessun punto in
cui poterla forzare. Dopo il terzo tentativo il cacciavite si era staccato dal manico ed era caduto con un
forte tonfo.
A quel punto era rimasto disteso sul pavimento, sfinito e impotente.
Sul pavimento ondeggiante.
Inizialmente pensava fosse uno scherzo del suo equilibrio. In effetti non toccava n cibo n
acqua da giorni e si sentiva fiacco e debole. Quindi la sensazione che il pavimento si muovesse sotto i
suoi piedi era del tutto comprensibile. Tuttavia c'erano anche quei rumori. Quei cigolii, come di una
fune asciutta tirata da un peso.
L... l c' qualcosa.
Tobias lott contro la stanchezza di piombo che lo aveva sopraffatto all'improvviso, come il
buio in cui si era svegliato.
Paura, fame, sete, stress, spossatezza... Avrebbe potuto apportarli forse per un'altra mezz'ora, se
a quel punto non gli fosse mancato qualcosa di necessario quasi pi dell'aria ritrovata: la speranza.
Cap che non sarebbe mai uscito da l. Non con le proprie forze, almeno. Non gli bastavano
neppure per alzarsi. Una volta aveva sentito dire che le vittime di incidenti non devono addormentarsi.
Che devono restare sveglie per non morire.
Quindi devo alzarmi. Non dormo mai in piedi. Solo se sono disteso. Non ci riesco...
Merda!.
Il cuore di Tobias sobbalz sotto la maglietta sudata.
Cos'era stato?
Barcoll indietro di un passo e lo sent nuovamente sulla spalla.
Prima non c'era, sono sicuro. Ma da dove sbuca all'improvviso?
In quel buio non si era accorto della corda.
Una corda? Perch una corda intrecciata dovrebbe pendere dal soffitto in una stanza
d'acciaio?
La afferr in alto, strinse cautamente le dita attorno a essa e la fece scivolare verso il basso,
finch, all'estremit della corda, sent una maniglia di plastica.
E ora?
Tobias esit. Solo un momento, poi fece ci che ogni essere umano avrebbe fatto se gli fosse
stata tesa una mano nel buio.
Vi si aggrapp.
Oh no, ti prego, no...
Tobias lasci subito la corda, ma ormai era troppo tardi.
Non volevo... ti prego, no...
Il pavimento sotto ai suoi piedi aveva ripreso a oscillare. Ma molto pi forte di prima.
20
(49 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Piastrelle bianche ricoperte di polvere, tavoli in alluminio opaco, cappe per il vapore sui
banchi... Inizialmente pensai di essere finito nell'obitorio dell'ospedale.
Poi notai la credenza con le stoviglie e il nastro scorrevole per i piatti al centro della stanza, e
cominciai a capire dove mi trovavo. Poich Scholle non accese i neon che avevamo sulla testa, l'unica
fonte di luce era costituita dai pochi raggi opachi di un lampione del parco che filtravano attraverso le
finestre sotterranee. Nella penombra potevo solo intuire contorni e ombre. Avevo la sensazione di
trovarmi in una foto in bianco e nero.
Un tempo questa era la cucina disse Scholle e indic tre grossi paioli rovesciati alla sua
destra, a mio parere pi adatti a una birreria. Le pappette le cuociono nella nuova struttura, ora. Tutti
gli scantinati sono in disuso. Il che significa che nessuno verr a disturbarci quaggi.
Un grumo d'intonaco scricchiol sotto la suola di cuoio, quando si avvicin a un piano di lavoro
dalla forma quadrata che dominava per un terzo la cucina silenziosa. Aveva quasi le dimensioni di una
macchina monovolume, con quattro fuochi, due lavandini e un piano di lavoro rivestito di piastrelle
color marrone e ingombro di quella spazzatura che si accumula in ogni cantina abbandonata: una
multipresa rotta, dei fili elettrici strappati, stoviglie di cartone sporche, bicchieri di plastica utilizzati
come posacenere e una bottiglia di Coca-Cola mezza piena. Scholle spazz via col gomito tutta quella
roba, che cadde sul pavimento.
Stoya lo sa che siamo qui? chiesi.
Rise. Ma certo che lo sa. Anche se, ufficialmente, non lo ammetter mai. Quel topo vigliacco
non vorr certo rovinarsi la carriera per un arresto illegale. Stoya non crede che tu sia colpevole. Al
contrario di me. Non ha neppure chiamato il giudice, quella checca.
Arresto illegale?
Non avete il mandato?.
Secondo te perch l fuori ci sono Starsky e Hutch e non dei professionisti? Quei due mi
devono un favore.
Scholle estrasse dalla tasca della giacca una mappa della citt e la distese sul piano di ceramica
che aveva appena liberato.
Stoya voleva solo parlarti. Da poliziotto a ex poliziotto. Voleva darti un'ultima possibilit di
spiegarci come mai ti sei trovato proprio nel luogo dei due omicidi e conosci tutti i dettagli dei fatti. Per
fortuna l'ho convinto che io sono il pi adatto a farti sputare le risposte alla svelta.
Ah, ma  chiaro. Stoya gli avr detto ufficialmente, davanti a testimoni, che avrebbe dovuto
portarmi al commissariato per un colloquio, e in modo non ufficiale gli ha fatto l'occhiolino.
Approfittai del momento in cui Scholle mi volt la schiena per individuare l'uscita di sicurezza
che una cucina di quelle dimensioni doveva per forza avere, ma Scholle aveva lasciato spenta la luce di
proposito. Tutto ci che potei vedere furono quattro piccole lucine sospese, che non sarei mai riuscito a
raggiungere senza che quel bestione si lanciasse su di me. A differenza di me, lui conosceva la boxe
solo per averla vista in televisione. La sua altezza e il suo peso non potevano compensare anni di
allenamenti. Ma le manette ai miei polsi, invece, s.
Lasciami andare, Scholle. Non  troppo tardi.
Invece s.
Guard per un attimo il suo orologio e sospir. Il tempo passa, quindi risparmiamoci i
convenevoli e facciamo un patto: io ti dico quello che so e poi tu mi racconti quello che voglio io.
Stai facendo un grosso sbaglio, Scholle.
Affare fatto, allora. Comincio. Abbiamo ritrovato l'auto con cui hai trasportato il bambino.
Una pattuglia l'ha scoperta a Kpenick, a circa dieci minuti di macchina da qui, nel parcheggio di una
discarica abbandonata.
Picchiett con le dita sul quadrante in basso a destra della mappa.
Non sono stato io dissi.
Nel baule c'erano prove evidenti. Capelli, fibre, unghie.
Pu essere, ma io non ho portato l la macchina.
Ormai non mi ascoltava pi. Stoya  sul posto proprio adesso. Al momento otto cani poliziotto
stanno rastrellando la zona, ma, come puoi vedere tu stesso,  una zona industriale maledettamente
grande.
Sbatt rabbioso la mandibola, quasi volesse masticare le proprie parole, prima di afferrarmi la
testa e scuoterla. Troppo grande per riuscirci con il tempo rimasto. Perci mi affido alla tua
collaborazione.
Scholle, per favore....
Bene, questa era la mia parte. Ora tocca a te. Dimmi dove sono.
Non lo so.
Dov' il nascondiglio in cui affoghi i bambini?.
Affogo?
Te lo giuro. Cerco quello schifoso esattamente come te.
Scosse la testa guardandomi come un padre che sta perdendo la pazienza con il figlio testardo.
E va bene sospir, richiudendo la cartina. Per fortuna qui sotto c' ancora corrente.
Sentii uno scricchiolio, poi un rumore elettrostatico come se qualcuno avesse acceso un vecchio
televisore. Contemporaneamente si accese una luce rossa sul retro del blocco cucina.
Poi accaddero diverse cose contemporaneamente.
Prima sentii uno spostamento d'aria, poi fui colpito da un dolore alla nuca, e non potei pi
muovere la testa senza avere la sensazione che il mio collo si sarebbe spezzato. Il braccio di Scholle mi
impediva di urlare, quando mi trascin a forza verso il blocco cucina, il cui piano cottura cominciava a
divenire incandescente.
Poi mi colp la parte anteriore delle gambe e crollai. Le mie ginocchia caddero pesantemente sul
pavimento, e improvvisamente ci fu quella luce.
Inizialmente pensai che il dolore proiettasse i suoi lampi acuti direttamente sulla retina, poi i
neon lampeggiarono sulla mia testa, e capii che qualcuno doveva aver acceso la luce.
Stoya? Pensai, e pregai che Scholle avesse frainteso il segnale del suo collega.
Ma poi intravidi un paio di stivali sporchi sulla porta della cucina e tutta la speranza rimasta di
poter ancora sfuggire alla tortura mor.
19
Ho detto che non voglio essere disturbato.... Scholle allent la presa e rise con aria stupita.
Okay, che succede?.
Mi gett di lato lasciandomi ansimante davanti al piano cottura.
Stavo per prendere un caff su nell'atrio, quando questa qui ha chiesto in portineria della
madre di Zorbach disse uno dei due poliziotti.
Merda, Alina, avresti dovuto aspettare in macchina che tornassi.
Avevi parlato di lei, prima, cos ho pensato che forse volevi sentirla, Scholle.
In quel momento la mia laringe schiacciata mi doleva da morire, e utilizzai tutte le forze che mi
erano rimaste per pompare di nuovo aria nei polmoni. Ci volle un po' prima che potessi rialzare la testa.
Ma l'avevo gi riconosciuta dagli stivali consumati da cowboy, prima che sputasse in faccia a Scholle.
Non toccarmi, mezza sega.
Il poliziotto ringrazi l'agente ridendo e lo mand via. Attese finch la porta fu chiusa, poi prese
Alina per un braccio, le tolse il bastone e la scagli brutalmente verso di me.
Ma guarda un po', allora il fantasma esiste.
Fantasma?
Mi sollevai. Avrei voluto massaggiarmi il collo, ma le mani erano legate dietro la schiena.
Cosa intende? pensai, e mi stupii perch Scholle rispose subito alla mia domanda.
Evidentemente avevo pensato a voce alta.
Alina non  il suo vero nome. Eh gi, sei sorpreso, vero, Zorbach? E la tua amica cieca, qui,
non ha mai fatto nessuna deposizione da noi.
Nome falso? Nessuna deposizione?
Il dolore martellante alla testa si sciolse solo lentamente, e ci volle un po' per elaborare le
domande.
Ma  vero? gracchiai.
Nella luce cruda Alina sembrava un cadavere vivente. La pelle era bianca, le labbra esangui e
gli occhi opachi somigliavano a quelli di una bambola.
Non sei stata alla polizia?.
Ripensai a tutte le cose che mi aveva raccontato gi dal nostro primo incontro sulla casa
galleggiante. Le visioni dell'ultimo omicidio del Collezionista, delle quali alcune si erano poi rivelate
vere: ...quarantacinque ore e sette minuti, il bungalow con il canestro da basket vicino al garage...
Quelle informazioni erano mischiate con ricordi che poi alla fine si erano dimostrati sbagliati -
...solo un bambino. Non sono stati rapiti in due... - o che non avevano senso -...poi la donna ha riso
dicendo... sto giocando a nascondino col bambino... Mio Dio... non andare in cantina...
Stronzate rugg. Certo che ci sono stata in quel commissariato del cazzo. Mi hanno spedito
da un demente che di certo non ha compilato correttamente le carte. Continuava a divincolarsi per
liberarsi dalle mani di Scholle. E da quando  vietato lavorare con uno pseudonimo? Lo shiatsu 
un'arte e Alina Gregoriev  il mio nome d'arte. Cazzo, se fate cos schifo nelle ricerche, non c' da
meravigliarsi se non riuscite a prendere il Collezionista di occhi.
Un momento.
Scholle prese Alina per i polsi trascinandola dall'altra parte del blocco cucina, dove la leg al
lavandino di fronte a me.
Un ex poliziotto suonato e una mitomane cieca disse scuotendo la testa. Bene, ora la brigata
 al completo.
Stai facendo un grosso errore gli ripetei. Un secondo dopo non potevo pi neppure
sussurrare. Scholle era tornato dalla parte del piano di lavoro in cui mi trovavo e mi aveva sferrato un
violento calcio allo stomaco. Prima di riprendere fiato mi trovai di nuovo sul piano del fornello.
Terrorizzato tirai indietro la testa cercando di resistere in quella posizione. Non devo abbassarmi... Il
petto e il ventre erano pressati contro il piano di ceramica freddo e il volto - non devo abbassarmi, non
devo calare la testa in nessun caso... - era sospeso proprio sopra la piastra incandescente.
L'ultima cosa che vidi, prima di sentirmi bruciare, fu Alina che con la manica della giacca si
asciugava il sudore dalla fronte. Non era a neppure due metri da me, ma con quel blocco che ci
divideva era come se fosse stata in un'altra stanza. Anche se avesse potuto allungare il braccio libero
sul piano cottura, non sarebbe riuscita a toccarmi con la punta delle dita.
Scholle non era certo un novellino. Per evitare brutte sorprese aveva allontanato dal nostro
raggio d'azione tutte le cianfrusaglie sul pavimento - vecchi secchi, spatole, fili di ferro - che avrebbero
potuto essere usate come un'arma.
Sono finito, pensai e mi chiesi come avrei potuto ancora sopportare per un solo secondo quel
calore bollente al viso. Ma poi fu anche peggio.
Allora, per l'ultima volta continu Scholle senza prendere fiato dove hai portato i
bambini?.
La distanza fra il mento e la piastra diminu ancora. Le zampe di Scholle tenevano con forza la
mia testa premendola senza piet verso il basso.
Non lo so! piagnucolai. Una goccia di sudore cadde davanti al mio volto sibilando sulla
spirale incandescente. Poi la spirale si avvicin ancora e dovetti chiudere gli occhi per evitare che si
seccassero.
Dov' quel maledetto nascondiglio?.
Oddio,  impazzito, pensai.  completamente impazzito e io sono nelle sue mani.
Le vertebre del mio collo scricchiolarono e sentii che stavo per perdere le forze. Non potevo
resistere ancora per molto con i muscoli in tensione. Non lo so sibilai senza neppure sapere se
Scholle potesse ancora sentirmi.
Il calore era pari alle fiamme dell'inferno. Il mio naso distava un dito dalla piastra incandescente
e mi pareva che le sopracciglia si fossero sciolte.
Basta grid una voce femminile, che supposi appartenesse ad Alina. La mia capacit di
comprensione era ridotta ai minimi termini per la sopravvivenza. Pensai di sentire Alina dire altre cose
tipo "tutto questo non ha senso" oppure "lei tortura la persona sbagliata", ma in quel momento, in cui
stavo per baciare la piastra incandescente, non ne fui tanto certo. Tutto il sangue pulsava nella mia
testa, che mi sembrava essersi gonfiata fino a raddoppiare la sua dimensione. Pulsava nelle vene, nelle
orecchie e sotto la pelle, che nel mio terrore vedevo gi staccata dalla scatola cranica.
Mentre con la forza della disperazione lottavo contro la pressione sulla nuca, aprii un'ultima
volta gli occhi... e cercai di gridare.
Oddio no, pensai ancora, sconcertato dall'ombra di Scholle che, avvicinandosi al blocco della
cucina, diventava sempre pi grande.
Ti prego, non farlo.
Sperai, anzi pregai dentro di me, che Alina non fosse tanto pazza come credevo, ma poi arriv
persino a superare se stessa: Lei deve fare del male a me, se vuole avere le risposte. Scholle fece
appena in tempo a mormorare Merda, che Alina aveva gi premuto la propria mano sulla piastra
incandescente.
18
(39 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Due poliziotti (davanti alla porta
della cucina in disuso)
Cosa pensi di fare? chiese uno dei poliziotti e con la lingua spinse la gomma da masticare
verso l'altra parte della sua mandibola ruminante.
Il suo collega pi giovane rimase pietrificato mentre stava per aprire l'enorme porta che
conduceva nella vecchia cucina della clinica, dietro la quale Alexander Zorbach aveva gridato in modo
tanto agghiacciante.
Nooooooooooooo....
Ma non crederai che noi....
Cosa?.
Poi anche la donna inizi a urlare, in modo ancora pi acuto e straziante dell'uomo.
Il poliziotto giovane con i baffi impallid.
Un'occhiata. Dobbiamo dare un'occhiata.
Senti, ragazzino, Scholle era gi abbastanza incazzato quando gli ho portato la cieca. Ha detto
che non vuole essere disturbato. Per nessun motivo.
In qualche modo l'urlo della donna si spezz in due. La parte pi alta mor quasi subito. Le urla
oscure e rauche rantolarono ancora per un bel po'.
Ti devo avvertire continu quello di grado pi elevato con voce bassa ma chiara. Cosa
credevi che succedesse qui? Siamo completamente soli in questa parte dell'edificio.
Si ud del baccano e la voce di Scholle che grid a squarciagola: Merda, ma che diavolo....
La mano del poliziotto giovane si spinse nuovamente verso la maniglia della porta.
Se ora entri, la tua vita cambier, ragazzo. Quindi devi fare una scelta. E non importa quale,
ma ti garantisco che d'ora in poi la tua vita non sar mai pi quella di prima.
Da dietro la porta si ud un colpo soffocato. Poi Zorbach url e si sent un rumore come di
qualcuno che trascinasse un sacco sul pavimento di pietra.
Immagina di vedere qualcosa che dovrai mettere a rapporto spieg il poliziotto pi vecchio.
E che, se lo farai, ti procurer un nemico per tutta la vita, e nessuno ti vorr mai pi come compagno.
Di nuovo la gomma da masticare cambi lato.
Fai come me. Se vuoi proprio andare da qualche parte, vai di sopra e prenditi un caff al
distributore, okay?. Rise. Ma non portarti dietro un'altra cieca.
Il pivello si afferr nervosamente la nuca. Se non lo riferissi, non potrei mai pi guardarmi allo
specchio, credo.
Riferire cosa?.
Ma s, quello schifo l dentro.
Ma di che parli? chiese l'agente pi vecchio. Si pose la mano dietro l'orecchio destro. Io non
sento proprio niente.
E in effetti.
Il giovane trattenne il fiato e si concentr sui rumori, che non si sentivano pi.
Dietro la porta della vecchia cucina c'era il silenzio.
Un silenzio mortale, pens e si sent male quando le sue dita lasciarono lentamente la maniglia.
17
Alina Gregoriev
Scusa, ma sono un po' confusa. Sto giocando a nascondino col bambino. Non ci crederai, ma
non riesco pi a trovarlo.
Alina poteva a malapena sentire la voce eccitata della donna, molto attutita, come da lontano. Il
dolore, che assorbiva quasi tutta la sua concentrazione e che la riportava ai ricordi, si diffondeva come
una colata di lava dentro di lei. Per un breve momento oscill tra la realt dolorosa in cui sentiva
l'odore dolciastro di pelle bruciata - della sua stessa pelle - e il mondo delle visioni in cui sprofondava
sempre pi e in cui il marito gridava terrorizzato nel vivavoce del telefono l'ultima raccomandazione
alla moglie: Mio Dio, come ho potuto essere tanto cieco? E troppo tardi. Non andare in cantina, per
nessun motivo. Mi hai sentito? Non andare in cantina.
Alina riusciva ancora a sentire il bruciore mentre cadeva sulle piastrelle della cucina, e poi di
tutto quel dolore rimase solo la luce che premeva dietro ai suoi occhi e nella quale vedeva per la
seconda volta gli ultimi momenti prima dell'omicidio.
Da un nascondiglio dietro la porta della cucina. Con gli occhi del Collezionista!
Le ultime parole del marito prima della morte di sua moglie si spensero, e poi qualcuno mise
alla massima velocit il film nella sua testa.
Dovette provare ancora l'esperienza di scivolare nel corpo di un estraneo e rompere il collo alla
madre, trascinarla in giardino e portare il bambino - solo uno... ma santo cielo, dov' finita l'altra
bambina? - nel bagagliaio della macchina. Guid nuovamente verso la collina, guard dal cannocchiale
il padre che, appena arrivato, crollava sul prato davanti alla moglie morta. Poi il regista tagli parte del
suo incubo e salt la sequenza in cui entrava nel bungalow e beveva una Coca. Le mostr invece un
ricordo completamente nuovo in cui le scene non erano omogenee e si accalcavano l'una sull'altra come
un trailer tagliato a caso.
Una sedia a rotelle. La testa di un bambino appoggiata allo schienale. Grossi piedi maschili
che spingono la sedia sulla ghiaia, poi una salita...
No, non una salita.  pi che altro una...
...passerella. Esatto, la passerella di un'imbarcazione.
Riesce a intravedere l'acqua, sotto le assi, che luccica nera come l'inchiostro. Intorno a loro ci
sono molte macchie bianche e molte ombre. Sono posti per delle cose che prima della sua cecit non
aveva mai visto e che quindi non poteva vedere nemmeno nelle sue visioni.
Di nuovo il film balz in avanti. Ora pu vedere un occhio,  marrone, si socchiude
avvicinandosi a uno specchio.
O mio Dio, vedo i suoi occhi. Gli occhi dell'assassino. Ma li vedo non in uno specchio,
piuttosto...
...nella lente di uno spioncino.
L'occhio scompare quando sente le ciglia toccare una porta di metallo freddo.
...bianca e spessa, con una leva per aprirla, come nel suo vecchio frigo americano, per molto
pi grande.
E poi vede l'interno. Dentro il nascondiglio. Il bambino  sul pavimento, le gambe raccolte, con
il corpo in posizione fetale. Lo vede tremare, vede che si preme le mani sulla gola e sembra strozzarsi,
infine si accorge all'improvviso di avere in mano un orologio.
Dev'essere una specie di cronometro, perch mostra ancora solo pochi secondi.
Poi sente le lacrime.
Piango, pensa Alina, e poi si corregge subito. No, non io. Non sono io che sto piangendo, ma il
Collezionista di occhi.
Poi sente un grido, e questa volta non  un grido estraneo, ma piuttosto la sua voce. Cerca di
spingere con mani e piedi la porta di sicurezza, ma la parete dietro la quale gli ultimi secondi
dell'ultimatum scorrono via inutilizzati  scomparsa.
Colpisce con forza, urla, e apre gli occhi quando sente che il dolore l'aggredisce di nuovo.
Il film si ferma. Le immagini sono scomparse.
Alina  nuovamente nel familiare e oscuro nulla della sua vita, che inghiotte tutto.
16
(26 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Sto venendo da te gridai nel telefono e premetti con forza il pedale del gas. Al mio fianco
Alina gemeva mentre cercava di muovere le dita della mano. La pelle del suo palmo, che non aveva
ricevuto alcuna cura e si stava ricoprendo di vesciche, sembrava fosse stata immersa nella cera.
Un momento.... Stoya sembr del tutto sbalordito. Zorbach? Ma sei tu?.
Esatto. Sorpreso, vero?
Guardai Frank nello specchietto retrovisore, mentre con gesti meccanici grattava il collo di
TomTom. Pareva non capacitarsi di ci che era accaduto.
La sua irruzione attraverso la porta di servizio. L'automutilazione di Alina. La lotta. La fuga.
Tutto era avvenuto in quei pochi secondi, ma Frank avrebbe impiegato settimane per rendersene
conto. Intanto continuava a sentirsi in colpa per aver ceduto alle pressioni di Stoya spedendomi
quell'SMS falso, attraverso il quale erano riusciti a stanarmi. Ma non potevo avercela con Frank. Stoya,
quel porco, gli aveva giurato che non mi avrebbero arrestato, ma soltanto interrogato. Nessuno poteva
prevedere che la cosa sarebbe arrivata a quel punto. Inoltre, liberando me e Alina, Frank aveva riparato
abbondantemente al suo errore.
Dov' Scholle? chiese Stoya.
Qualcuno dovrebbe dare un'occhiata nelle vecchie cucine.
Mi trattenni dal fare altri commenti. Certo, avrei potuto fargli notare che era stato un bell'errore
lasciare a piede libero il mio praticante solo perch non c'era nulla contro di lui. Frank non era un
criminale, ma era leale. Appena aveva capito che Scholle voleva arrestarmi, era saltato su un taxi in
direzione del Park Sanatorium. Inizialmente aveva pensato di farsi lasciare all'ingresso posteriore, poi
aveva pregato il conducente di fermarsi vicino alla Toyota che aveva intravisto parcheggiata in una
piccola via laterale. Pagando aveva notato Alina che, a un centinaio di metri da lui, camminava
picchiettando il bastone sul marciapiede.
L'aveva chiamata, ma il vento aveva spinto la sua voce nella direzione opposta. A quel punto
aveva sollevato il cappuccio dell'impermeabile comportandosi come un qualunque visitatore della casa
di cura. Quando infine aveva raggiunto la reception, aveva visto che un poliziotto aveva avvicinato
Alina e poi l'aveva costretta a seguirlo. Si era incuriosito quando l'agente l'aveva condotta verso il
montacarichi. E ancora di pi quando aveva letto sull'indicatore del piano che l'ascensore era sceso nei
sotterranei.
Si era fermato a meno uno.
Frank aveva preso le scale.
LAVORI IN CORSO - VIETATO IL PASSAGGIO, diceva un cartello al pianterreno. Nel
frattempo lo stupore si era trasformato a poco a poco nella sensazione che l sotto qualcosa non
andasse per il verso giusto.
La porta non era chiusa a chiave, di certo per motivi di sicurezza.
Starsky e Hutch non si erano accorti di lui, mentre svoltava velocemente a destra, infilandosi
nel retro della cucina attraverso un'uscita di sicurezza, anch'essa aperta.
Avrei potuto raccontare tutto questo a Stoya, e anche il fatto che Frank era piombato dentro
quell'oscurit proprio nel momento in cui il suo partner sadico stava per marchiarmi a fuoco la faccia.
L'ombra che avevo visto ingrandirsi sempre di pi dietro di me non apparteneva a Scholle ma a Frank,
il quale - armato di una barra di metallo trovata sul pavimento - aveva approfittato dell'attimo di
spavento del poliziotto. Lo aveva colpito quando Scholle, inorridito dal gesto autolesionista di Alina,
aveva allentato per un attimo la presa sulla mia testa. Non era il momento per fare tutti quei discorsi.
Rimanevano solo venticinque minuti allo scadere dell'ultimatum e non avevo nessuna intenzione di
sprecarli raccontando a Stoya come avevamo fatto a raggiungere, attraverso l'uscita di sicurezza, la
Toyota sulla quale ora stavamo correndo in autostrada.
Dove sei adesso? chiese Stoya in un tono molto misurato e attento ad apparire il pi calmo
possibile.
Sto venendo da te. Ma questo non conta, ora.  meglio che mi dici se avete trovato l'auto
vicino a una zona con dell'acqua.
Quale auto?.
Risparmiami i tuoi giochetti e non sprecare altro tempo. S o no. Fiume, canale, lago... non
importa. C' dell'acqua nelle vicinanze?.
Una breve esitazione, e infine un secco e veloce S.
Bene. Era ovvio. E per favore, adesso non chiedermi come ci sono arrivato....
Io stesso non posso crederci.
...ma dovete cercare il bambino su un'imbarcazione.
Una barca?.
S, un mercantile o una barca a vela, qualcosa che galleggia.
Sempre che si voglia perseguire questa follia e credere che gli ultimi "ricordi" di Alina abbiano
un senso.
Mi sento male mormor Alina al mio fianco. Allontanai per un attimo l'auricolare
dall'orecchio. Per l'ennesima volta rifiut decisa la mia proposta di riportarla alla clinica.
Merda, non abbiamo tempo di controllare ogni bagnarola sentii abbaiare Stoya nel telefono
che avevo riavvicinato all'orecchio. Non ci resta neppure mezz'ora. Se mi stai deviando su una traccia
sbagliata....
Voi non avete nessuna traccia lo interruppi. E se il nascondiglio  sull'acqua, non c' da
stupirsi del fatto che finora i cani non lo abbiano trovato, giusto?.
Silenzio. Non sentivo altro che il rumore del traffico attraverso il quale sfrecciavo. Non posso
dirti con certezza se ho ragione cercai ancora di convincere Stoya. A dire il vero io stesso non ne
sono convinto. Ma se comunque state brancolando nel vuoto, non c' nulla da perdere, no?.
La pausa seguente fu ancora pi lunga della prima. Solo dopo venti secondi, che mi sembrarono
altrettanti minuti, sentii che Stoya prendeva una decisione, ma purtroppo anche questa volta commise
un errore.
15
(19 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
Non sembri bella nemmeno da lontano.
Lasciando scorrere lo sguardo sul parcheggio poco illuminato, Stoya non riusciva a togliersi
dalla testa quella frase toccante dell'inno a Berlino scritto da Peter Fox: asfalto scrostato, una guardiola
tutta storta con le finestre rotte e un cancello demolito all'ingresso, immondizia scaraventata a caso
proveniente da tutta la zona circostante.
La discarica, fallita gi da molti anni, prima era solo un'ulteriore prova che la capitale era
andata in rovina. Solitamente un mezzo parcheggiato qui sarebbe stato subito notato dalle ruspe che
avanzavano per riempire l'inceneritore fino al comignolo.
Dopo che il commissario aveva rifiutato fino a quel momento la collaborazione, ora chiedeva
all'improvviso gli straordinari. Alcuni giovani teppisti avevano proprio scelto la Passat verde
dell'infermiera Katharina Vanghal per sfogare la loro rabbia di una serata fallita in discoteca (il
buttafuori non li aveva fatti entrare), e nel momento esatto in cui una pattuglia radio notturna passava l
davanti - quindi la macchina, alla quale ora mancavano entrambi gli specchietti e un finestrino, era stata
segnalata. Motivo per cui sul computer si accesero tutte le luci di allarme quando, poche ore pi tardi,
la Passat fu indicata tra i criteri di ricerca come collegamento con il Collezionista.
Quante imbarcazioni sospette ci sono? chiese per radio Stoya al capo della squadra speciale,
mentre si voltava verso il lato della strada.
S o no. Fiume, canale, lago... non importa. C' dell'acqua nelle vicinanze?. Ricord la
conversazione con Zorbach, terminata poco prima. Per la vista che gli si offriva, Stoya avrebbe voluto
ridere istericamente.
Maledizione, Zorbach. Siamo a Kpenick, qui non c' un centimetro asciutto, pens. Solo una
decina di milioni di possibili luoghi in cui il Collezionista pu affogare le sue vittime.
La zona industriale che fino a quel momento avevano scandagliato si trovava in un triangolo
d'acqua, il luogo in cui scorrevano i fiumi Dahme, Sprea e il canale navigabile Teltowkanal. Persino i
nomi delle strade avevano un suono umido. In quel momento Stoya era all'incrocio della Regattastrae
con la Tauchersteig, sebbene il secondo nome avesse un non so che di sinistro.
Taucherstieg. Rimandava all'idea di un'"immersione".
La radio che aveva in mano ronz, e Stoya ascolt la risposta del capo della squadra speciale.
Qui ci sono solo degli approdi privati. Abbiamo trovato circa una dozzina di barche ormeggiate a
causa del vento.
Lascia perdere le barche private.
Zorbach aveva raccontato qualcosa a proposito di un grande ambiente con una pesante porta
metallica, e una cosa simile non si trova su una lancia per amatori.
Dev'essere qualcosa di grande, probabilmente una barca commerciale.
Allora ce ne sono solo due.
Stoya annu. Un rimorchiatore per il carbone e una chiatta piena di container. La luna brillava
debole attraverso le fitte coltri di nubi, ma numerosi lampioni diffondevano la loro luce giallo zolfo sul
pontile, cos che anche Stoya, dalla sua posizione, poteva vedere bene le navi.
A causa dell'arrivo dell'inverno il traffico di prodotti attraverso le vie fluviali di Berlino era gi
diminuito molto, e anche le due imbarcazioni a uso commerciale sembravano aver finito il loro turno e
galleggiavano immobili sulla riva opposta del Teltowkanal.
Il rimorchiatore per il carbone  vicino alla banchina disse il poliziotto alla radio.
Stoya annu ancora. Per questo era tornato al parcheggio. Per farsi un'idea di come aveva fatto il
Collezionista a portare i bambini anestetizzati da qui fino al suo nascondiglio.
Con una sedia a rotelle aveva suggerito Zorbach. Allora l'assassino doveva aver fatto ogni
cosa due volte. Aprire due volte il bagagliaio, mettere per due volte la vittima addormentata a sedere, e
per due volte spingere inosservato la carrozzina dal parcheggio alla passerella della barca per poi...
Gi, per fare cosa? Se il Collezionista di occhi non era fuggito, allora gli era rimasta una sola
possibilit. Aveva dovuto trasportarli in un traghetto a noleggio per raggiungere l'altra sponda del
fiume.
Ma per quale motivo? Perch non  andato semplicemente dall'altra parte con l'auto?
Ispezionate la chiatta con i container disse e si chiese segretamente se non avesse perso anche
lui la ragione, come Zorbach. Quel tizio era evidentemente suonato, ma in ogni caso sapeva qualcosa.
Prima l'ultimatum, poi la multa e, non ultimo, il bungalow - ancora non poteva credere che il suo ex
collega fosse direttamente implicato in quella storia, ma era evidente che disponeva di informazioni che
provenivano dall'interno. E dopo che Scholle aveva chiaramente fallito nel suo compito, non gli restava
pi il tempo di capire come mai. Maledizione, non aveva pi neppure il tempo di verificare le
allucinazioni della cieca.
Ma il rimorchiatore  pi veloce da raggiungere dalla banchina obiett il capo della squadra
speciale. Stoya sentiva il motore del gommone con il quale il comandante, quattro dei suoi uomini e un
cane da traccia stavano raggiungendo l'altra riva, sia dal telefono che dall'aria che si spostava
sull'acqua. Evidentemente avevano seguito le sue indicazioni, e avevano diretto la rotta verso la lunga
nave sulla quale si trovavano almeno quaranta container metallici ammassati in tre strati.
Proprio perch  ancorata pi lontano  la nostra prima scelta spieg Stoya.
Mentre il gommone era piuttosto visibile anche dall'incrocio trafficato, la nave restava per cos
dire nella propria ombra. Dietro al pontile non si estendeva altro che una zona desolata, ideale per chi
avesse voluto portare a bordo un corpo ingombrante passando inosservato.
E inoltre il rimorchiatore per il carbone era troppo basso, riflett Stoya. Troppo basso per
un'ampia sottocoperta che potesse fungere da nascondiglio, cos come aveva raccontato Zorbach.
Ma tenne quel pensiero per s. Se per caso si stava sbagliando, nessuno avrebbe potuto fargli
pesare il fatto che la sua scelta si basasse sulle sensazioni di una medium cieca e non su fatti concreti.
E sulle indicazioni dell'indiziato principale!
Gente, quest'affare  enorme disse il capitano, che con il gommone si avvicinava sempre pi
all'obiettivo.
Pure! E non ci resta certo il tempo per ispezionare entrambe le navi....
Stoya apr le dita fradice di sudore lasciando la ricetrasmittente e preg di aver fatto la cosa
giusta.
14
Tobias Traunstein
Una volta, dopo la lezione di ginnastica, Kevin aveva sciolto per scherzo una delle cinghie che
tenevano fissata alla parete della palestra la pesante stuoia di plastica blu. Tobias, che era impegnato ad
allacciarsi le scarpe, non aveva potuto spostarsi abbastanza in fretta ed era rimasto sepolto dal colosso.
Il suo corpicino era rimasto premuto contro il parquet pi da una paura paralizzante che dalla
pesante parete di lattice. Non riusciva ad alzarsi, anche perch diversi bambini erano saltati sul
materasso, ridendo e tenendolo bloccato. In quell'istante aveva avuto la certezza che sarebbe morto in
pochi secondi. Aveva urlato.
...come una femminuccia, cazzo, che pena...
Aveva cominciato a piangere.
Non mi sono fatto la pip addosso. Anche se c' mancato poco...
E pi tardi, dopo che il signor Kerner aveva posto fine a quell'inutile trambusto, non aveva pi
parlato con Kevin per una settimana.
O era stato Jens? Ah, che me ne frega...
In quel momento, mentre si trovava con le gambe rannicchiate sul pavimento freddo e fissava
nel buio, si rese conto di quanto era stata ridicola la sua paura, allora. Il materasso non era caduto con
tutti gli angoli sul pavimento, e quindi era rimasta abbastanza aria per respirare. Anche ora che si era
liberato dalla cassa, l'ossigeno non era pi il problema. Penetrava tra le fessure della cabina di metallo
in cui si trovava. Ma diversamente da quel giorno in palestra, gli fu lentamente chiaro che qui non c'era
nessun signor Kerner, nessun insegnante di ginnastica che potesse porre fine a quella situazione
molesta sollevando la stuoia dalla sua testa. Allora la faccenda era durata solo pochi secondi, mentre
adesso si trovava da quasi due giorni in quell'oscurit. Senz'acqua, senza cibo. La sua prigione puzzava
di urina e feci, ma ormai Tobias non ci faceva pi caso. Si stava spegnendo.
...ho preso l'atlante? si chiedeva. Dopo educazione fisica c' geografia, e ho dimenticato
l'atlante...
Sent che qualcosa scricchiolava direttamente sotto il pavimento metallico, contro il quale aveva
premuto l'orecchio. Il pavimento aveva smesso di oscillare, forse era un buon segno. Perlomeno la
stanza sembrava non muoversi pi come aveva fatto subito dopo che aveva tirato quella maledetta
corda.
La corda! sbott. Perch l'ho fatto?. Poi scivol nuovamente nelle sue elucubrazioni
febbricitanti, in cui il timore pi grande era quello di prendere una nota sul registro di classe.
Il signor Pohl mi d un meno se mi presento ancora senza l'atlante. Sarebbe il terzo meno, e
pap si arrabbier di sicuro...
Un altro rumore lo spavent. Questa volta aveva un suono pi tranquillo del rimbombo di
prima. Era come un leggero mormorio. Tobias decise di dormire ancora.
...perch con tre meno sul registro di classe finisco in castigo...
Poi fu scosso da una nuova sensazione reale. Perch all'improvviso era dappertutto, dovunque
toccasse, ovunque allungasse le dita nel buio, lo sentiva sul pavimento: una fredda, agghiacciante,
invisibile umidit!
Apr la bocca assetato e, come un cane, lecc il pavimento bagnato.
Acqua. Finalmente.
Era cos tanto che non beveva, che le prime gocce gli parvero come acido che gli corrodeva la
gola. Poi and meglio. L'acqua, da dovunque provenisse, penetrava da sotto il nascondiglio e saliva
secondo dopo secondo, cosa che gli rese pi facile berla, ma poi divenne troppo ingordo.
Gli and di traverso e inizi a strozzarsi. Quando vomito, ebbe la sensazione che la sua scatola
cranica fosse scoppiata e caduta in pezzi accanto a lui in quel brodo leggermente salato.
Non ce la faccio pi, pens Tobias disperato e si sent improvvisamente troppo debole anche
per bere.
L'acqua lamb subito solo pochi centimetri, poi sempre pi parti del suo corpo, raggelandolo e
facendo s che fosse sopraffatto da forti tremori.
 andata cos. Mi arrendo.
Deglutire, ma anche solo aprire le labbra, richiedeva una forza soprannaturale. Di alzarsi non se
ne parlava nemmeno. Trovava difficile persino rimanere sdraiato. Restare sveglio era impossibile.
Va bene,  la cosa migliore, mi addormento, pens mezzo sveglio e mezzo avvolto in un
misericordioso sonno.
Cos pap non si arrabbier, se mi addormento... Nel sonno uno non pu prendere un meno,
vero?
Si distese su un fianco, rannicchiato in posizione fetale sul pavimento. L'occhio sinistro era gi
tutto coperto dall'acqua, quando qualcuno url forte il suo nome dall'altra parte della parete.
13
(10 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Squadra speciale d'azione
(sulla chiatta dei container)
Tobias?.
Pochi minuti dopo che gli uomini erano saliti sulla chiatta quadrata e si erano resi conto
dell'impossibilit della loro impresa, avevano iniziato a urlare il nome dei bambini.
Lea? Tobias?.
Nonostante i rinforzi che erano giunti dalla costa, il tempo residuo non consentiva di entrare in
ogni singolo container e controllarlo. Per prima cosa i cani non puntavano da nessuna parte: n nella
cabina di comando, e neppure nella sotto coperta che puzzava di petrolio e diesel; lo fecero solo una
volta, molto brevemente, quando si avvicinarono a una cabina interna, spaventando a morte il capitano.
Costui era stato svegliato dal rumore della porta distrutta e un attimo dopo si era sentito tirare gi dalla
sua cuccetta da uomini in tuta mimetica nera e passamontagna.
Un minuto dopo tre poliziotti piombarono nella piattaforma sottocoperta mentre i rinforzi sul
ponte cominciarono il lavoro di Sisifo, divellendo i piombi dai lucchetti dei container.
Tobias? Lea?.
Dal ponte, il richiamo rimbalzava sull'acqua del Teltow-kanal, sulla cui riva si erano fermati dei
curiosi.
Due ragazzi che facevano jogging, uno che passeggiava e una tipa che portava in giro il cane,
tutti che volevano sapere cosa significasse quel crescente spiegamento di camionette, ambulanze e auto
della polizia a quell'ora della mattina.
Le urla degli uomini all'interno dell'imbarcazione riecheggiavano fra le lastre di acciaio, le
tubature e le carrucole che stavano sottocoperta, ma non ottenevano alcuna risposta.
I poliziotti si sentivano sempre pi impotenti, e a volte ormai neanche pi prendevano le dovute
misure di sicurezza quando spalancavano una porta, balzavano in un ngolo o illuminavano un
corridoio.
Ancora sette minuti.
 praticamente impossibile, pens Stoya, che nel frattempo era salito sulla barca.
Ci siamo sbagliati, stava pensando quando i cani piombarono nella sala macchine.
12
(5 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Troppo tardi. Fissavo le luci lampeggianti e funeste delle macchine della polizia e capivo che la
missione non aveva alcuna possibilit di riuscita.
Cosa stai guardando? mi chiese Alina, che era scesa insieme a Frank e TomTom.
Avevamo parcheggiato la Toyota a distanza di sicurezza dal blocco, circa duecento metri prima
del ponte in cui si tramutava la strada incrociando il Teltowkanal.
Un ponte!
Di nuovo una lotta contro il tempo. E di nuovo il destino mi aveva condotto su un ponte.
Destino o caso? pensai, e davanti ai miei occhi comparve il tatuaggio di Alina.
Sono troppo pochi, non possono ispezionare tutta la nave affermai rispondendo alla sua
domanda, proprio mentre il mio telefono squillava. Pensavo fosse Stoya, ma quando guardai il display,
la mia disperazione crebbe.
Sei per strada?.
Non un cenno di saluto, un nome. Solo una domanda breve e accusatrice.
Considerando il suo tono dubbioso, era chiaro che Nicci sapeva gi la risposta.
No, maledizione, non ce la faccio.
Cominciai a balbettare, non sapevo cosa dire. La verit, infatti, cio che in quel momento ero
testimone di come uno spiegamento di polizia stesse inutilmente cercando di salvare due bambini
dall'annegamento, era cos insopportabile che non volli utilizzarla come scusa.
Dannazione, Alex. Glielo hai promesso.  sveglio gi da un'ora, ed  tremendamente eccitato
perch gli hai detto che alle sette avresti fatto colazione con noi. Ti puoi immaginare come sar triste
quando fra poco correr gi e vedr che il padre si  dimenticato di lui per il suo compleanno?.
Non l'ho dimenticato.
Ma non sei qui. Non ci sar nessuna colazione insieme, e neppure il tuo regalo  appeso alla
corda.
Sospirai e mi battei la mano disperatamente contro la fronte. Frank mi osservava con aria
interrogativa.
Il regalo! Perch mai avevo promesso a Julian un orologio? Una cosa tanto orribile e sinistra
che non fa altro che avvicinarci secondo dopo secondo alla morte.
Guardai l'orologio vecchio e fuori moda che avevo ereditato da mio padre e sperai che, per la
prima volta, il costoso oggetto svizzero stesse sbagliando. Che per qualche motivo le lancette avessero
fatto un improvviso balzo in avanti. Socchiusi gli occhi e all'improvviso sentii che il mio cervello aveva
registrato qualcosa vicino a me; qualcosa che in quell'istante non potevo distinguere chiaramente.
Chiusi gli occhi e cercai di ricordare a cosa avevo pensato prima che quella paura profonda penetrasse
in tutti i miei pori, e poi capii. Aprii le palpebre, voltai il capo ed era davvero l.
La targa della via.
Avr il suo regalo mormorai al telefono e chiusi.
Cos'? chiese Frank.
Le mie dita erano fredde e bianche mentre slacciavo il cinturino dell'orologio.
Non  certo la marca che voleva Julian, ma  dieci volte pi caro.
Lo porsi a Frank con le mani che tremavano.
Oh, no, no. Frank scosse la testa. Non ti lascio qui da solo, ora.
Ti prego, fammi questo favore. Sai dove abitavo prima. Dallo a Nicci, dille che lo lucidi e lo
impacchetti e che mi far perdonare.
No.
Per favore, non abbiamo pi tempo.
Alina, che era rimasta appoggiata alla macchina senza muoversi, rivolse l'orecchio nella mia
direzione. Anche lei all'improvviso assunse un'aria tesa, come se sentisse la minaccia che io stesso
avevo appena percepito.
Sulla targa della via.
Frank mi fiss negli occhi, e sentii che sapeva. Era giovane, ma non stupido, lo aveva
dimostrato molte volte. Sapeva fare uno pi uno e ovviamente intuiva che non era senza ragione che
volevo allontanarlo.
Portare questo regalo a mio figlio  l'aiuto pi grande che puoi offrirmi.
Notai che sollev le labbra per un'ultima obiezione, ma poi sembr rinchiudersi in s. Senza
dire una parola sal sull'auto, mi lanci un'occhiata triste e delusa e part senza salutare.
Voltai nuovamente lo sguardo verso la targa della strada.
Stando alle lettere sbiadite della scritta, ci trovavamo nella Grnauer Strae, e non in un posto
qualunque, ma direttamente davanti a un oscuro magazzino.
Grnauer Strae.
Ecco cosa aveva colpito il mio cervello, prima ancora che gli occhi me lo rivelassero.
Grnauer Strae 217.
I numeri sul retro della foto che avevo trovato sul comodino di mia madre non erano una data.
Ma un numero civico.
Grnau 21.7.
Ed era proprio davanti a noi.
11
(3 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Poco tempo prima avevo visitato insieme a Julian il Filmpark Babelsberg e avevo potuto
osservare le quinte di un film di guerra che era stato prodotto l. Ricordo come eravamo rimasti
impressionati dalla riproduzione di una casa bombardata. Le pareti crollate, i vetri delle finestre
disintegrati, le travi del tetto bruciate e ossa umane rivolte contro il cielo che spuntavano dalle macerie
- sembrava una scena assolutamente realistica. Ma tutto questo era solo una lontana parvenza di quanto
si stava aprendo davanti ai miei occhi.
Perch lo fa? Per quale motivo il Collezionista mi d tutti questi indizi?
Mi trovavo nel primo cortile della vecchia fabbrica al numero 217 della Grnauer Strae ed
ebbi ancora una volta la sensazione di essere tirato sempre pi a fondo da un invisibile guinzaglio.
Il suo  un gioco, riordinai i pensieri. Nascondino. Il pi vecchio gioco del mondo. E io sto
giocando con le sue regole. Seguo gli indizi che dissemina sul mio cammino, come in una caccia al
tesoro.
Devi aiutarmi pregai Alina.
Il giorno stava per arrivare, ma Berlino era ancora distesa sotto una coperta di nubi. Guardando
il cielo, la luna sembrava una torcia sotto una trapunta in piuma d'oca. Nei corridoi che circondavano i
vari cortili, non entrava un filo di luce.
Ho bisogno che mi indichi una cosa.
Alina chiuse la mano sinistra e vidi che il dolore le irrigid il volto.
Mi serve un altro ricordo!
Ovviamente avevo informato Stoya, che per al momento non avrebbe mai chiesto ulteriori
rinforzi per seguire le mie nuove fantasie. E anche se mi avesse spedito un'armata intera, non sarebbe
stata sufficiente.
Questo posto  troppo grande, Alina. Ci saranno almeno quattro cortili, e intorno null'altro che
rovine.  tutto quello che posso vedere da qui.
Mi dispiace, Alex.
Apr le palpebre, ma subito le richiuse come se un nevischio fine ma fastidioso le fosse andato
negli occhi.
Ci che avevo sentito prima era una nave. Non una fabbrica o un magazzino.
Non pu essere. La foto, i numeri. Non pu essere un caso.
Come mai in parte le visioni di Alina combaciavano tanto con la realt e in parte no?
E ora non vedo pi nulla perch....
Perch cosa?.
Niente rispose e fece un cenno di diniego, ma sapevo cosa stava pensando.
Perch il bambino oramai  morto.
Dov' TomTom? le chiesi.
Non potrebbe aiutarci qui. Nemmeno se avessimo qualcosa con l'odore dei due bimbi. Non 
un cane da ricerca.
Lo so.
E sapevo anche che nel frattempo l'ultimatum era quasi terminato. Non avevo pi un orologio
per controllare, ma presumevo che ci rimanessero solo pochi secondi.
Rifletti, Zorbach, rifletti.
Ovunque c'erano costruzioni vuote e buie. Ognuna uguale all'altra. Nessuna era illuminata, tutte
le porte erano aperte, e davanti a ogni entrata erano accatastati oggetti misteriosi. Avrei potuto rovistare
a lungo senza riuscire a trovare nessun segno particolare, senza poter riconoscere un indizio.
Il Collezionista di occhi vuole giocare. Detta regole chiare. Quarantacinque ore e sette
minuti...
Gi il primo cortile era talmente grande che la catasta di pneumatici per camion che si trovava
al centro sembrava un cumulo di pezzi di ricambio per mezzi giocattolo. C'erano infinite possibilit per
nascondere i gemelli in quel luogo. Cielo, avrebbero potuto anche essere direttamente sotto di noi, o
anche dall'altra parte, dove c'erano cumuli di scatolette di cibo per gatti.
Dove vai? chiese Alina, quando ritornai indietro verso il primo ingresso, che portava sulla
strada. Seguivo, pi che un vero piano, l'impulso di dover fare qualcosa quando aprii il telefono e, con
la debole luce del display, illuminai le lastre con le vecchie insegne.
FABBRICA TESSILE DI KPENICK, era scritto in alto, su quella pi grande. Le altre insegne
smaltate sulle quali una volta erano segnalati i vari settori - stampa, grafica, amministrazione,
distribuzione - erano rotte, scrostate o talmente sporche che non era pi possibile decifrarle.
Mi appoggiai contro quell'insegna fredda con le mani.
Pensa, Zorbach. Rifletti. Vuole che i bambini vengano cercati.  un gioco. Non c' gioco senza
chance. Se ti ha dato degli indizi,  stato solo per creare una situazione di parit.
Perch dovrebbe attirarti in questo posto per farti fallire?
Forse vuole solo umiliarti. Vederti fallire quando sei tanto vicino all'obiettivo?
O forse qui ha nascosto un ulteriore indizio?
Feci un passo di lato e illuminai un'altra insegna, di quelle obbligatorie che vietano agli estranei
l'ingresso in una zona pericolante.
Un'altra carta del gioco?
"Attenzione. Pericolo di morte" lessi ad alta voce.
Molto appropriata...
Poi il mio sguardo cadde sul secondo cartello, che si trovava sotto il primo.
"Cantina 77 allagata!".
Urlai cos forte che TomTom balz nel cortile.
Cantina 77!
Era questa la soluzione? Un altro indizio del gioco?
Mentre ancora correvo indietro verso Alina, la foto lampeggi nuovamente nella mia memoria.
Grnau 21.7.(77)
All'improvviso, da quel momento in poi, fu tutto fin troppo facile.
10
(1 minuto allo scadere
dell'ultimatum)
Tobias Traunstein
Galleggiava. Sgambettava. Moriva.
Prima di quei giorni al buio, Tobias non si era mai confrontato veramente con la morte. Anche
perch aveva compiuto da poco nove anni. A quest'et si ha ancora tutta la vita davanti era solito dire
suo nonno quando andava a trovarli nei giorni di festa.
Cavolo, nonno. Non ne ho pi tanta davanti a me. Oramai la mia testa tocca quasi il tetto di
questa tomba metallica e mi  rimasto solo uno spiraglio da cui respirare l'aria, e anche questo si sta
lentamente riempiendo d'acqua.
Piangeva, sputando le prime gocce di acqua che cercavano di entrargli in bocca. L'acqua era
fluita da tutte le fessure del container metallico, attraverso il pavimento e dalle aperture nelle pareti.
Arrivando dai lati, da sopra e da sotto, il flusso aveva formato una piscina che ormai raggiungeva il
soffitto. Una piscina profonda, fredda e buia in cui Tobias ora stava per affogare.
Sto morendo, pens, come allora sotto il materasso, solo che stavolta era tutto diverso. In quel
caso aveva anche pianto, ma dentro di s sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il signor Kerner per
liberarlo. Ma quella non era la sua palestra, e suo padre non era un insegnante di ginnastica che potesse
togliergli il materasso dalla testa per farlo respirare. Suo padre era...
...nulla. Pap non c' mai stato per me, perch mai dovrebbe esserci oggi? Piuttosto verrebbe
la mamma.
S, la mamma lo avrebbe sicuramente cercato. Come quella volta che con lo slittino avevano
perso la cognizione del tempo e lei, tutta preoccupata, li aveva raggiunti sul sentiero.
Tobias, continuava a urlare. Lea, Tobias...
E lui era felice ma allo stesso tempo si vergognava, perch naturalmente gli dispiaceva che la
mamma avesse pianto a causa sua. Ma almeno aveva capito quanto profondamente li amava.
Tobias? Ehi, Tobias, dove sei? Prima che l'acqua (che non era certo calda, ma molto fredda) lo
avesse svegliato del tutto, gli era sembrato di sentire qualcuno che lo chiamava. Forse la mamma era
gi alla loro ricerca?
S, la mamma. Non pap. Al diavolo pap, le sue regole a tavola, il suo italiano scadente, le sue
parole straniere che nessuno capisce, e soprattutto al diavolo il suo lavoro che gli ha sempre impedito
di giocare con lui in giardino. Pap non verr. Ma la mamma...
Le labbra di Tobias succhiarono l'ultimo soffio d'aria dalla fessura rimasta fra la superficie
dell'acqua e il soffitto di metallo. Poi il livello sal di un altro millimetro e la sua testa fu
completamente sott'acqua. Sapeva che stava affogando. Eppure era sicuro che sua madre lo avrebbe
trovato presto.
9
(ultimo minuto dell'ultimatum)
Philipp Stoya (capo della squadra omicidi)
(sulla chiatta dei container)
Cosa c' qui dietro?. Stoya picchi con il pugno contro la porta metallica.
Non dovrebbe aprirla rispose il capitano.
Perch?.
 una paratia. Se la apre, qui va via la luce.
Stoya afferr la ventola per l'aria sulla porta. Sebbene la scuotesse con tutte le sue forze, non si
mosse di un millimetro.
Ehi, ma cosa vuole fare, non ha sentito quello che ho detto? protest il capitano a
squarciagola, quando Stoya gli chiese dell'esplosivo. Perdo il lavoro se lei la apre.
Ma perch?.
Oh Dio, ma  per questo che siamo fermi qui. Questa bagnarola  bucata.
Il capitano indic la porta di metallo. L dietro l'acqua arriva fino al collo. Mi creda, i suoi
cani hanno abbaiato solo per un paio di nutrie.
8
Alexander Zorbach (io)
(nella zona industriale di Grnauer Strae 217)
Di solito ci interroghiamo sui nostri errori, mai sui nostri successi. Se le cose vanno bene, le
diamo per scontate. Ma ci tormentiamo quando perdiamo del denaro o veniamo abbandonati dal grande
amore. Eppure non ci chiediamo perch resti con noi, e quasi pi di rado ci meravigliamo davanti a un
esame superato.  mia opinione che si possa imparare di pi dai successi che non meritiamo che dagli
errori. Se non ci interroghiamo sul perch li otteniamo, questi ci viziano, ci rendono compiaciuti e non
potremo mai pi ripeterli.
L'ultimo minuto dell'ultimatum pass mentre mi perdevo nella mia stessa massima di vita.
L'ingresso al settore edile con il numero 77 non era visibile in quanto posto nel cortile interno.
Poich in quell'enorme ammasso di edifici era buio come la notte, per la prima volta era Alina a
precedermi. Gli unici occhi che forse vedevano qualcosa erano quelli di TomTom.
Cos ci trovammo a camminare in una strana fila indiana, mentre dietro di lei scendevo una
scala puzzolente di gasolio e acqua salmastra con la mano appoggiata sulla sua spalla. Intanto pregavo
che la mia percezione del tempo mi tradisse e che ci restassero ancora un paio di minuti; cos come
dentro di me imploravo un'invisibile entit di non essere solo la pedina da gioco senza meta di un pazzo
che mi stava malignamente spingendo verso il nulla.
In fondo non mi restava un solo secondo per riflettere sulla follia che stavo vivendo. E non
furono gli occhi di TomTom, ma i miei a scorgere un primo segno di vita.
Un piccolo interruttore sulla parete, di quelli che si cercano sotto le scale quando va via la luce
in un caseggiato.
Lampeggiava, il che dimostrava che nella struttura c'era corrente.
Qui c'era qualcuno sussurrai e sentii la muscolatura di Alina irrigidirsi.
Premetti il tasto e avvertii come una specie di esplosione.
Luce!
L, proprio nell'edifcio numero 77 in Grnauer Strae 217, qualcuno aveva girato il salvavita.
O installato un generatore. Come prima, nel bungalow...
Cos' successo? chiese Alina. L'esplosione luminosa era stata cos improvvisa e forte che
doveva averla notata anche lei.
Siamo nell'anticamera di un vecchio magazzino risposi. A destra ci sono le scale e a sinistra
il montacarichi.
E davanti...
Dove stai andando?.
Non so pi se le risposi prima o dopo aver abbassato la maniglia e aperto la porta.
O forse non dissi proprio niente. Ripensandoci ora, riesco solo a ricordare il mio grido di
sollievo quando la porta massiccia e pesante si stacc con uno schiocco dalla guarnizione di gomma e
vidi quegli occhi che mi fissavano dall'interno.
Dall'interno di un vecchio frigorifero americano.
Mamma? mormor la voce infantile a cui appartenevano quegli occhi.
Alina esclam sollevata alle mie spalle. E io mi ritrovai sul punto di piangere.
No, non sono la tua mamma le risposi.
Charlie  morta. Uccisa dal pazzo che ti ha rinchiuso qui dentro.
Ma sono qui per aiutarti.
Allungai la mano verso quegli occhi scuri e terrorizzati. Due manine vi si aggrapparono subito.
Il corpo era cos leggero che potei sollevarlo da quella prigione senza sforzo con un braccio
solo.
Dal nascondiglio del Collezionista di occhi.
Bene, attenta. Ora sei al sicuro la rassicurai, tastandole il polso.
Debole ma regolare.
Ma adesso c' qualcuno che ha bisogno del tuo aiuto.
Annu timidamente, ma era convinta.
Lea cominciai, cercando di nascondere la disperazione nella mia voce. Hai idea di dove
potrebbe essere nascosto tuo fratello?.
7
In un ascensore?.
Mh! annu titubante. Dov' la mamma?.
Pi tardi, piccola.
Pi tardi piangeremo insieme per Charlie. Ma prima devo trovare tuo fratello.
L'ho sentito che scendeva di sotto disse.
Le accarezzai i capelli sudati e mi girai verso il montacarichi alle mie spalle.
Di sotto? No, ti prego, fa' che l'ascensore non sia sceso nella cantina.
Rividi davanti agli occhi la scritta sul cartello posto all'ingresso del primo cortile.
Attenzione. Pericolo di morte. Cantina 77 allagata!
Da quel momento in poi gli avvenimenti si accavallarono.
Prima cercai di aprire l'ascensore a mani nude, ma per fortuna non persi molto tempo in
quell'impresa insensata. Mi ricordai della barra metallica fra le macerie sulla quale eravamo inciampati
poco prima, ma anche in questo caso rischiavo di non ritrovarla facilmente l fuori al buio.
Liberai TomTom e incastrai la maniglia del suo guinzaglio tra le due ante della porta.
L'alluminio del guinzaglio cedette un po', ma era abbastanza forte che potei allargare ancora di pi la
fessura tra le ante, fino a che prima le mie dita e poi anche il piede poterono passarci. Dopo di che mi
spinsi con tutte le mie forze nell'apertura premendo le ginocchia contro la porta di acciaio, che era
chiaramente programmata per aprirsi quando qualcosa si trovava nel mezzo. Ma non fui sollevato da
ci che vidi quando guardai nella tromba vuota dell'ascensore. Proprio per nulla.
Merda, no. Guardai gi. Il tetto del montacarichi si trovava circa un metro e mezzo sotto di me.
Il che significava che l'ascensore era davvero sceso in cantina dopo la scadenza dell'ultimatum.
Nell'acqua!
Incastrai il guinzaglio nella porta, saltai nella tromba e rimasi impietrito.
Dio mio, aiutami!
Tutto il tetto del montacarichi era ricoperto d'acqua.
Un minuto? Due? Quanto pu resistere un bambino sott'acqua?
Trovai subito la fonte. L'acqua fuoriusciva da una botola progettata da un ingegnere esperto in
emergenze e sicurezza, ma che non aveva di certo pensato ai bambini che sarebbero affogati all'interno
dell'ascensore.
Sentii che di sopra Alina stava chiamando aiuto con il mio telefono, mentre aprivo senza troppa
fatica la botola.
Troppo tardi, ormai  troppo tardi! pensai, sebbene fino a quel momento tutto fosse filato
liscio.
Troppo liscio!
Ora l'acqua nera sgorgava come inchiostro dalla botola.
Tobias? gridai inutilmente. Allungai il braccio in quel nulla buio sotto di me e trattenni il
respiro quando il freddo dell' acqua mi avvolse.
Non ha senso. Non ha pi senso. Cercai febbrilmente una possibilit. Una via d'uscita.
Ma non c'era nulla. Non avevo scelta.
Quindi inspirai tutta l'aria che i miei polmoni potevano contenere e mi lasciai scivolare con i
piedi nel freddo gelido dell'acqua.
6
C' un punto in cui i gradi del freddo non si misurano pi in Celsius ma in dolore, e con quel
salto gelato nel nulla lo avevo raggiunto d'improvviso. Sentivo milioni di aghi infilati nella pelle. E
ogni metro in pi che scendevo, mi si arpionavano sempre pi profondamente nel corpo. Per un attimo
lo shock fu cos forte che riuscii a concentrarmi solo sulla mia sopravvivenza. Poi la mia tibia colp
qualcosa di duro, prima che lo stivale raggiungesse finalmente il pavimento dell'ascensore.
Tobias?
Allungai le braccia e aprii gli occhi nella speranza di sentire o vedere il bambino, ma nessuna
delle due cose avvenne.
Dove va a finire un bambino affogato? Verso l'alto o il basso? O galleggia nel mezzo come un
pesce?
Maledizione, non avevo risposte a quelle domande e stava per mancarmi l'aria.
E sei qui sotto solo da pochi secondi.
Mio Dio, non ha davvero pi senso ormai, pensai ancora e credetti di scoppiare.
Il sangue, l'aria rimasta nei polmoni - tutto sembrava premere da dentro contro le pareti del
corpo, come se si spaccassero, ed era la sensazione pi incredibile che avessi mai provato, quando
finalmente...
...finalmente avevo sentito qualcosa.
Spinsi fuori ancora un po' d'aria dai polmoni, tornai a fondo e gioii dentro di me perch non mi
ero sbagliato.
Capelli, orecchie, una bocca. S, s, s... era davvero un viso.
Lo afferrai per la testa, tirandolo verso di me, e per la prima volta dopo molte ore la speranza
divenne pi grande della paura.
Forse non era tutto finito. Forse potevamo farcela...
Via!
Volevo solo andare via, visto che avevo finalmente trovato Tobias. Ma insieme alla speranza si
faceva sentire anche lo sfinimento. Non avevo dormito, ero stato quasi torturato, avevo vissuto le ore
peggiori della mia vita e la temperatura bassa dell'acqua faceva il resto per prosciugare le mie ultime
forze. In quel momento non potevo capire se il bambino che stringevo fra le braccia addormentate fosse
ancora vivo, ma sentivo molto bene che il mio polso rallentava.
Bumbum, bum... bum...
La distanza tra i battiti aument.
Allora via, dobbiamo solo salire. Verso la luce.
Tirai fuori Tobias dal cassone e mi diedi la spinta dal pavimento del montacarichi. In
quell'istante fummo inghiottiti.
5
Nero. Buio. Nulla.
La luce sopra di noi - maledizione, ma c'era davvero stata? - era scomparsa cos all'improvviso
che Tobias quasi mi scivol dalle braccia per lo spavento.
In pochi secondi l'acqua si era trasformata in una densa pellicola oleosa, e non capivo pi verso
quale direzione dovessi nuotare.
Dove diavolo era finita la luce? Dov'era la botola?
Sopra, sotto, a destra, a sinistra. Quelle parole avevano perso il loro significato e io il mio
orientamento.
Il mio panico aveva raggiunto il punto massimo. Forse quello era il motivo per cui
all'improvviso mi calmai. Come con una ventola attraverso la quale viene abbassato il livello critico, la
mia tensione si sciolse.
O sto solo affogando? Non ero stato io che una volta avevo scritto di quanto fosse doloroso per
uno che affogava il momento in cui l'acqua allagava i polmoni, ma che quel dolore si trasformava
subito in uno stato di calma?
Sapevo che lo avrei verificato presto. Non avrei potuto resistere ancora a lungo al bisogno di
aprire la bocca e respirare a fondo.
Quella sensazione dolce e irresistibile. Come una dipendenza. Una droga mortale alla quale ci
si vuole abbandonare.
Le mie mani stavano per lasciare il corpo di Tobias quando sentii la corda vicino alla gamba.
Una corda? Merda, maledizione, da dove salta fuori adesso questa corda?
La tirai con il braccio libero e mi sorprese il fatto che non cedesse. Non riuscivo pi a produrre
un solo pensiero chiaro, e cos non riflettei neppure chiedendomi se la corda fosse fissata al pavimento
o al soffitto, anche se quella differenza significava la vita o la morte. Tutto dipendeva dalla direzione in
cui mi stavo aggrappando. Tutto, sia per me che per Tobias Traunstein, che sembrava diventare ogni
secondo pi pesante e privo di vita fra le mie braccia.
Mossi le gambe come un sommozzatore, solo che ai piedi avevo degli stivali pesanti che mi
trascinavano verso il basso.
Era davvero verso il basso?
Con un solo braccio mi issavo verso l'alto.
O verso il basso?
Mi stavo arrampicando nella direzione sbagliata? Verso la mia tomba?
Spalancai gli occhi, anche se non pensavo di poter vedere qualcosa laggi in quel buio pece, ma
la mia testa sembrava scoppiare e fu pi un ridicolo riflesso che una vera scelta. Come se volessi
riequilibrare la pressione o filtrare ossigeno da quell'acqua salmastra. Cos fui stupefatto quando vidi
davvero qualcosa.
Luce!
Davvero c'era qualcosa, l alla fine della corda: un piccolo raggio sottile.
I pazzi hanno ragione, fu l'ultimo pensiero prima che la corda mi scivolasse dalle mani.
La fine  questa, quindi. Lottiamo in un nulla buio e gelido e quando tutto si  concluso
vediamo una luce bianca alla fine del percorso.
Risi e inspirai profondamente.
4
(55 minuti dopo lo scadere
dell'ultimatum)
Alina Gregoriev
Potrebbe gentilmente dirmi che cosa  successo? chiese Alina all'uomo che non si era n
presentato n aveva detto qualcosa mentre le curava le bruciature.
Mi scusi, ma non sono autorizzato rispose costui con una voce sorprendentemente chiara, che
sembrava fin troppo sottile per il suo corpo.
Fino a quel momento aveva sentito solo la mano del medico, ma nell'insieme bastava a una
persona cieca per immaginare le dimensioni della persona. Quando Alina voleva avere una prima idea
dell'aspetto di un uomo, stringeva i suoi polsi. Ma in quel momento non le importava nulla dell'aspetto
di quell'uomo sovrappeso che cercava di impedirle di lasciare l'ambulanza.
Ferma. Non abbiamo finito.
Allent la pressione delle mani, che appoggi di nuovo sulla barella.
Cazzo, cosa  successo all'altro?.
A Zorbach? Al bambino?
Non sapeva se doveva essere arrabbiata o felice che gli fosse stata risparmiata la vista che si era
presentata agli uomini di Stoya dopo che finalmente erano arrivati i soccorsi al magazzino numero 77.
Le immagini nella sua testa e i ricordi dei minuti spaventosi davanti al montacarichi si
fondevano quasi tra rumori e odori.
Aveva sentito che la porta del montacarichi si era richiusa. Che la maniglia di alluminio che
Zorbach aveva incastrato nel mezzo si era rotta con un forte schiocco ed era caduta sul pavimento. Poi
la luce era sparita, come le aveva confermato Lea.
Lea, quella bimba coraggiosa che piangeva piano mentre Zorbach era scomparso nella tromba
dell'ascensore senza aiuto. Senza attrezzi. Senza luce. Imprigionato in un buco che Alina riusciva a
immaginare solo attraverso quell'odore stagnante: acqua marcia, pareti ammuffite, immondizia ed
escrementi.
Se avesse saputo che la prigione di Tobias era gi da tempo allagata, avrebbe avuto ancora pi
paura per quei due. Aveva pregato Lea di riaccendere l'interruttore della luce, cosa che a Zorbach non
pot pi servire. Nella tromba delle scale era illuminato, ma laggi nel pozzo, da cui oramai non si
udivano pi neppure le sue grida, la luce non poteva pi arrivare. E quello che Zorbach aveva fatto
prima non era pi possibile adesso.
La maniglia del guinzaglio di TomTom, infatti, era piegata, e lei non aveva abbastanza forza per
aprire nuovamente le porte dell'ascensore. N TomTom, n Lea e nemmeno la sua mano sinistra
bruciata potevano essere di grande aiuto in quel vano tentativo.
E cos non le era rimasto altro da fare che aspettare, e nel frattempo cercare di calmare la
piccola che tremava per lo sfinimento, tenendola tra le braccia.
Sebbene Alina avesse perso ogni nozione del tempo, era sicura che quegli uomini fossero
arrivati troppo tardi.
Quattro poliziotti. Molti minuti di ritardo.
Irruppero quasi contemporaneamente nell'edificio, cos che nella tromba delle scale parve
riversarsi un'unica massa uniforme. La massa si sciolse quando gli agenti videro Lea. Fino a poco
prima il loro ordine era quello di arrestare Zorbach. Ma la vista della piccola ancora viva tra le braccia
di Alina cambi le cose.
Solo ora cominciano a credermi, pens Alina senza alcun sollievo.
Sono ancora qui? chiese all'uomo dell'ambulanza che continuava a fasciarle la mano.
O li hanno gi portati via?
Sent un leggero movimento e cap che era stato provocato dalla testa del medico che annuiva.
O la scuoteva?
Insomma, non mi tratti come una bambina che non deve sapere. Ho sentito ogni cosa.
 tutta fatica inutile. Erano gi rigidi quando li ho tirati fuori aveva detto il poliziotto che
fumava davanti all'ambulanza a un collega, mentre gli raccontava le fasi dell'azione.
Farebbero prima a rianimare l'orsacchiotto di mia figlia.
Avrebbe voluto balzare fuori dall'auto e dare uno schiaffo a quel tipo gridandogli contro:
"Come fai a parlare cos, stronzo?  vero, sei stato tu ad aprire la porta, cos hanno avuto ancora luce.
Con la lampada hai illuminato l'acqua e hai allungato la mano per tirare verso l'alto la corda a cui si
erano aggrappati. Ma sei arrivato maledettamente tardi".
Non ha mai avuto a che fare con una vittima per annegamento? chiese con aria triste al
medico che stava chiudendo la sua fasciatura con un cerotto. Fece fatica a trattenere le lacrime.
Mh, mh. O quell'uomo aveva il divieto di risponderle, oppure ci che era accaduto qui nella
zona industriale era troppo sconvolgente anche per lui.
Quanto pu volerci.... Alina deglut. Voglio dire, per quanto tempo continuate la
rianimazione dopo un incidente in acqua?.
Evidentemente ora l'uomo si muoveva su un terreno pi sicuro.
Difficile da dire. Una volta un uomo si  ripreso dopo venti minuti. Ma  stata un'eccezione.
E di solito?.
Da uno a due minuti.
Due minuti?
Zorbach ne aveva impiegati altrettanti solo per arrivare al montacarichi. Dio solo sa da quanto
tempo Tobias era immerso sott'acqua.
In situazioni di stress, i minuti volano via come stelle filanti, cos veloci che uno non se ne
rende conto. Ma forse era stato pi come durante una devitalizzazione: i secondi erano percepiti come
ore, ma nella realt la lancetta dell'orologio non era andata cos avanti come lei temeva...
Alina si sent male. La sopravivenza di due persone era diventata solo un mero calcolo
matematico. Un'addizione di tempo la cui somma alla fine produceva come risultato una morte sicura.
Cinque minuti prima che riuscissero ad aprire il montacarichi; due minuti che Zorbach aveva dovuto
passare nell'acqua gelida della cabina; altri due prima che fosse tirato su...
Era troppo. Troppo sia per il bambino che per Alex, e alla fine, le fu chiaro all'improvviso, era
troppo anche per lei. Con Zorbach era stato come con la vista. Solo quando l'aveva persa ne aveva
capito l'importanza.
Non doveva dare via il suo orologio, pens senza riuscire a sopprimere quell'idea, anche se
sapeva che era infantile.
Ha dato via il suo tempo.
Pianse senza sentire che il medico si alzava accanto a lei.
Lo sapevi che il record mondiale di apnea  di diciassette minuti e quattro secondi?.
L'improvviso sentimento che l'assal fu cos violento che Alina credette di morire.
David Blaine, uno specialista dell'apnea. Ma prima gli era stato fornito ossigeno per ventitr
minuti.
Le lacrime scendevano copiose dai suoi occhi ciechi. Da un momento all'altro tutto era
cambiato. I poli terrestri si erano spostati, la Germania non era pi in Europa, Berlino si trovava su un
altro pianeta e lei non era un essere umano, ma solo energia.
Va bene, ma non sono male neanche tre minuti per uno che non  allenato, no?.
Energia positiva.
Alina balz in piedi di colpo, desiderando una sola cosa: lanciarsi tra le braccia a cui
apparteneva quella voce rauca e debole che proveniva dall'ingresso dell'ambulanza.
Sei vivo? grid piangendo di felicit.
S, ma per tua fortuna non puoi vedere in che stato sono.
La fece ridere. Alina sent che stava cercando di salire sull'ambulanza.
E Tobias?.
Si appoggi allo spigolo della barella dove fino a quel momento era ancora distesa e sent che
Zorbach si era bloccato.
No, ti prego, no.
Si copr il volto con le mani.
 stato sott'acqua sei minuti le spieg Zorbach, e Alina si chiese perch Alex parlasse sempre
con tanta calma. Tranquillo, quasi sereno. Per due volte lo hanno considerato spacciato. Ma ha la pelle
dura. Il cuore batte ancora. La situazione  critica, e dovr rimanere per un certo periodo in uno stato di
coma farmacologico, ma i dottori sperano di salvarlo.
A quel punto non riusc pi a trattenersi, allung le braccia dimenticando ogni precauzione e
corse direttamente nella direzione delle porte aperte, verso la scaletta sul cui ultimo gradino supponeva
si trovasse Zorbach. Rideva euforica, sapendo che, se fosse caduta, lui l'avrebbe presa.
Alexander  vivo. I bambini sono salvi.
Ora, ne era certa, tutto sarebbe andato bene. Niente poteva pi fallire.
Ma non avrebbe potuto sbagliarsi di pi.
3
(55 minuti dopo lo scadere
dell'ultimatum)
Alexander Zorbach (io)
Ci sono solo pochi momenti in cui l'uomo riesce a vivere solo ed esclusivamente per la gioia di
quell'istante. Un istante in cui il futuro e il passato non esistono. Esiste solo il qui e ora.
Nella mia vita posso ricordare solo due di quei momenti. Uno di questi fu quando tenni Julian in
braccio per la prima volta. E poi l'istante in cui, avvolto in una coperta, con le ginocchia che cedevano,
attendevo l'abbraccio di Alina sul gradino metallico di un'ambulanza.
Fu un attimo di grande euforia e contemporaneamente di infinita stanchezza. Pochi minuti
prima avevo dovuto lottare per raggiungerla; con i dottori preoccupati che, dopo la mia resurrezione,
non volevano staccarmi dalle apparecchiature mediche; con Stoya che, gi nel momento in cui il mio
cuore aveva ripreso a battere, avrebbe voluto interrogarmi.
I miei bronchi erano saturi di acqua, necessitavo ancora di una sorveglianza medica intensiva,
cos come Tobias, che era rimasto privo di ossigeno per un tempo ancora pi lungo. Ma le mie
condizioni di salute in quel momento di gioia infinita avevano pi o meno lo stesso valore delle
centinaia di domande alle quali avremmo dovuto ancora rispondere prima di ritrovare la nostra
tranquillit.
Perch Alina ha visto sempre e solo un bambino? Come mai  convinta che sia morto nella sua
prigione, se invece Tobias  ancora vivo?
E quante volte mi ero chiesto, in quelle ultime ore, il motivo per cui i suoi inspiegabili ricordi
combaciavano solo in parte con la realt - l'ultimatum distorto, la descrizione del bungalow - e invece,
nei momenti decisivi, ci avevano quasi fuorviato..
Ci che avevo sentito prima era una nave. Non una fabbrica o un magazzino.
In quel momento non contava pi neppure il motivo per cui il Collezionista aveva scelto proprio
me come pedina del suo gioco, mandandomi Alina, spingendomi verso la donna nel bungalow e
modificando la foto sul comodino di mia madre; niente futuro. Solo il presente.
Un presente che Alina, con un movimento maldestro, cambi completamente.
Inciamp.
Il suo piede si era incastrato in una cinghia della barella, mentre si precipitava fra le mie
braccia. Barcoll e istintivamente cerc di aggrapparsi, ma ovviamente non pot vedere la maniglia
fissata alla parete, accanto all'armadietto dei medicinali. Quindi la sua mano scivol pesantemente,
facendo cadere sul pavimento un defibrillatore e colpendo il piano duro di un mobiletto metallico.
Il sorriso svan dal suo volto, lasciando spazio alle lacrime che le salirono agli occhi.
La tua mano!. Balzai su per le scale, urlando come se in quel modo potessi cambiare la cosa.
La tua mano sinistra ustionata.
Alina vi era caduta sopra con il peso di tutto il corpo. L'angolo metallico doveva aver trapassato
la fasciatura ed essersi infilato nella carne.
Sto bene gemette, quando mi chinai verso di lei. Stringeva i denti.
Tutto a posto aggiunse, mentre una pellicola di sudore le imperlava la fronte. Il dolore
sembrava perdurare quando la strinsi fra le braccia. Pulsava. Mi aggrappai a lei come un uomo che sta
per affogare, e non volevo pi lasciarla.
Tutto bene! la sentii ripetere ancora. Poi volle dirlo di nuovo, ma non ci riusc. E io non le
avrei pi creduto.
Perch, mentre le mie braccia la stringevano sempre pi forte, sentivo la sua resistenza crescere.
All'improvviso il sangue nelle sue vene si era fermato, e io non stringevo pi un essere vivente, ma una
statua di marmo. Infine mormor: Ho sentito qualcosa!.
No!
Chiusi gli occhi.
Non  il semplice toccare che mi lascia vedere il passato di certe persone... Posso ricordare
solo se sto soffrendo.
Mi tremavano le gambe, quando mi staccai da lei.
Cosa?.
Il tuo telefono!.
Guardai verso il gancio a cui avevano appeso la giacca di velluto di Alina.
Il ronzio divenne sempre pi intenso.
Il mio telefono cosa? chiesi alzandomi.
Non rispondere gemette Alina, e si copr il viso con le mani cominciando a piangere. Ti
prego, non rispondere.
2
I cinici affermano che la morte inizia dalla nascita. Come ogni tesi estrema, anche questa
drastica affermazione contiene una scintilla di verit. Ogni uomo raggiunge prima o poi un punto in cui
la sua vita termina e inizia la morte. Un secondo infinitamente piccolo, ma decisivo e logico, in cui
oltrepassiamo un confine invisibile che segna la svolta del nostro esistere. Dietro al confine rimane
tutto ci che una volta avevamo chiamato futuro. E davanti a noi c' soltanto la morte. Per la maggior
parte degli esseri umani questa scissione cade nell'ultimo quarto della loro linea della vita. Altri, per
esempio le persone colpite da una malattia mortale, superano quel confine verso la met della vita. Ma
quasi nessuno lo oltrepassa in modo consapevole. Pochissimi potrebbero dire quando la fase della vita
termina e quella della morte ha inizio.
Io posso dirlo. E con estrema precisione.
Per me la morte cominci nel momento in cui, sull'ambulanza, avvicinai il telefono all'orecchio
e udii la voce nervosa di mia moglie: Scusa, ma sono un po' confusa. Sto giocando a nascondino col
bambino. Non ci crederai ma non riesco pi a trovarlo.
Sbammm.
Nella profondit della mia anima aveva sbattuto una porta, che chiudeva dietro di s tutto ci
per cui avevo vissuto fino a quel momento della mia vita.
Mio Dio, pensai ad alta voce.
Mio Dio!.
Tutto intorno a me cominci a ruotare, mentre barcollavo intontito all'interno dell'ambulanza.
Come ho potuto essere tanto cieco?.
Tutti gli interrogativi rimasti senza una risposta. Tutte quelle domande ancora aperte. Tutto
aveva improvvisamente un terribile, spaventoso senso.
 troppo tardi mormorai piangendo nel ricevitore, paralizzato dalla consapevolezza che per
tutto quel tempo avevamo guardato dalla parte sbagliata. Al passato. Alle nostre spalle.
Alina non poteva vedere il passato. Non aveva mai avuto quel dono. Tutto ci che mi aveva
raccontato non era mai accaduto.
Non ancora.
Ora ero caduto anch'io sulle ginocchia, davanti all'ambulanza, e respiravo ansante con il viso sul
pietrisco umido. Mi venne da vomitare quando mi resi conto del significato della mia scoperta.
Tutto stava accadendo in quel momento.
L'orrore era davanti a me. Alina non aveva mai visto il passato. Solo e sempre il futuro!
Non andare in cantina. Hai capito? gridai terrorizzato nel ricevitore, e inorridii ulteriormente.
L'ingresso? Dov' la mia macchina?
Non andare in cantina ripetei.
Non aveva senso, ma se le mie peggiori ipotesi si fossero rivelate vere, allora dovevo attenermi
al copione del Collezionista, che Alina mi aveva raccontato molte ore prima. Solo che, a differenza
della visione di Alina, dovevo insistere con tutte le mie forze se volevo che Nicci sopravvivesse.
Non andare in cantina, per nessun motivo!.
Incespicavo e le gambe mi si piegavano lungo il percorso, ma non potevo fermarmi. Dovevo
oppormi all'ineluttabile, che avevo avuto davanti agli occhi per tutto quel tempo e non avevo mai visto.
Persino quando Nicci pronunci l'ultima frase della sua vita: Ma tesoro, mi fai paura.
Poi udii i rumori dell'aggressione.
Un uomo dietro la porta della cantina. La prende. Le spezza il collo. La trascina nel giardino...
Quei suoni appartenevano alle immagini che Alina aveva descritto.
Quando ricordai che sul giardino di Nicci c'era una baracca di legno, cominciai a urlare.
1
Pi tardi (molto pi tardi), in quei pochi momenti in cui il miscuglio di antidepressivi mi
consentiva di formulare un pensiero, dovetti chiedermi come avevo potuto non vedere quell'errore
mortale.
Prima di allora Alina non aveva mai chiaramente raccontato a nessuno in modo esplicito il suo
dono. Se in una situazione meno caotica lo avesse fatto, forse avrebbe notato molto prima che le sue
tremende visioni non contenevano nessuna prova che si trattasse di fatti del passato. Anche la prima
volta, durante l'incidente con l'ubriaco: credeva di aver visto se stessa sull'asfalto, ma Alina poteva non
essere l'ultima bambina che l'ubriaco aveva investito. E quello studente violento che Alina aveva
accusato di aver stuprato la sorella? Qui era addirittura provato! Lo studente aveva abusato della sorella
almeno un'altra volta prima di suicidarsi, e probabilmente era quest'ultima violenza che Alina aveva
visto, e non una precedente.
Ciechi. Siamo stati cos ciechi.
Il percorso dalla Grnauer Strae al Rudower Drferblick durava normalmente un quarto d'ora.
Riuscii a compierlo in dieci minuti, e tuttavia arrivai terribilmente tardi.
Poi le ho spezzato il collo. C' stato un rumore, come se avessi rotto il guscio di un uovo. 
morta sul colpo.
Le frasi che solo ieri Alina mi aveva raccontato rimbalzavano nella mia testa come un effetto
stereo da due soldi, da un orecchio all'altro. Picchiavano contro il cranio, per cui accesi la radio a tutto
volume, ma non riuscii a far tacere i ricordi del nostro primo colloquio sulla casa galleggiante.
Cosa ne ha fatto del corpo?.
Con il cavo l'ho trascinata verso l'esterno... attraverso il soggiorno, verso una portafinestra, e
poi in giardino... L'ho abbandonata vicino alla siepe, accanto a una piccola baracca.
Quando, pochi secondi dopo, svoltai nella strada in cui avevo trascorso dodici anni della mia
vita con Nicci, pregai di nuovo un Dio a cui non volevo pi credere, lo implorai di dimostrarmi che ero
pazzo. Nessuno pu vedere nel futuro,  impossibile.
Se in quell'istante la strada si fosse aperta davanti ai miei occhi e avesse inghiottito la macchina,
avrei reagito con pi calma. Forse ne sarei persino stato felice, perch mi sarebbe stato risparmiato il
futuro.
Cosa  successo dopo? sentii che chiedeva la mia stessa voce nel ricordo.
Intende dopo che ho messo il cronometro in mano alla donna?.
Premetti sul gas, lanciandomi verso la casa alla fine della strada.
Sono andata verso il capanno degli attrezzi... Era di legno, non di metallo... Il fagotto
ripiegato al suolo sembrava un vecchio tappeto, ma si trattava di un altro corpo. Qualcosa di pi
piccolo e leggero della donna che giaceva morta nel prato.
Julian!
Era ancora vivo?.
Uno stormo di uccelli neri si sollev quando parcheggiai la Toyota direttamente davanti
all'ingresso.
Ti prego, Signore, no. Fa' che non sia oggi il giorno in cui devo pagare per l'errore che feci sul
ponte.
Balzai fuori dall'auto mordendomi le mani per non urlare e persi l'equilibrio. L, fuori dalla
citt, la temperatura era ancora pi bassa e la neve si manteneva pi a lungo. Le gambe sbandarono sul
vialetto gelato, scivolai e, nell'istante in cui picchiai al suolo, si ruppe qualcosa dentro di me, qualcosa
che non potr mai pi essere riparato.
Mi trascinai avanti a gattoni, cercai di alzarmi, corsi verso il giardino passando davanti al
grande tiglio sul quale, non ricordo pi quando, avevo appeso un'altalena, e inciampai nel prato.
Nicci! urlai a squarciagola, buttando indietro il capo e crollando definitivamente sul prato.
Nicci!.
Urlavo quel nome sempre pi forte, ma i suoi occhi spenti non si rianimavano. La sua bocca
non si riapr mai pi.
In quell'istante avrei voluto essere morto come lei, e mi odiai per essere ancora vivo. Mi odiai
per la mia stessa vita, perch ero stato l'unico errore per cui mia moglie aveva dovuto morire e per cui
mio figlio avrebbe dovuto espiare in modo atroce...
Dio santissimo, Julian!.
Guardai verso il capanno. La sbarra di legno era tirata. La porta spalancata.
Ho portato il piccolo verso un'auto che era parcheggiata in uno spiazzo dietro la siepe. Penso
che fosse mattina presto, poco dopo l'alba. All'improvviso tutto era tornato buio, per cui pensai che la
visione fosse sparita. Ma poi si erano accese due lucine rosse nel bagagliaio della macchina in cui
avevo messo il bambino.
Mi battevo la testa, come per spingere fuori dal cranio la terribile verit.
So solo che per un po' siamo saliti verso la montagna, c'erano parecchie curve, poi l'auto si
fermava e io scendevo.
Poi cosa ha fatto?.
Niente. Sono rimasta in piedi e ho guardato.
Guardato?.
S, all'improvviso ho sentito in mano qualcosa di pesante.
Per molto tempo, quando Julian era ancora piccolo e non volevo immaginare null'altro che di
essere un buon padre, mi ero seduto con lui in quel posto in cui ora quel dolore profondo mi stava
spezzando l'anima.
Avevo tenuto sul petto la sua testolina addormentata; con una presa delicata, per evitare che
cadesse di lato, quasi come ora sostenevo il corpo morto di Nicci.
Cosa sognavamo allora? Quali piani avevamo per la nostra piccola famiglia? E con che facilit
li avevo demoliti...
Avremmo voluto fermarci qui, ai piedi del Rudower Drferblicks, ottantasei metri sul belvedere
alla periferia di Berlino, dal quale nei giorni di sole avevamo lasciato scorrere lo sguardo sui tre paesi.
Bohnsdorf, Schnefeld e Wamannsdorf. E, naturalmente, sul nostro giardino.
Guardai verso il corpo morto di mia moglie e poi verso l'alto, sulla cima della verde collina
delle macerie, ai cui piedi erano nate un tempo tutte le nostre speranze, per poi crollare definitivamente.
D'improvviso non fui certo se le lacrime stessero ingannando i miei occhi.
O se davvero, lass, avessi riconosciuto un uomo il cui binocolo brillava nella luce fredda del
sole invernale.
Ultima lettera del Collezionista di occhi,
spedita via email
tramite un account anonimo
A: thea@bergdorf-privat.com
Oggetto: la verit
Illustrissima signora Bergdorf,
penso che questa sar per molto tempo l'ultima email da parte mia. Spero che noter quanto il
mio modo di rivolgermi a lei sia molto pi rispettoso della lettera precedente, sebbene non sia certo se
in futuro lei vorr portarmi lo stesso rispetto nei suoi resoconti.
Probabilmente, nonostante la liberazione dei gemelli, lei mi ritiene ancora quel mostro terribile.
Ma non  affatto cos, in quanto le immagini che mi si sono presentate attraverso il binocolo mi hanno
impressionato. Quando ho visto la disperazione di Zorbach dal mio punto di osservazione sulla collina,
ho provato una grande tristezza dentro di me.
Vedere Alexander Zorbach, una delle persone che pi amo e sento vicine, in quello stato -
distrutto, invecchiato di secoli, come se, stringendo a s la moglie morta, tutta la vita gli fosse scivolata
fuori dal corpo - mi ha spezzato il cuore.
Per me  stato un mentore, il padre che non ho mai avuto. Qualcuno che volevo emulare ed
eleggere a mio ideale. Non solo sul lavoro, dove imitavo il suo zelo e umorismo. Volevo essere simile a
lui anche nell'aspetto, quando compravo i vestiti che amava indossare. Quelli che portavo quando fui
filmato dalla telecamera della galleria, fuori dallo studio di Alina.
Cosa non avrei fatto per essergli vicino, e ora lui ha rovinato tutto. Perch ha tenuto gli occhi
chiusi cos a lungo? Perch non ha voluto vedere? I miei infiniti segnali che ponevano davanti ai suoi
occhi il pericolo del gioco e che lo avvertivano di non gettarvisi senza riflettere! Ammetto che volevo
giocare. Ma non con lui. Non doveva intromettersi nel mio gioco.
Lei pu certamente darmi delle colpe. Ma non pu dire che io sia un giocatore scorretto. Come
scrissi gi una volta - e ora ne ha la prova -, io mi attengo alle regole che ho fissato e, se per caso le
cambio,  solo per favorire i miei numerosi avversari.
Nel caso di Zorbach, gli ho lasciato gi dall'inizio della prima mano la scelta di entrare o meno
nel gioco.
Le voci nella radio della polizia le ho mandate in onda attraverso un piccolo trasmettitore che
ho costruito con l'aiuto di pochi apparecchi che si trovano in qualsiasi negozio di elettronica. E poi il
portafoglio che gli ho sottratto in redazione e ho fatto ritrovare sul luogo del delitto. In quel momento
l'ho posto davanti al bivio. A quel punto  dipeso solo da lui interpretare i segnali. Erano uno stimolo a
mettersi sulla strada del Collezionista di occhi? O piuttosto un avvertimento, quello di occuparsi di ci
che nella vita conta davvero, ovvero la famiglia?
Zorbach ha fatto la sua scelta. Ha posto il lavoro al di sopra della salute di suo figlio e si 
messo a darmi la caccia. Cos come tutti gli altri padri a cui ho nascosto i figli fino a oggi. Padri che per
tutta la loro vita avrebbero potuto scegliere se far soldi e andare a donne o se occuparsi della loro prole.
Padri egoisti e sconsiderati come il mio, che preferiva andarsene in giro con gli amici piuttosto che
liberarci dal frigorifero. Un egoismo che a mio fratello  costato la vita e a me la ragione. O,
perlomeno, cos direbbe uno psichiatra. Naturalmente, lo ammetto,  tipico di una persona
"caratteriale" predisporre all'interno del gioco le stesse condizioni cui allora fummo sottoposti io e mio
fratello... Una madre che per noi era morta e che quindi sono costretto a eliminare fin dall'inizio del
gioco. Un padre che trascura il figlio. Un nascondiglio la cui aria duri quarantacinque ore e sette
minuti, e un corpo a cui manchi l'occhio sinistro, come a mio fratello.
Ho dovuto tribolare davvero molto per garantire la precisa scadenza dell'ultimatum, perch
sarebbe contro le regole del gioco causare la morte di uno dei partecipanti prima della scadenza del
termine. Sarebbe ugualmente scorretto se a uno dei bambini fosse concesso pi tempo che agli altri.
Anche mio fratello ha avuto solo quarantacinque ore e sette minuti e nessun jolly che potesse giocare
per ottenere un altro po' di aria. Avrei voluto usare anch'io un cassone frigorifero, ma purtroppo
sarebbe impossibile determinare in precedenza quanto tempo si pu sopravvivere in un simile
contenitore ermetico. Chi cade nel panico e nell'iperventilazione consuma molto pi velocemente
l'ossigeno di una persona addormentata. lo stesso sono la prova vivente che due esseri umani possono
resistere per tempi diversi con la stessa quantit e qualit di ossigeno. Quindi ho visto, come unica
possibilit, quella di predisporre delle condizioni molto simili e far uscire l'aria dal nascondiglio in un
preciso momento stabilito da me. Il mio tentativo, nel bungalow dell'infermiera, di togliere l'aria della
cantina con una pompa non era molto convincente, e dubito anche che Zorbach e Alina sarebbero morti
l sotto, visto che non ero mai riuscito a svuotare del tutto la cantina dall'ossigeno. Cos ho scelto
un'altra soluzione per togliere aria dal nascondiglio - cio inondandolo.
Il suo  un terribile gioco malato, mi direbbe ora. Un gioco corretto, le risponderei. Persino le
vittime hanno veramente una chance, se pensa al piccolo Tobias.
Non gli sarebbe stato necessario affannarsi tanto. Persino se fosse rimasto nella valigia e non si
fosse liberato dalla cassa non sarebbe morto prima dell'ultimatum, ma si sarebbe addormentato.
Tuttavia non gli ho messo a disposizione quegli utensili solo per trarre un divertimento perverso dai
suoi inutili sforzi. N la moneta n il cacciavite volevano essere doni funebri, ma veri arnesi che
potevano aiutarlo a liberarsi, strumenti che io e mio fratello non abbiamo mai avuto. Purtroppo Tobias
si  dimostrato troppo insicuro quando ha tirato la corda e all'improvviso il montacarichi  precipitato
di qualche metro. Se avesse mantenuto la mente lucida e si fosse issato su per la corda, avrebbe anche
potuto aprire la botola da cui pi tardi  entrato Zorbach.
Ma Tobias ha perso la sua occasione, e poco dopo il montacarichi  sceso definitivamente nella
cantina allagata. Esattamente dopo quarantacinque ore e sette minuti. Anche qui deve ammettere come
io sia generoso, visto che non includo nel conto il tempo che una persona sana pu resistere sott'acqua.
Se poi lei si sta chiedendo "E che mi dice di Lea? Perch lei non era nel montacarichi?", questo
vuole dire che non ha capito nulla. La mia intenzione non  quella di distruggere un'intera famiglia, lo
allora riuscii a sopravvivere alla prova d'amore, e quindi anche in questa partita deve esserci un
superstite. L'ossigeno nel frigorifero di Lea sarebbe durato ancora a lungo. Pi che altro sarebbe morta
disidratata.
Comunque lei la giri, il gioco  corretto, e non  mai stato giocato in modo tanto leale come nel
caso di Zorbach.
L'ho avvertito, sebbene ogni avvertimento fosse anche una prova. Ma non  cos anche nella
vita per ogni colpa che commettiamo? Sul pacchetto di sigarette c' un avvertimento, e allo stesso
tempo conosciamo bene gli effetti dannosi del contenuto. C' stata Alina, la veggente cieca che ho
mandato sulla barca di Zorbach. L'indirizzo me lo ha rivelato sua madre. Certo non direttamente, visto
che non pu pi parlare. Ma il diario nel suo comodino, che Zorbach le leggeva sempre ogni volta che
trovava il tempo di andarla a trovare, conteneva una descrizione dettagliata del giorno in cui per caso
aveva trovato quel sentiero nascosto nel bosco. Avevo preso in prestito il libricino quando ero andato a
trovare mia nonna al Sanatorium.
Di certo non fu un caso che mia nonna, dalla casa di cura in cui fu tanto torturata, fosse stata
trasferita proprio nel Sanatorium in cui oggi si trova anche la madre di Zorbach. lo stesso, dopo il mio
articolo, mi ero preoccupato che andasse in un ricovero in cui si prestassero le giuste attenzioni ai
pazienti. Al Park Sanatorium - lo sapevo grazie alle mie ricerche - Katharina Vanghal, l'infermiera che
aveva trascurato mia nonna, era gi stata smascherata e licenziata. Alcuni mesi prima che venisse
riassunta da un responsabile del personale sbadato in un'altra casa di riposo, dove fece marcire mia
nonna nel letto, al punto che le ferite raggiunsero quasi le ossa... Decubito. La stessa moneta con la
quale ho ripagato la Vanghal irrompendo in casa sua, sedandola e avvolgendola nella pellicola di
plastica. In quel caso non fu altro che pura e legittima vendetta. Non sapevo ancora che la sua
putrefazione avrebbe trovato un senso all'interno del mio grande gioco.
Quando Zorbach e Alina vollero verificare la multa, li feci andare al bungalow della Vanghal.
Quella fu l'esca. Al contempo per diffidai chiaramente Zorbach dall'entrare. Gli mandai persino un
segnale sulla scritta scorrevole all'ingresso, che potevo cambiare con un semplice SMS.
Anche qui poteva scegliere: continuare o rinunciare?
E di nuovo and contro la famiglia e scelse di continuare a giocare. Anche se suo figlio era
malato. Anche se era il compleanno di Julian, si addentr nelle tenebre. Di nuovo si comport
esattamente come gli altri padri che trascuravano i loro figli per mesi, dimenticando i loro compleanni e
lasciando che la sera venissero tormentati nei loro lettini dalla domanda "pap mi vuole ancora bene?".
Lo vede quanto sono corretto? Ho messo direttamente sotto gli occhi dei miei cacciatori il vero
movente, mandando l'email a Zorbach attraverso il suo account. Ho persino posto una foto palesemente
accusatoria sul comodino della madre di Zorbach, un fotomontaggio che raffigurava mio fratello - con
tanto di una prova decisiva sul retro! E infine ho fermato il gioco scorretto di Scholle prima che con un
colpo basso potesse tirare Zorbach fuori dalla partita.
E perch? si chieder. La risposta  molto semplice: perch io, il Collezionista di occhi, non
voglio vincere. Io credo nell'amore: nell'amore del padre verso i suoi figli. Per cui li metto alla prova,
do loro la possibilit di dimostrarlo a me e al mondo. Solo se io perdo sono felice! Per questo aiuto i
miei avversari e ho condotto Zorbach, addirittura personalmente, alla Grnauer Strae, verso la scelta
definitiva.
E di nuovo dipendeva solo da lui quale direzione prendere: avanti verso la fine o a casa dal
figlio, che aspettava un regalo di compleanno da parte sua.
Hohlfort ha avuto ragione solo in un punto: io non sono un Collezionista. Sono un verificatore.
Verifico l'amore dei padri verso i loro figli. Sempre e di continuo, nella speranza di vedere finalmente
un epilogo diverso da quello che io stesso ho vissuto.
Caso o destino?
Una domanda che mi sono fatto spesso e che dagli ultimi avvenimenti non mi lascia pi in pace.
Fu il caso o il destino a spingermi Alina tra le braccia al commissariato, dove voleva rilasciare
la deposizione sul Collezionista? Solo poche ore dopo che avevo contattato il suo studio per liberarmi
dal dolore che mi ero procurato con un movimento sbagliato caricando i figli di Traunstein...
Cosa poteva sapere una cieca sul Collezionista, un uomo che neppure un vedente aveva mai
visto davvero?
Dovevo scoprirlo prima che parlasse con un funzionario, perci mi spacciai per un poliziotto, la
condussi in una stanza per gli interrogatori vuota, impostai la voce e feci finta di mettere la sua
deposizione a verbale. Ogni tanto la porta si apriva, ma per un estraneo il mio "interrogatorio" doveva
apparire come una normale conversazione.
Poi la mandai da Zorbach, per metterlo di nuovo alla prova. Dal diario di sua madre sapevo
dove si ritirava quando voleva stare solo e cercava un posto in cui pensare. Ero certo che sarebbe
andato l non appena lo avessi spaventato dicendogli che la polizia lo stava cercando. Avrebbe potuto
mandare via Alina e restare solo nel suo ritiro. Ancora meglio, sarebbe potuto andare da Julian e
festeggiare con lui il suo undicesimo compleanno.
Tuttavia devo ammettere che comprendo pienamente lo scompiglio di Zorbach, e lo condivido
persino, dopo che Alina gli aveva rivelato l'anomalia dell'ultimatum.
Ma pi ci penso, pi mi convinco che per ogni avvenimento ci sia una spiegazione logica. Deve
esserci. Cosa ne dice di qualcosa del genere: ero molto stanco quel giorno nello studio di Alina. Mentre
attendevo l'inizio del massaggio, gli occhi mi si chiudevano. Forse ho persino dormito, cullato da
quella dolce musica rilassante... Magari ho parlato nel sonno... Mormorato un numero...
Quarantacinque ore e sette minuti.
Probabilmente Alina aveva da poco letto o visto in televisione qualcosa sul Collezionista di
occhi, ed era immersa in quel pensiero quando ha picchiato contro il vaso col piede scalzo, il dolore ha
prevalso su tutti gli altri sensi e le ha fatto dimenticare ci che il suo subconscio aveva appreso.
Quarantacinque ore e sette minuti...
L'ultimatum anomalo.
Ma come poteva essere tanto sicura che fossi io il mostro che tutti cercavano?
Destino o caso?
Ammetto che non lo so. Non sono neppure certo se ora, in questo momento, sono ancora
padrone delle mie azioni.
Alina ha davvero previsto il corso degli avvenimenti, o mi ha soltanto dato l'idea?
Di sicuro per Julian avrei avuto un piano ben diverso. Ma poi  arrivata quella cieca che
continuava a raccontare di un gioco a nascondino durante il quale il bambino era sparito. Quella storia
mi sembr geniale. Un parallelo incredibile! Molto emblematico! Rapisco un bambino durante il
nascondino, per portare il gioco su un nuovo piano esistenziale! Un gioco nel gioco!
Ovviamente mi sono fatto degli scrupoli fino alla fine sul fatto di scegliere Julian come
prossima vittima... Ma poi considerai un segno il fatto che Zorbach ancora una volta si negasse al
figlio, mandando proprio me a casa loro con l'orologio. Quando fui davanti alla casa di Nicci, Julian mi
stava gi correndo incontro. Mi conosceva perch Zorbach mi aveva portato a pranzo da loro una volta,
e quindi non sarebbe stato difficile suggerirgli di convincere sua madre a giocare a nascondino. Ma non
fu necessario perch - ammetto che la cosa  alquanto inquietante - stavano proprio giocando a quello.
Allora gli consigliai di nascondersi nel capanno di legno, dove poi lo stordii. Ma in qualche modo non
riuscir a togliermi dalla testa il fatto che avrebbe scelto quel nascondiglio anche senza la mia
intromissione. Cos come Nicci pronunci al telefono autonomamente le stesse parole che Alina le
aveva attribuito ore prima.
Scusa, ma sono un po' confusa. Sto giocando a nascondino coi bambino. Non ci crederai, ma
non riesco pi a trovarlo.
Era tutto parte di un destino prestabilito, cos come lo aveva visto Alina?
O il frutto di un caso, perch cos'altro avrebbe potuto dire una madre in quella situazione?
Non so cosa pensare, e un'opzione mi sembra meno credibile dell'altra. L'unica cosa certa  che
Alina, con la sua ultima visione, mi ha dato un'ottima idea.
Dopo che il collaudato montacarichi era ormai fuori gioco, non avevo idea di dove portare
Julian. Ma a quel punto, visto che la mia identit sarebbe stata scoperta, un nascondiglio mobile mi 
sembrato saggiamente logico. Una nave, che stavolta non potesse essere trovata tanto velocemente...
So cosa sta pensando. Ma si ricordi il magnete sul cruscotto dell'auto di mia nonna... Il miglior
modo per predire il futuro  inventarlo... Non  cos?
Alina non ha mai potuto vedere il passato, e non sono neanche certo se veda davvero nel futuro.
Ma in un modo o nell'altro ha creato il copione della mia prossima impresa, e devo ammettere che mi
diverte molto allargare i miei orizzonti.
Caso o destino?
Non lo so. In fondo, non metto in atto il mio gioco proprio per questo? Per scoprire se il padre
riesce a modificare ci che io ho determinato?
Zorbach ci riuscir ancora? Trover suo figlio e lo liberer, ora che  informato sui miei
prossimi passi? E io riuscir a sfuggire alle predizioni di Alina e a influenzare il mio stesso destino?
Non lo so, ma lo scoprir.
Il tempo scorre.
Il gioco continua.
Le auguro buon divertimento,
il suo
Frank Lahmann
Prologo
Non vi avevo avvertito? Sulle storie che affondano incessantemente i loro uncini corrosi nella
profondit della coscienza di chi le ascolta?
Moto perpetuo. Storie che non sono mai cominciate e che mai finiranno, perch parlano della
morte eterna.
Vi avevo vivamente consigliato di non continuare la lettura.
Queste righe Dio solo sa come sono arrivate nelle vostre mani, perch di sicuro non erano
destinate a voi. A nessuno. Nemmeno al vostro peggior nemico.
Lo ripeto, parlo per esperienza personale.
Ora lo sapete: la storia dell'uomo le cui lacrime scendono come gocce di sangue, la storia
dell'uomo che stringe a s un povero fagotto di carne umana che pochi minuti prima respirava, amava e
viveva... questa storia che avete appena finito di leggere non  un libro.
 il mio destino.
La mia vita.
Perch quell'uomo, che nel punto pi alto del suo dolore  costretto a rendersi conto che la
morte  appena cominciata... quell'uomo sono io.
Primo capitolo. L'inizio
(45 ore e 7 minuti allo scadere
dell'ultimatum)
La ricerca ha inizio...
...
FINE:
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Di solito inizio i ringraziamenti con un virtuale inchino dedicato alle persone che per me, come
autore, reputo pi importanti: voi, i lettori. Stavolta voglio addirittura elencare qualcuno di voi
chiamandolo per nome, perch mai prima d'ora avevo ricevuto, durante la scrittura di un libro, tanto
sostegno dai lettori come per II gioco degli occhi.
Era l'inizio del 2009 e avevo appena accennato su Twitter che uno dei protagonisti del mio
prossimo romanzo sarebbe stata una fisioterapista cieca, che subito fui raggiunto dalle prime reazioni
da parte di persone non vedenti, che fruiscono delle mie opere grazie agli audiolibri e che mi offrivano
aiuto per le ricerche, per lo pi con la seguente raccomandazione: "Nei film e nei libri vengono dette
talmente tante cavoiate su di noi... Per favore, non cadere negli stessi errori degli altri".
Un monito che ho preso molto sul serio e che mi ha portato a tenermi, fin dalle prime righe, in
continuo contatto con persone non vedenti o ipovedenti.
Ho iniziato la ricerca compilando un questionario con lo scopo di avere un primo contatto con
questo mondo a me alieno. Quali sono i falsi clich pi diffusi? Come sognano i ciechi? Come si
destreggiano nella vita di tutti i giorni con il computer, con il telefono, con il bucato? Trovate una
scelta delle risposte originali sul sito www.sebastianfitzek.de. Per evitare errori grossolani, il
personaggio di Alina Gregoriev  ispirato a una persona realmente esistente: Mike May, che, proprio
come lei,  diventato cieco all'et di tre anni a causa di un incidente. Se il mio libro vi ha incuriosito
circa la sua vera ed emozionante storia, vi consiglio caldamente la sua biografia Crashing Through di
Robert Kurson. Da piccolo, Mike May percorse svariate miglia in bici da solo e senza l'aiuto di
nessuno, aiutava gli altri studenti ad attraversare la strada e, scendendo a 105 chilometri orari ha
stabilito il record mondiale di discesa libera per non vedenti! Le sue abilit sono cos incredibili che,
per rappresentare il personaggio di Alina, ho dovuto in qualche modo ridimensionarle. Alla realt non
avrebbe creduto nessuno.
Un altro libro che dovreste assolutamente leggere, anzi, vedere, purch non sia esaurito,  Ich
wei, wo ich bin di Ulrike Zollitsch. Questo volume, di grande effetto, contiene disegni fatti in
autonomia da bambini ciechi dalla nascita. Grazie al metodo del Tastzeichnen, in cui i bambini, con un
bastoncino, incidono su una lamina il loro mondo immaginario, nascono degli "archetipi della vita
spirituale", una visione diretta del mondo di una persona che non ha mai visto niente.
Degno di nota  anche il sito www.anderssehen.at, in cui trovano una risposta quasi tutte le
domande sul tema dei disturbi della vista e della cecit che un neofita pu porsi e che quindi  stato per
me una fonte preziosa. Sapete, per esempio, quant' difficile pagare la spesa essendo ciechi e non
potendo ricorrere all'aiuto di nessuno? (Provate a trovare al tatto la giusta moneta nel borsellino senza
sbirciarci dentro, oppure a firmare uno scontrino a occhi chiusi).
Infine, ho dato da leggere in anteprima il capitolo pi importante a un gruppo di persone non
vedenti e ipovedenti. Qui voglio ringraziare in particolare Uwe Roder, che ha organizzato numerosi
incontri di gruppo telefonici in chat, cos come Jenni Grulke, che si  dichiarata pronta a leggere il
capitolo ad alta voce a tutti i partecipanti. Solo cos sono riuscito a evitare errori grossolani: come
quello, per esempio, che un cane guida in un ambiente nuovo non dormirebbe mai cos tranquillo come
avevo descritto nella prima stesura. Ho scoperto che alcuni ciechi si fanno truccare e tatuare, ho
imparato molto sulle loro preoccupazioni e le loro paure e sul modo di trattarli dei normovedenti:
parziale, offensivo e inspiegabilmente ignorante.
Per queste indicazioni e per innumerevoli altre vorrei qui ringraziare, oltre alle persone gi
citate: Feeodora Ziemann, Andrea Czech, Petra Klewes, Gnther Sollfrank, Christine Klocke, Sahre
Wippig, Roswitha Wagerer, Niels Luithardt, Helge Jrres, Anke Mdler, Nuray Grler, Andreas
Heister, Brigitte Rieger, Fanny Holz, Karina Scheulen, Johanna Sopart e Victoria Amwenyo.
Nel complesso, sono rimasto sconvolto da quanto le persone elencate sopra si siano dimostrate
aperte e disponibili. Negli ultimi mesi ho scoperto e imparato tante cose e tanto interessanti da non
poter mettere tutte queste informazioni in un solo libro. Anche per questo mi piace pensare di far
ricomparire Alina e Zorbach in qualche altro thriller.
Eppure devo anche ammettere, in tutta onest, che per un vedente come me  impossibile
penetrare completamente il mondo di un cieco. Nonostante le ricerche approfondite, le lunghe ore di
interviste e conversazioni, nonostante i tentativi in prima persona, per esempio, di andare a mangiare
nei ristoranti al buio, e nonostante la lettura in anteprima da parte dei non vedenti, non sono riuscito,
presumo, a evitare tutti gli errori (di cui, ovviamente, mi ritengo l'unico responsabile).
Bisogna anche considerare che II gioco degli occhi non  un saggio bens mera fiction, e che
Alina Gregoriev col suo "dono" esce del tutto dagli schemi. Tuttavia spero vivamente che da questo
libro emerga l'alta considerazione e il rispetto che nutro verso queste persone che vivono la propria vita
senza il dono della vista. Un rispetto che  cresciuto a ogni riga che scrivevo.
A questo proposito, voglio ricordare in particolare Lisa Manthey, una ragazza di sedici anni che
ha risposto a tutte le mie domande sulla vita scolastica di una teenager non vedente.
E ora  il momento di presentare il resto della banda.
Non so come vi comportate voi, ma alla maggior parte dei ringraziamenti che conosco tocca la
stessa sorte dei titoli di coda al cinema. Nessuno li guarda, perch, comunque, nessuno conosce quei
nomi che gli scorrono velocemente davanti.
Per evitare questo "effetto titoli di coda", spendo sempre un paio di parole per quelle persone
con cui sono in debito. (Menzionare qualcuno in un libro costa meno che invitarlo a cena, senza contare
che, con alcuni dei casinisti che mi ispirano, non ci si vuole necessariamente far vedere in giro, non 
vero, Fruti?).
Cominciamo con la casa editrice. Prima di tutto vorrei ricordare ancora una volta Hans-Peter
bleis e Beate Kuckertz. Entrambi hanno un fiuto infallibile per le buone storie e - cosa che mi rende
sempre particolarmente felice - una firma bellissima, che sta a meraviglia in calce ai miei contratti.
Altri due nomi devono essere scritti in un modo speciale: Carolin Graehl e Regine Weisbrod, il
mio "Dream Team" di redattori. Le ho contate: sulla mia prima bozza avete fatto duecentocinquantadue
annotazioni, di cui solo sei erano positive. Devo avere una vena di masochismo se vi amo per questo.
Mille grazie: ancora una volta, avete tirato fuori il meglio da un mio libro.
Anche l'ufficio tecnico ha di nuovo superato se stesso - grazie Sibylle Dietzel! Sono
curiosissimo di sapere quanti, stavolta, si lamenteranno per la numerazione al contrario. (E cos
dev'essere!).
Ogni anno si lanciano sul mercato circa 100.000 nuovi libri. Perch i miei si trovino un pochino
pi in alto su questa montagna di carta, ho al mio fianco due campioni mondiali di lancio del libro
(altrimenti detto "marketing"): Kerstin Reitze de la Maza e Christian Tesch.
Ho una pessima memoria per i nomi, quindi prendete il mio ringraziamento alle persone che
seguono come valido per tutto il Droemer-Team: Susanne Klein, Monika Neudeck, Iris Haas, Andrea
Bauer, Konstanze Treber, Noomi Rohrbach, Georg Regis, Andreas Thiele, Katrin Englberger, Heide
Bogner.
Anche stavolta non voglio per nessuna ragione al mondo dimenticarmi della dottoressa Andrea
Mller, colei che mi ha scoperto (e che  tornata in casa editrice!) e Klaus Kluge (ancora alla macchia
;-).
Ma la Usta dei sostenitori non finisce con la casa editrice: Roman Hocke - sei l'uomo che ha
fatto di me un autore, procurandomi un contratto nonostante tutti mi avessero gi respinto. Grazie
anche al resto della tua crew di AVA: Christine Ziehl, Uwe Neumahr, Claudia Bachmann e Claudia
von Hornstein.
Mi stupisco sempre che la lista dei miei migliori e pi fidati amici non si accorci di libro in
libro, visto che, scrivendo, ho sempre meno tempo da dedicare alla cura dei miei contatti sociali.
Eppure sento spesso Zsolt Bcs, Oliver Kalkofe, Thomas Koschwitz, Peter Prange, Dirk Stiller,
Andreas Frutiger, Arno Mller, Jochen Trus e Ivo Beck, anche solo perch non ho ancora restituito loro
qualche dvd - o perch ho saltato ancora una volta l'appuntamento per la devitalizzazione adducendo
deboli scuse, vero Uli? (Ulrike Heintzenberg - la migliore dentista del mondo!). Ringrazio Simon Jger
per la voce stupenda con la quale d lustro ai miei audiolibri, e Michael Treutler per i suoi fantastici
interventi su audible.
Ringrazio Gerlinde, con la quale posso tenere dei reading folli e che ha a sua volta la stoffa
della scrittrice. La tua storia  fantastica, scrivila una buona volta! Dai, andiamo, fallo subito...
Thomas Zorbach, ti ringrazio per il meraviglioso cognome che mi hai permesso di prendere in
prestito, e per il tuo incredibile sostegno nella concretizzazione di idee totalmente svitate grazie ai tuoi
ragazzi e ragazze di vm-people.
Ovviamente ringrazio Manuela Raschke, che immagino sempre come il mio cervello, solo
molto pi carina, e che organizza tutta la mia vita. (A questo proposito voglio citare anche Barbara
Hermann). Manu, purtroppo non posso lodarti troppo altrimenti tuo marito Mann Kalle, ex allenatore di
Graciano Rocchigiani, la prossima volta mi trasforma in un sacco da pugilato.
Due persone di cui non voglio fare a meno e che ci sono state fin dall'inizio sono: Sabrina
Rabow (la vostra donna, se volete andare sui giornali) e Christian Meyer (il vostro uomo, se volete che
qualcuno ve ne tiri fuori).
Ringrazio i tre Fitzek - Clemens, Sabine e Freimut, avete tre possibilit di indovinare chi di loro
 mio padre - per l'assistenza tecnica ma, soprattutto, per quella emotiva. Non a caso la famiglia gioca
sempre un ruolo importante nei miei libri, solo che, al contrario dei miei eroi, io ho la fortuna di avere
la mia ancora intatta. E della famiglia fa parte, naturalmente, anche Sandra, che riesce a condividere la
propria vita con un pazzo che a met della frase prende e smette di parlare perch proprio in quel
momento un altro pensiero...
...ehm... che dicevo? Ah s, la polizia!
Ringrazio i commissari capo della Criminale Ingo Dietrich e Michael Adamski per l'eccitante
spaccato sul loro lavoro d'indagine.
Infine devo presentare la persona che mi ha fornito per prima e principalmente l'idea per II
gioco degli occhi, la mia fisioterapista Cordula Jungbluth, che gi da quattro anni mi rimette in sesto
con torture shiatsu e che alla fine di ogni seduta mi sbalordisce mostrando di sapere cose precise sulla
mia vita e la mia psiche che, a quanto pare, lei ha "letto" nel mio corpo durante il trattamento. All'inizio
mi divertivo e basta quando mi diceva che da ragazzo ero stato un outsider (e chi non lo  stato?) e che
dentro di me si agitavano ancora tanti conflitti non risolti (ah s?). Poi per ho pensato: "Aspetta un po',
ma se lei pu davvero vedere il mio passato tramite delle semplici manipolazioni, che succederebbe se
io fossi un serial killer? Se poco prima del massaggio io avessi ucciso qualcuno nella cantina, se ne
accorgerebbe?". E cos  nata l'idea (non di scendere in cantina, naturalmente, ma solo di mettermi a
scrivere).
Tra l'altro una volta, poco tempo fa, la signora Jungbluth ha smesso di massaggiarmi e mi ha
detto "Nel suo nuovo thriller si parla molto di soffocamento, vero?" senza che io le avessi mai
raccontato nulla circa II gioco degli occhi. Sosteneva che, quando mi aveva toccato, si era sentita come
se le mancasse il respiro. Signora Jungbluth, di fronte a lei mi tolgo il cappello immaginario e non vedo
l'ora che arrivi la prossima seduta!
...
.
...
Adesso chiudo, come al mio solito, salutando e ringraziando le libraie e i librai, tutti gli addetti
alla distribuzione e quanti lavorano nelle biblioteche, insomma chiunque abbia fatto in modo che,
adesso, possiate stringere questo libro fra le mani.
Se poi, dopo questa maratona di ringraziamenti, avete ancora la forza di farmi sapere la vostra
opinione sul libro, potete raggiungermi ai seguenti indirizzi:
ichfandssuper@sebastianftzek.de
(per lodi, richieste di autografo, proposte di matrimonio ecc.)
oppure
kritik@wandertindenspamflter.de
(per lagnarsi ecc.)
Naturalmente anche
fitzek@sebastianf tzek.de
continua a funzionare.
A presto.
Sebastian Fitzek. Berlino, marzo 2010.
...
FINE.